La morte della moglie

 

L'ingresso nel CIO

 

Il restauro del castello di Mazzè

 

L'impegno nella Croce Rossa

 

La passione per le auto 

 

Rimasto vedovo, il conte cambiò del tutto abitudini, lasciò la casa di Torino (come se volesse cancellare ogni ricordo del passato) e si trasferì a Parigi dedicandosi totalmente allo sport, entrando nel CIO pochi mesi dopo essere rimasto vedovo. E’ di questo periodo l’acquisto dei ruderi del castello di Mazzè, poi restaurato sfarzosamente su suoi disegni e dove veniva a trascorrere i periodi di vacanza italiana. Senza tralasciare qualche rapida visita al borgo di Usseaux, dove fece erigere a sue spese il campanile. Il castello di Mazzè, ad una trentina di km. Da Torino, lambito dalla Dora Baltea, è uno dei più antichi del Canavese e le sue fondamenta affondano nei secoli bui.

Quando il conte Brunetta lo acquistò, il castello era in rovina: esso venne ricostruito ed abbellito diventando uno dei più begli edifici turriti del Piemonte. Si parlava di alcuni curiosi passaggi e camminamenti segreti aggiunti durante la ricostruzione. Circostanza che non facilita la comprensione della personalità dell’ultimo dei Brunetta. Il castello si erge su uno dei primi contrafforti morenici della valle, in un susseguirsi di vigneti: dalle sue torri la vista si spinge lontano, sulla piana di Vercelli e verso il Canavese, tra le Alpi lontane e le colline del Monferrato. Nel 1859, dalla piana del castello, Napoleone III e Vittorio Emanuele II osservarono la pianura vercellese che Cavour aveva fatto allagare, aprendo le dighe, per fermare l’avanzata delle armate asburgiche. Il nuovo castellano fece tornare in vita il maniero aggiungendovi un nuovo edificio, ospitandovi personaggi illustri, come nel settembre 1902 quando vi accolse il Conte di Torino.

Nel castello Brunetta aveva raccolto una ricchissima biblioteca, comprendente oltre 6000 volumi, tutti classici francesi, italiani e inglesi (le tre lingue che il conte parlava) oltre ad un gran numero di libri di storia e di scienze, argomenti che più lo appassionavano.

L’archivio del conte, che una perizia del tribunale di Torino eseguita negli anni settanta precisava in” alcuni quintali di carte”, è andato disperso, assieme ai preziosi libri, nel lungo periodo nel quale l’edificio rimase disabitato. Notizie sul castello di Mazzè vennero riportate da “L’Avvenire del Canavese”, in occasione dello scoprimento di una lapide avvenuto il 17 settembre 1911 e dedicata i fatti del 1859. ( Il testo venne scritto dal prof. Franco Italo Bosio, autore anche delle parole dell’iscrizione della lapide. ( Cfr.” L’Avvenire del Canavese”, rivista mensile illustrata, Anno I, n. 9, Caluso, settembre 1911). :”(…)

Per riedificare il castello di Mazzè occorsero molti fondi, e  di mezzi economici il conte Brunetta d’Usseaux ne aveva molti. Dovevano essi derivargli in gran parte dalle rendite dagli immensi possedimenti terrieri appartenenti alla famiglia della moglie. In particolare dal grande feudo di Zulitzko (Soutlizkoje Limanskoje), nell’antico territorio dei cosacchi Zaporoski del Dnepr, nell’Ucraina sud orientale in faccia del Mar Nero.

Il feudo, al centro del quale c’era il castello degli Zejffart, una enorme costruzione in legno e pietra, si trovava nel distretto di Jekaterinoslav (Il territorio era quello posto tra il 47° 45 di latitudine e il 34° di longitudine. Il suffisso “liman” indica in russo un estuario fluviale trasformato in laguna. Il distretto prendeva il nome dalla città fondata nel 1787 in onore di Caterina II: oggi la provincia ha il nome di Dnipropetrovs’k. Una pianta completa dei possedimenti esiste a Pinerolo. Su questa pianta il feudo è indicato come Soulitzko.), chiuso a nord dall’affluente Solonaja ed a sud dal Dnepr. Questo lembo di terra, i cui accadimenti storici si possono far risalire fino all’epoca degli Sciti, conteneva i più celebrati kurgan (tumuli funerari) della Piccola Russia annesso al castello di Zulitzko il conte aveva così organizzato un museo nel quale erano raccolti armi, gioielli, oggetti d’arte provenienti dagli scavi dei kurgan, veri e propri depositi d tesori archeologici (I tesori del castello di Zulitzko sono andati dispersi.

All’inizio del secolo oggetti d’oro provenienti dagli scavi dei kurgan della zona si trovavano nel museo dell’Ermitage, a San Pietroburgo. Oggi sono rintracciabili in gran parte nell’Istituto Archeologico dell’Ucraina, a Kiev. (Cfr. “Archeo”, n. 123, maggio 1995, pagg.40-47).

Il conte, che dovette affrontare più volte il lunghissimo viaggio, si dedicò personalmente a migliorare le coltivazioni dei vasti terreni, affidandole a colonie di mezzadri ( quando ancora nell’impero dello zar esisteva la schiavitù della gleba), ed allo sfruttamento delle miniere di minerali ferrosi e polimetallici( pirolusite) presenti nel feudo. Molto interessato a questo argomento, sembra che Brunetta gli avesse dedicato uno studio (“Description géognostique du gisement de Pyrolusite”, 1891-92, in –8 (Cfr.”Les Archives de la Société Française des Collectionneurs d’Ex-Libris”, Anno 15, aprile 1907) lo studio venne redatto dal geologo Albino Zavadskj e “dedicato al conte “Brunetta”.) . In ogni caso, le attività estrattive dovevano dare ottimi riscontri tanto da far progettare la “costruzione di una stazione ferroviaria nella proprietà per la spedizione del minerale” .

Eugenio coltivava molti interessi. Primi fra tutti la passione per la fotografia e l’amore per le automobili. Delle foto scattate sono rimasti rari esempi, come le immagini delle case in cui abitò, sufficienti a far rimpiangere le perdite. Tra le istantanee perdute, quelle della famiglia che rimase sempre un angolo appartato della sua vita un rifugio.

Per le auto il conte nutrì una passione sfrenata. Ne comprò molte e le cambiò spesso, anche con l’ambizione di partecipare alle più importanti gare del tempo. All’automobilismo fu sempre sensibile, ponendo anche premi per le varie corse. Nel marzo 1901, istituì a Nizza una “Coppa Brunetta d’Usseaux” sulla distanza di 128 km. (la gara si corse il 5 marzo 1901 sul percorso Nizza-Puget-Théniers-Nizza. La vinse Paul Chauchard che coprì i 128 km in 2 ore 22’03’’. “All’arrivo assisteva gran pubblico attirato dall’interesse che suscitano tutte le manifestazioni automobilistiche”. (Cfr.”La Gazzetta dello sport”, 8 marzo 1901).

Qualche settimana più tardi, in rappresentanza dell’Automobil Club di Francia, si iscrisse al primo Giro d’Italia Automobilistico con una Panhard 12 HP, che sostituì con una Serpollet, sempre da 12 HP. (Organizzato dal “Corriere della sera” il giro si svolse tra il 27 aprile e il 12 maggio 1901. Il conte brunetta si iscrisse nella seconda categoria, la più veloce, quella fino a 30 km l’ora.) Aveva anche partecipato nell’aprile dell’anno prima alla prima corsa disputata in Italia, sui 130 km della Torino-Pinerolo-Avigliana, classificandosi secondo alla media di 37,900 kmh. “Vetture a tre e più posti di peso superiore a 400 kg.”.

Pochi giorni dopo si allineò nella Torino-Asti assieme ad una “ventina dei più noti chauffers italiani e stranieri” nella categoria “Vetture a due posti” classificandosi terzo, ma battendo due piloti d’eccezione: Vincenzo Lancia e Giovanni Agnelli che da poco aveva fondato la Fiat. (La gara si corse il 29 aprile 1900. il conte Brunetta, che correva per il Velo-Club Nice, venne premiato con una medaglia vermeil. Fece meglio di due concorrenti destinati a ben altra gloria che non riuscirono a raggiungere il traguardo: Vincenzo Lancia (1881-1937) e Giovanni Agnelli (1866-1945), entrambi su Fiat 6 HP In gara, su Panhard da 7 HP, c’era il fedele amico del conte Franco Italo Bosio (Cfr. “La Gazzetta dello Sport” 1° maggio 1908).

Nel 1908, nei giochi di Londra, con la sua Fiat da 80 HP accompagnò Dorando Pietri in un sopralluogo sul percorso della maratona, da Windsor a Shepherd’s Bush. (assieme al conte e a Pietri, salirono sulla pesante vettura arrivata da Parigi anche Fortunato Ballerini ed il discobolo romano Umberto Avattaneo). Nel 1912, quando risiedeva a Mazzè, possedeva un’altra Fiat targata 63-138. (dalla guida della città di Torino per l’anno 1912, risulta che il conte Eugenio risiedeva in Mazzè, non aveva casa in Torino e possedeva un’automobile. Sul Repértoire del CIO, anno 1914, gli indirizzi erano quelli di Parigi e Mazzè.

La passione per le auto del conte Eugenio finì col contagiare anche suo figlio Gustavo, che costituì una società per costruire una nuova auto. All’inizio del secolo la nostra industria automobilistica conobbe una vera esplosione: alla fine del 1906 operavano in Italia ben 67 complessi industriali con un investimento che superava i 300 milioni di lire. Il giovane Gustavo chiamò nella sua società, nella quale investì molti capitali paterni, Antonio Chiribiri uno dei più noti costruttori torinesi, con l’incarico di disegnare e produrre una vetturetta economica. Un progetto che non ebbe fortuna e che venne bruscamente interrotto dal tracollo economico della famiglia (Lino Calcioli- Carlo Mariani, “Storia Fotografica dell’Automobilismo Italiano”, Newton Compton Ed., Roma 1983, pag. 15.): “Antonio Chiribiri arriva all’automobilismo dopo un’esperienza nel campo aeronautico e per incarico del conte Gustavo Brunetta d’Usseaux progetta una vetturetta economica, la “Siva”; quando, prima ancora dell’uscita del prototipo, il conte si ritira in seguito ad un crack economico, Chiribiri prosegue con le sue forze e, migliorando la prima versione della vetturetta, presenta nel 1915 la “12HP” di 1300 cmc., producendola in poche unità durante la guerra”. Una versione più circostanziata dei fatti è riportata dall’enciclopedia “Mille ruote” (Enciclopedia, “Mille Ruote”, pag. 64. ) dove, per la prima volta, viene attribuito ai debiti di gioco il tracollo economico della famiglia che sarebbe quindi iniziato attorno al 1914, qualche anno prima cioè della rivoluzione bolscevica:

“(…) Quando iniziò un’attività in proprio, a 45 anni, Chiribiri scelse il settore aeronautico e aprì un piccolo cantiere in Via Don Bosco a Torino. La Fabbrica Torinese Velivoli Chiribiri & C.è il primo nucleo sul quale si innesta la seguente produzione automobilistica (…) I motivi della conversione furono certamente molteplici e vanno visti nel quadro generale della scarsità di commesse aeronautiche che seguì il primo boom di forniture belliche. La causa immediata fu però il fallimento di una iniziativa nella quale Chiribiri era coinvolto solo come fornitore. Il conte Gustavo Brunetta d’Usseaux, valente aviatore automobilista, desideroso di realizzare un’avventura imprenditoriale che esulava dalle abituali fonti di reddito, di cui godeva quale proprietario terriero, aveva incaricato Chiribiri di progettare una vetturetta economica, la “Siva”, di cui intendeva far impostare una prima serie di 100 esemplari.

Prima ancora dell’approntamento del prototipo, il conte Brunetta, si ritirava dalla vicenda, colpito da un’improvvisa crisi finanziaria dovuta-si disse- a debiti di gioco.

Era stata fatta una grossa campagna pubblicitaria per il lancio della vettura e i suoi effetti andarono perduti.

(…) Chiribiri, per attenuare il danno, non ebbe altra scelta che quella di ereditare l’iniziativa, era per altro insoddisfatto della prima versione dell’utilitaria, tanto che nel 1915, (…), presentò un modello migliorato con telaio più grande, munito di un motore di 1300cc, con una potenza di esercizio di 12 HP. (…)”.

 

(Cameriere segreto di cappa e spada di Leone XIII, (carica ricordata anche sullo stemma collocato sopra la porta della cappella cimiteriale, a Pinerolo.) , Eugenio Brunetta d’Usseaux ricevette un’infinità di onorificenze, più straniere che italiane. Tra queste, il cavalierato della Corona d’Italia, La sciarpa verde di Maurizio e Lazzaro, il nastrino della Legion d’Onore, fu poi in Francia ufficiale della pubblica istruzione, in Russia commendatore con placca di San Gregorio, in Grecia commendatore del Salvatore, in Germania cavaliere Marianer-Kreutz dell’Ordine teutonico.

Ma il suo impegno civile lo esplicò maggiormente come appartenente al Sovrano Ordine Militare ed Ospedaliero dei Cavalieri di Malta, dopo che ne era diventato membro il 14 febbraio 1900 quale “Cavaliere Magistrale Iure Sanguinis”. Nel rispetto degli obblighi che ne derivavano, si impegnò con zelo per l’assistenza ai feriti in guerra. Retaggio probabilmente del sangue versato dalla famiglia.

Membro del Comitato Centrale della Croce Rossa Italiana, fu vice-presidente per la Sezione Verbana, e vice-direttore di treni ospedalieri dell’Ordine di Malta. Al problema dell’assistenza ed al trasporto dei feriti in guerra, dedicò più di uno studio fino alla progettazione di convogli ospedalieri per via fluviale. Lo studio, compresi i piani costruttivi delle barche, venne raccolto in una pubblicazione che gli fruttò un Grand prix d’honneur all’Esposizione Universale di Parigi del 1900. (la prima edizione venne pubblicata col titolo “Progetto di Convogli Ospedali Fluviali"-compilato in base al regolamento della Associazione Italiana della Croce Rossa per il trasporto in tempo di guerra dei Feriti e Malati sui treni ospedali”, Fratelli Armanino , Genova 1891; la seconda edizione, sostanzialmente simile, il conte la dette alle stampe nel 1908 presso la tipografia G.U.Cassone Torino.).

Il progetto proposto, che utilizzava barconi appositamente attrezzati, sfruttava il sistema d’acque interne dell’Italia settentrionale articolato attorno al Po e ai laghi Maggiore e di Como.

 

I convogli di ambulanze fluviali, composti da 9 barconi ricovero e tre barche di scorta, erano stati progettati per trasportare fino a 300 soldati e a 25 ufficiali ( oltre ad 80 persone di servizio): il vantaggio era di poter ricondurre nelle retrovie i feriti senza intasare strade e ferrovie e senza far subire loro, pericolose scosse. Un sistema ottocentesco, ma geniale. Al progetto, secondo d’Usseaux, avrebbero dovuto prestare la loro opera anche le Società dei canottieri, con i loro uomini e le loro darsene (il progetto elencava le diverse incombenze al punto 12: “Le Società canottieri (Elenco II, Allegato D) di servizio nelle rispettive zone,oltre ai loro locali come punti d’approvvigionamento e d’imbarco e sbarco, potrebbero utilizzarsi per servizio di porta-ordini per approvvigionamento viveri, ordini ai sindaci, impostazione del Corriere servizio di corrispondenza ai malati, comunicazione con i Delegati d’armata e colle Autorità Militari e Civili” (cfr. Eugenio Brunetta d’Usseaux, “Convogli Ospedali Fluviali”, Fratelli Armanino. Genova 1891, pag.8 )

Esso venne adottato dalla CRI, ma non risulta abbia avuto seguito in forma organica.

Tanto meno con il contributo dei canottieri.

Forse a causa dell’incarico ricevuto della Croce Rossa, il conte operò per qualche tempo nella zone di Verbania dove, come visto espletava anche funzioni di rappresentane della neonata Federazione di Canottaggio.

 

Almeno attorno al 1890, In quegli stessi anni, rimase coinvolto in un duello che a seguito della recente legge Zanardelli gli fece comminare un’ammenda da parte della Corte d’Appello di Pallanza. Un episodio oscuro che forse rafforzò in lui il desiderio di andarsene in Francia. Il fatto doveva aver segnato profondamente il suo animo se lo spinse a cambiare il motto di famiglia dal guerresco “Fide et Gladio” ad un più sarcastico “Philosophie Oblige”. E per rendere più evidente quello che doveva essere un sopruso da sopportare con filosofia, ordinò un nuovo Ex-Libris che, assieme al nuovo motto, riportava una testa d’asino a orecchie ritte contornata da un cespo di cardi!

Altro segno indefinito di un personaggio dai contorni indefinibili. Non sappiamo quando il conte emigrò a Parigi. Lo fece in forma definitiva, solo dopo la morte della moglie. Quindi negli ultimi anni del secolo. Nel 1900 dal Governo Italiano ricevette l’incarico di Commissario del”Exposition Universelle”, quella che ospitò- e mortificò- la seconda edizione dei Giochi Olimpici. Avrebbe avuto anche incarichi sportivi, visto che era pur sempre un membro del CIO, di sicuro come confidò anni dopo al marchese Carlo Compans di Brichanteau, inviò una relazione al ministro italiano dell’istruzione che era Nicolò Gallo, ma non ne ebbe risposta alcuna.

( Secondo una fonte francese Brunetta, ai Giochi del 1900, sarebbe stato:”(…) élu membre du jury international des sports, vicépresident des sports athlétique (…)”.(cfr. “Archives de la Société des Collectionneurs d’Ex Libris, et de Reliures Historiques Antiques”, Anno 15, aprile 1907- Biblioteca Civica, Pinerolo).

Quest’incarico non risulta dagli elenchi dei membri delle giurie pubblicati da” La vie au grand aira” (n.88, 6 maggio 1900), che però non riporta tutti i nomi. ) La famiglia Brunetta prese casa al n. 52 dell’Avenue du Bois de Boulogne nella zona più esclusiva di Parigi, immersa nel grande parco, e non lontana da Longchamp. (In alcune carte intestate del conte il numero, forse per un lapsus calami viene riportato come 62). Era una splendida dimora che in breve divenne uno dei centri della vita mondana della Ville Lumiére. Non è da escludere che Brunetta utilizzasse le sue disponibilità anche per farsi accettare meglio nell’ambito del CIO. Come quando organizzò un ballo a casa sua in occasione del Congresso Olimpico del giugno 1914 o quando vi ospitò i reali di Danimarca, giunti a Parigi per il Grand Prix automobilistico. Notevole era, secondo le abitudini del conte, la biblioteca che conteneva per lo più libri d’uso corrente. La sua preziosa collezione di volumi antichi era sempre a Mazzè.

Ecco come descrisse la ricca magione parigina il duca Melzi: (L’articolo redatto, sia in lingua italiana che francese,è intitolato “Il castello di Mazzè e i Brunetta d’Usseaux”. E’ illustrato con una stampa riproducente la Battaglia della Madonna dell’Olmo (17 settembre 1744), persa dai piemontesi, il cui originale probabilmente era posseduto dal conte e del quale s’è persa traccia).

“(…) Il conte Eugenio Brunetta passa parte dell’anno a Parigi in una sontuosa casa sull’ Avenue de Bois, arredata con gusto d’oggetti d’arte e di quadri di valore. Si compiace in società di un giro di conoscenze selezionate che riunisce presso di sé con cordialità e splendore. Avendo perso qualche anno fà la nobile sposa, la contessa d’origine russa Catherine Zejffart, trova conforto nella famiglia che lo circonda di cure e di affetto: suo figlio, il giovane e studioso Lotario; sua figlia Nadedja, l’angelo della casa dalla bionda capigliatura del Perugino; e suo fratello Carlo, in cui la fisionomia del colonnello a riposo rispecchia la simpatica bonomia e la fermezza dei piemontesi. I due fratelli vivono pressocchè assieme, e mentre Carlo conduce un’esistenza ritirata e tranquilla, più confacente ai suoi gusti, Eugenio non abbandona mai lo sport, che è stato la grande passione della sua giovinezza, prodigandosi in molte attività utili alla patria e che tornano tutte a suo onore. (…)

Quella splendida casa fece da cornice al resto della vita di Brunetta. Da li il conte orchestrò tutte le sue mosse, dapprima quale semplice membro del CIO, poi prendendo nelle proprie mani le redini dell’organismo durante la grave malattia che allontanò de Coubertin, nell’inverno a cavallo del 1908. E da quelle stanze continuò ad operare per la diffusione in Italia dell’ideale olimpico e perché si giungesse anche da noi alla costituzione di un organismo unico. I suoi contemporanei italiani, tuttavia, non lo compresero e, se non sempre lo ostacolarono, non seppero agevolarne il lavoro.

Gli anni più densi di soddisfazione per Brunetta furono quelli che vanno dal 1908 allo scoppiò della Grande Guerra, quando la sua autorevolezza cominciò ad impensierire anche de Coubertin. (Lettera di risposta inviata da de Coubertin a Godefroy de Blonay in data 1° agosto 1911: (…) Sono molto sorpreso del vostro giudizio, perché credevo d’aver fatto atto di conciliazione offrendo a B. occasione di ristabilire dei rapporti ai quali egli tiene e che non esistono più, poiché attualmente non lo consulto più (…) Laffan, Sloane e Wenningen sanno già da tempo a cosa tenevo e veramente non credo affatto che B. abbia amicizia per nessuno eccetto Rosen…. e qualcun’altro! (…)”. (Cfr. ”Un siècle du Comité International Olympique ”. vol.II, pag. 309-312). Poi la guerra, ed i suoi orrori, mischiarono le carte e posero per sempre fine al mondo un po’ svagato della “belle epoque”.

Sul conte s’erano anche abbattuti nell’ottobre del 1917, i riflessi della rivoluzione bolscevica che tranciò i suoi legami con la famiglia della moglie interrompendo per sempre il flusso delle rendite.

Il primo atto del Consiglio dei Commissari del popolo in Russia fu quello di espropriare i 150 milioni di ettari delle proprietà fondiarie.

E tra questi la proprietà di Zulitzko. Brunetta d’Usseaux tentò a lungo di riprendere i contatti con i parenti russi, le cui vicende avevano seguito quelle tragiche della nobiltà bianca al servizio dello zar. Meditò anche un pericoloso viaggio per tentare di salvare il salvabile e per farlo entrò in contatto con esponenti della nobiltà russa rifugiatisi in Francia. Gente che ciò che aveva da perdere l’aveva già perso e che si muoveva su un fondale tragico e torbido. Quest’ ultimo viaggio era impossibile.

Quando tornò la pace, de Coubertin tentò di riannodare le fila del CIO. In una lettera inviata a Montù chiese notizie di Brunetta, col quale non riusciva più a mettersi in contatto (Circolare di Montù (vedi Appendice): “(…) Ignorasi dove attualmente si trovi il Brunetta d’Usseaux e quindi il barone de Coubertin mantenne in questi quattro anni le sue relazioni unicamente con lo scrivente. (…)”.(cfr. “La Gazzetta dello Sport”, 30 dicembre 1918).

Forse il conte aveva volutamente fatto perdere ogni sua traccia, forse s’era appartato umiliato dai debiti. Un ‘ultimo angolo oscuro. Montù rese pubblica la lettera con un articolo apparso sulla Gazzetta del 30 dicembre del 1918. Non sappiamo se Eugenio Brunetta d’Usseaux l’abbia mai saputo: sappiamo soltanto che i giorni terreni del conte si conclusero una settimana più tardi l’8 gennaio 1919, in quella Parigi dove aveva vissuto gli anni più significativi della sua vita. (La data di morte del conte risulta anche dagli atti di accettazione dell’eredità da parte dei figli e di cessione delle proprietà in essa contenuti

Da tali Atti risulta che l’eredità venne accettata il 24 marzo 1919, che procuratore della figlia Nadedja figurava l’Avv. Filippo Filippi, mentre per il figlio Gustavo venne esibito un mandato consolare. (Atti notaio Ghiglietti). Gli altri figli, Sergio e Lotario vennero inseriti nella successione da documenti successivi. Dai documenti depositati a Pinerolo, risulta che le proprietà italiane del conte vennero cedute in blocco al signor Emmo Ghelfi e alla di lui consorte, i quali si impegnavano in cambio a saldare tutti i debiti del conte e dei suoi eredi sul territorio nazionale.

In tali Atti si legge che il conte era pure debitore, si ignora di quale somma, nei confronti del figlio Lotario (Atti notaio Guglielmini: 24-7-1921, rep. 5599; 12-9-1921, rep.5620; 24-8-1922, rep. 6049; 9-9-1923 rep. 6457-2742).

Si chiuse in tal modo una vicenda terrena intensa e drammatica, sul cui ricordo calò rapidamente la notte del tempo e l’oblio degli uomini di sport. Qualche giorno più tardi, un piccolo giornale piemontese, “La lanterna di Pinerolo”, mescolato con gli altri, riportò un avviso funebre: (Cfr. “La lanterna di Pinerolo”, n.3 Anno XXXVIII, 18 gennaio 1919. sullo stesso numero, il giornale riportò qualche nota a ricordo del defunto: “Il conte Brunetta d’Usseaux, capostipite di antica nobiltà pinerolese, nipote agli eroi fratelli che caddero agli albori della guerra del 1859, si è spento a Parigi, nella sua vita fastosa.

Del conte Eugenio Brunetta d’Usseaux son note in Pinerolo, il monumentale mausoleo eretto alla sua famiglia nella Necropoli, la casa paterna, in via Sommeiller, e l’offerta al Municipio di L.40.000, per l’erezione di un monumento agli zii caduti. A Usseaux fece erigere l’attuale campanile, e largì ai bisognosi, egregie somme”.)

“Il giorno 8 gennaio a Parigi, assistito dalla figlia contessa De Mois De Sons, rapito da crudele morbo, dopo breve malattia, spirava munito dei conforti della santa religione il conte

 

EUGENIO BRUNETTA D’USSEAUX

UFF.SOVRANO ORDINE DI MALTA

UFF.CORONA D’ITALIA

CAV.LEGION D’ONORE

Le esequie avranno luogo mercoledì 15 corrente a Parigi, chiesa di San Ferdinando, per permettere ai figli ed al genero mobilitati di trovarsi presenti. La salma, appena concessi i regolari permessi per trasporto, verrà accompagnata dai figli a Pinerolo nella tomba di famiglia. Questo annuncio tiene luogo di invito. Per espresso desiderio del defunto pregasi di non inviare fiori né corone.

 

Parigi rue Faraday 14 

9 gennaio 1919

 

Nessun altro giornale italiano riportò la notizia della morte del conte Brunetta. Meno

che meno quelli sportivi. Va solo aggiunto che il conte non venne inumato a Pinerolo. E nessuno sa dove sia stato seppellito.