Londra 1908

Il dramma di Dorando Pietri

 

L’episodio più drammatico nella storia dei Giochi moderni ebbe il suo

svolgimento nel pomeriggio di venerdì 14 luglio 1908. La corsa del secolo, come venne definita quella maratona, prese il via alle 14,33 di una giornata di un caldo quasi torrido dal prato del castello di Windsor e si concluse sulla pista di White City dopo 26 miglia e 385 yards, pari a quei 42,195 km. che da allora sono diventati misura standard per la maratona.

Al via della regina Alessandra partirono 56 concorrenti, tra i quali due italiani, il romano Umberto Blasi con il compito di distrarre gli avversari e il carpigiano Dorando Pietri con l’impegno di vincere. Alle 20 miglia, (poco più di 32 km.) il sudafricano Charles Hefferon aveva un vantaggio di 3’42” su

Dorando Pietri che era secondo.

A quel punto Pietri iniziò la sua rimonta che lo portò a raggiungere il

sudafricano poco prima del segnale delle 25 miglia (collocato 200 metri

dopo i 40 km.) ed a superarlo quando allo stadio mancavano appena 800 metri. Ma questo sforzo gli risultò fatale, e non servì ad impedire il ritorno dalle retrovie dell’americano John Hayes, fino a quel momento autore di una gara piuttosto prudente, che superò Hefferon ad una ventina di metri dallo stadio.

Pietri riuscì comunque ad entrare per primo sulla pista, erano le 17,18. Sfatto dalla fatica, ormai quasi incosciente, girò a destra invece che a sinistra,

prima di accasciarsi una prima volta a terra. Davanti al silenzio angosciato dei 70.000 spettatori che l’avevano accolto con un indescrivibile entusiasmo si consumò il suo dramma.

Aiutato ad alzarsi dagli ufficiali di gara e rimesso nella giusta direzione, cadde altre quattro volte, prima di riuscire, portato da molti, a tagliare il traguardo. Aveva vinto, ma era stato violato il regolamento.

E poco si potè opporre al reclamo: Jack Andrei, il grasso giudice responsabile della corsa, immortalato dalle foto mentre corre accanto a Pietri, non potè fare altro che squalificarlo. Squalificato Pietri, la vittoria andò a John Hayes.

Alla conclusione della corsa, una sorta di isteria collettiva si impadronì degli astanti, tra cui la regina Alessandra, che aveva seguito con angoscia il dramma e che, conosciutone l’epilogo, s’affrettò ad offrire al vincitore squalificato, una coppa.

La gara si era svolta con una temperatura quasi torrida facendo molte vittime, ( tra i primi a cedere, Umberto Blasi, ritiratosi, dopo il settimo miglio, senza aver saputo interpretare la parte affidatagli) ed il traguardo di White City venne raggiunto solo da 27 corridori, meno della metà dei partiti.

Qualcuno, come il favoritissimo canadese Tom Longboat, un indiano della tribù Onondaga, ottenebrato da una micidiale mistura a base di champagne, si sdraiò semplicemente a terra.

”(…) il dottor Bulge, non solo lo massaggiò, ma gli applicò la respirazione

artificiale, perché a suo giudizio, Pietri, sarebbe morto per paralisi cardiaca. Pietri, com’è confermato dalla testimonianza di un ciclista che seguiva la corsa, all’altezza di Wormwood Scrubs, aveva ingerito pastiglie di atropina e stricnina, (come del resto facevano tutti i podisti delle corse di fondo) e il medico ne aveva infatti, constatato la presenza. Il caldo soffocante aveva fatto il resto.(…). (Cfr. Stefano Jacomuzzi, “Storia delle Olimpiadi”, Gli Struzzi,

Einaudi Torino 1976. pag.52.)

In poche ore, tra la commozione generale, Pietri divenne l’uomo più famoso del suo tempo. Irving Berlin si ispirò alla vicenda per musicare la sua prima importante sonata, il cui primo verso diceva: ” Dorando, He’s a Good-a- for-not “. La Domenica del Corriere, dedicò al carpigiano, l’immancabile

copertina. Una confessione postuma, nel 1995, ha confermato il sospetto che il giudice col megafono che sorregge Pietri, nella più celebre foto dell’atletica, era il romanziere Arthor Conan Doyle. Se la circostanza fosse vera, si spiegherebbe perché, il creatore di Sherlock Holmes, si affrettò a

donare all’italiano, una tabacchiera d’oro, aprendo con una ricca quota, una sottoscrizione a suo favore sul Daily Mail.

Questo per quanto attiene, agli aspetti tecnici della corsa. Ma la sua conclusione, ne innescò di ben più gravi, e pose definitivamente in crisi i già fragili equilibri, all’interno del Comitato Italiano, sul quale si abbatterono le critiche più feroci. Il povero Marchese Compans, ne venne travolto, una debole, ma dignitosa difesa, la improvvisò soltanto Ballerini, che ricostruì tutta la

vicenda sui giornali, più per proprio senso di onestà, che con convinta

fantasia.

Sotto accusa finirono anche i giudici inglesi, già nel mirino per aver fornito numerose prove di parzialità. Come si poteva infatti negare, che erano stati proprio gli addetti inglesi ad aiutare Pietri, e non certo gli Italiani?

Curiosamente, della difesa dei diritti italiani, si incaricarono i francesi, in nome di presunte offese alla “razza latina” come apparve scritto su

“Le Figaro”.

E gli italiani? Un inferno.

Una tribuna importante resta quella della “Gazzetta dello sport” che se la prese con l’inefficienza dei commissari italiani.

In particolare vennero presi di mira, Compans e Ballerini, rei di non aver

saputo tutelare lo sfortunato maratoneta.

Da tali severi giudizi, si salvò solo il conte Brunetta, a cui venne

riconosciuto di aver tentato in tutti i modi di far recedere i giudici britannici dalla loro decisione. “(…) E mentre il conte Brunetta d’Usseaux protestava contro quel verdetto con voce indignata, non uno dei dirigenti onorari giunti da Roma alla pesca delle commende era presente a difendere i diritti d’Italia (…)”

Il marchese di San Giuliano si affrettò a telegrafare al re, della vittoria di Pietri. Vittorio Emanuele ricevette la notizia, mentre era a caccia sulle Alpi. Il sovrano si rallegrò della bella vittoria del carpigiano, ma assolutamente non volle che il maratoneta si scomodasse a raggiungerlo fin lassù tra i monti, offrendogli una prossima occasione d’incontro a Roma. (Cfr. Emanuele Carli, “Dorando Pietri, corridore di maratona” Zendrini , Verona 1973 pag. 82.

Che successe dopo l’arrivo di Pietri?

Sin dall’inizio, Pietri era considerato dai nostri dirigenti, come la migliore carta da giocare e nessuno s’azzardava a dubitare della sua vittoria. Convinzione rafforzata dai primi allenamenti inglesi del maratoneta emiliano, che il Comitato aveva fatto arrivare con quindici giorni di anticipo rispetto alla gara (malgrado il ristretto bilancio di cui disponeva). Non si tralasciarono neppure i sopralluoghi sul percorso. Il sopralluogo ebbe luogo domenica 12 luglio. Con Pietri ed il conte Brunetta, c’erano Bongrani, Ballerini, ed il discobolo Umberto Avattaneo, (Cfr. “La Gazzetta dello sport”17 luglio 1908).

“(…) Sulla 60 cavalli Fiat del conte Brunetta, domenica scorsa fummo a Windsor con Dorando Pietri per fare una sommaria visita al percorso,

traversato il ponte sul Tamigi sotto al castello di Windsor, virammo di bordo, e senza sosta ci mangiammo quei quaranta chilometri che pareva d’essere su una via di velluto.(…)”. Non si lesinò nessun tentativo lecito per aiutare il corridore.

Nato a Mandrio, una frazione di Correggio, in provincia di Reggio Emilia, il

16 ottobre 1885, Pietri era di statura modesta- alto 1,59 metri per 60 kg. di

peso, ma ben strutturato. Di povera famiglia, garzone di pasticceria, dopo qualche tentativo con la bicicletta, si era dedicato al podismo esordendo con i colori della “Società Ginnastica La Patria” di Carpi, nell’ottobre 1904 in una gara di 3000 metri a Bologna. Nel 1905 a Parigi, s’era imposto sui 30

chilometri dell’importante corsa organizzata da “L’auto”. L’anno seguente, mentre prestava servizio militare, aveva corso la sua prima vera maratona durante le selezioni per Atene.

Pietri si recò in America per la rivincita contro Hayes. La sfida “dei due continenti” si svolse il 25 novembre 1908 con partenza alle nove di sera, sull’anello del Madison Square Garden di New York che misurava 160,94 metri, esattamente dieci giri per un miglio! Al termine dei 263 giri, Pietri ebbe la meglio, vincendo in 2 ore 44’ 20” 2/5 e staccando il rivale di quasi 45 secondi.

Quattro giorni più tardi, appena si fu placata l’eco dell’entusiasmo, l’onorevole Brunialti riunì a Roma il direttivo della “Federazione Podistica” e fece cancellare il maratoneta dall’elenco degli iscritti, per aver egli “intascato un premio in denaro”.

Tra il 1906 e il 1910, Pietri, partecipò a 10 maratone, vincendone 8, con un secondo e un sesto posto, sei ritiri e una squalifica. La sua carriera si concluse il 15 ottobre del 1912 a Göteborg con un’ultima vittoria sui 20 chilometri: in nove anni aveva preso parte a 121 corse, riportandone 87. Morì a 56 anni a Sanremo, dove aveva aperto un’autorimessa, con servizio pubblico, il 7 febbraio 1942 a causa di una grave insufficienza coronarica.