
Le miniere d’oro dei Salassi, La strada romana "Quadrata-Eporedia",
La chiesetta dei Santi Lorenzo e Giobbe, La diga.

"Vedute di Roma"
Bellotto Bernardo detto "Il Canaletto"
Pittore e incisore, nipote e allievo del "Canaletto"
(Giovanni Antonio Canal detto il )
(Venezia 1720- Varsavia 1780)
La passeggiata è strutturata per accedere ai luoghi
romani e preromani esistenti nel territorio, in particolare per visitare i resti
delle miniere d’oro dei Salassi ed il luogo dove gli scavi stanno mettendo
alla luce l’antica via militare.
Lasciato alle nostre spalle il Castello
(1/A) ed attraversata la piazza prospiciente la Chiesa parrocchiale (2/A),
percorriamo la Via Perino,
sino ad ove sorgeva l’antica Porta del Chierro (14/A)
, ora sostituita dalla seicentesca chiesetta
di San Giuseppe, facilmente riconoscibile per il suo campanile a cipolla.
Poco oltre, sulla sinistra, notiamo una stradicciola in discesa che ci condurrà
alla cappella di Santa Lucia (1/E)
, unica testimonianza di quando questa era la via che dal ricetto fortificato
sulla collina conduceva alla Dora.
Continuando, dopo un centinaio di metri arriviamo alla statale che lasceremo
al tornante successivo, per proseguire lungo una strada secondaria tendente
a sud.
Se presteremo un po’ d’attenzione, tra la vegetazione potremo intravedere
i grandi accumuli di pietre, risultato delle ricerche aurifere dei Salassi.
Questi segnacoli ci avvertono che è iniziata la zona del Placer aurifero
creato dalla Dora in epoca preistorica. Percorriamo questa via sino ad incontrare
il pilone votivo della
Résia (3/E), qui la
strada si biforca, noi prenderemo a destra per svoltare nello stesso verso alla
prima diramazione.
Percorsi circa 300 metri di strada disagevole si giunge al cantiere dove si
stanno eseguendo gli scavi per mettere in luce sia
la strada romana Quadrata Eporedia (8/E)
, sia il tratto in curva conducente alla Dora. Se siete fortunati, sul posto
sarà presente qualche membro dell’Associazione F. Mondino intento
negli scavi, se lo interpellerete sarà certamente molto contento di farvi
da cicerone. In ogni caso, su quest’interessantissimo ritrovamento, consiglio
la lettura del volume curato dal Prof. Giorgio Cavaglià " Contributi
sulla romanità in territorio di Eporedia " recentemente edito dalla
GET di Chivasso.
Per il ritorno esistono due possibilità, la prima di rifare la strada
percorsa, notando l’enorme rilevato di pietre corrente sul lato sinistro
della strada e la seconda di imboccare la stradina che si inerpica a sinistra,
avvisando che quest’ultimo percorso è disagevole ma molto interessante,
in quanto transita per la regione Bose (6/E)
, la desolata zona delle principali ricerche aurifere Salasse. L’antico
storico greco Strabone, agli inizi del primo secolo dopo Cristo, ricorda: ”Il
paese dei Salassi ha pure delle miniere, di cui un tempo, quando ancora erano
potenti, i Salassi erano padroni, così come erano padroni dei valichi
alpini. Nella produzione mineraria era loro di grande aiuto il fiume Dora per
il lavaggio dell’oro; perciò in molti punti dividendo l’acqua
in canaletti, svuotavano la corrente principale. Questo serviva a quelli per
la produzione dell’oro, ma danneggiava gli agricoltori che coltivavano
le pianure sottostanti, privati dell’acqua di irrigazione; il fiume infatti
era in grado di irrigare la terra perché la corrente scorreva ad un livello
superiore. Per questo motivo vi erano continui conflitti tra le due popolazioni”
Geografia-Strabone Libri 4-6-7. I romani, dopo la vittoria, tolsero ai vinti
il piano e le miniere d’oro lasciando ai Salassi le montagne e che questo
popolo in precedenza, ricercava l’oro lavando le sabbie della Dora tramite
canali derivati dallo stesso fiume. Probabilmente l’attività estrattiva
continuò ancora per qualche tempo dopo la conquista romana del Canavese,
difatti il già citato storico greco nel V libro della sua “Geografia”
cita testualmente ”Quanto allo sfruttamento delle miniere, oggi non avviene
più come prima, perché quelle dei Celti transalpini e parimenti
di quelle dell’Iberia, sono più proficue. Una volta invece, quando
anche a Vercelli c’era una miniera d’oro, era in vigore tale sfruttamento.”
Le analogie della regione Bose
con la Bessa di Mongrando
sono moltissime e non è azzardato presumere che la miniera citata da
Strabone sia quella di Mazzè, in quanto più vicina a Vercelli
della Bessa.
Per rendere fruibile il sito sia sotto il profilo paesaggistico sia archeologico
il Sindaco di Mazzè, Sig. Bruno Vittonatto, ha dichiarato che è
intenzione della sua amministrazione predisporre, in collaborazione con la Soprintendenza
Archeologica del Piemonte, un piano di recupero ambientale che tenga conto delle
peculiarità storiche e morfologiche della zona. Particolare cura dovrebbe
essere posta nella estirpazione di rovi e gaggie, sostituendole con essenze
nobili, quali rovere, querce ed ontani.
Se si prosegue in questo viottolo dopo circa mezz’ora di difficile cammino
si arriverà ad un pilone votivo
(10/E) segnalante un quadrivio e dopo pochi centinaia di metri si sboccherà
nella strada provinciale.
Per chi ha seguito il primo itinerario,
tornati al pilone della Résia non ripercorriamo la strada dell’andata
ma svoltando a destra, girando attorno alla cappella, imboccheremo la diramazione
a sinistra diretta a nord-est. Dopo una decina di minuti si arriverà
alla chiesetta dei Santi Lorenzo
e Giobbe (2/E), posta su un
piccolo poggio. Questa è la zona in cui esisteva l’antico abitato
romano-salasso, di Mattiacus (7/E),
il cui ultimo nucleo fu abbandonato dagli antenati degli abitanti di Casale
non più di tre secoli fa. Qui ora non rimane più nulla salvo il
ricordo e le tracce delle opere minerarie intraprese dagli antichi. Visitando
la chiesetta ad una sola navata, ma dotata in facciata di un grazioso portico
a vela, peraltro trasformata in lazzaretto nel XVIII sec. come testimoniano
le strutture laterali, si possono notare inseriti nelle murature moltissimi
elementi romani, quali mattoni, pezzi di embrici e coppi a testimonianza della
sua antichità. Indubbiamente questo è l’edificio più
antico di Mazzè, forse antecedente al X sec., narrando la tradizione
che sia sorto sui resti del sepolcro di una nobildonna romana. A conferma di
ciò nel 1993 è stata ritrovata, infissa nel pavimento, una lapide
marmorea databile al I sec. d.C. nella quale è ricordato che il sexvir
Macionis fece costruire il monumento per sé e per la sua famiglia. Il
reperto è ora esposto all’interno della chiesa parrocchiale del
capoluogo.
Lasciata l’antica chiesetta ed arrivati alla statale, come certamente
si sarà notato, sul fiume esiste uno sbarramento
(9/E) , funzionale al pompaggio dell’acqua della Dora verso le pianure
del vercellese.
Il complesso, di proprietà del Consorzio Irriguo Est Sesia, è
un notevole esempio di struttura idraulica polivalente, risalente ai primi decenni
del ventesimo secolo. La proprietà ha in programma, venute a mancare
alcune priorità che a suo tempo ne avevano imposto la costruzione, di
trasformare il sito in parco fluviale, che almeno nelle intenzioni, dovrebbe
risultare estremamente interessante sia sotto l’aspetto architettonico
sia naturalistico.