Le Aurifodine di Casale di Mazzè

Aggiornamento Maggio 2016

 

 

Le Aurifodine di Mazzè nel settore frontale esterno

dell'Anfiteatro Morenico di Ivrea

di Franco Gianotti

Franco Gianotti, geologo, ha studiato approfonditamente la Bessa, fino a risultarne il più autorevole esperto conoscitore. Attualmente sta cercando di risolvere la complessa storia geologica dell'Anfiteatro morenico di Ivrea, sulla scia di illustri studiosi quali Luigi Bruno di Ivrea, Baretti, Novarese, Federico Sacco e, molto più recentemente, del suo maestro Francesco Carraro.

Le Aurifodine di Mazzè nel settore frontale esterno dell'Anfiteatro Morenico di Ivrea

 

 

Note storiche di Livio Barengo

Livio Barengo, scrittore, storico ed appassionato archeologo.
Ha pubblicato nel 1998 " Giorgio dei Conti di Valperga, Signore di Mazzè. Un europeo del XV secolo" , " Ypa, Morrigan Salassa" nel  2002, " La stirpe di Ypa, ovvero la nascita del Canavese" ed " Eugenio Brunetta d'Usseaux. Il fondatore del movimento olimpico in Italia ", quest'ultimo in collaborazione con Danilo Alberto e Mario Fogliatti nel 2006. Del 2010 è invece " Racconti fantastici, storie popolari del Canavese e di altre terre" , illustrato dalla pittrice Anna Actis Caporale. Nel 2012 " Le stelle negli occhi. Ricordi di emigranti canavesani nel primo Novecento ". Ultima fatica è il libro " Mazzè, porta del Canavese "
Il saggio tratta sostanzialmente della storia di Mazzè vista non a livello locale, ma nell'ambito dei potentati di cui il paese ha fatto parte nel corso dei secoli a partire dall'epoca Salassa sino a giungere alla seconda guerra mondiale.
È tra i fondatori delle associazioni F. Mondino e Mattiaca ed è presidente di quest'ultima, mentre dal 2009 al 2013 è stato presidente di Via Romea Canavesana , che ha contribuito a creare, venendo eletto poi presidente emerito.

Cronistoria

Morfologia dell'aurifodina

Cenni storici

Letteratura

Struttura della aurifodina di Casale di Mazzè e tecnica dell'estrazione dell'oro

Approvvigionamento dell'acqua necessaria all'aurifodina

Rilevanze Archeologiche

Bibliografia

 

 

La viabilità nella pertica eporediense

di Giorgio Cavaglià

Giorgio Cavaglià, storico ed archeologo canavesano, ex docente di Storia e Letteratura Italiana.
La sua pubblicazione "Contributi sulla romanità nel territorio di Eporedia" - Gruppo Editoriale Tipografico - 1998, può a ragione esser considerato il testo di riferimento per gli studi archeologici in territorio canavesano.
Notevoli i suoi contributi in articoli e pubblicazioni che spaziano dal periodo neolitico fino all'età medievale.
È attualmente presidente dell'associazione archeologica "Francesco Mondino" ed è stato vice presidente per il territorio canavesano di "Via Romea Canavesana Onlus".

La viabilità nella pertica Eporediense

di Giorgio Cavaglià

 

 

 

Tutto quello che vuoi sapere sull'itinerario

"L'oro del Ghiacciaio" e il Sito archeologico della Ressia

Glossario dei termini geologici

Coltivazione tramite acqua canalizzata, in cantieri distinti

Le ere glaciali

Raccontato in breve: come si formano i placer auriferi che danno origine ai giacimenti d'oro secondari

La formazione dei placer auriferi

Il trasporto glaciale

Gli scaricatori glaciali (documentazione in gran parte ricavata dal catalogo della mostra:"L'impronta del Ghiacciaio" Anfiteatro Morenico di Ivrea un unicum geologico. Mostra allestita dall'EcoMuseo Anfiteatro Morenico di Ivrea.

La storia delle Aurifodine in tavole a fumetti

Geomorfologia delle aurifodine di Casale di Mazzè (analisi dettagliata della mappa rilevata dal geologo F.Gianotti)

Il paleoalveo della Dora Baltea

L'evoluzione dei depositi auriferi della Bessa e di Mazzè

Schema di alimentazione del bacino principale raccolta acqua e tecnica di sfruttamento del giacimento aurifero

Cosa sono i canali su rilevati

Canali di lavaggio ad evacuazione dello sterile: tratto superiore ed inferiore

Reperti venuti alla luce

Uno sguardo alla Bessa

 

 

 

Guide, cartine e mappe dell'Itinerario "L'oro del Ghiacciaio"

Dov'è Mazzè?

Guida alla visita delle aurifodine Salasso Romane di Casale di Mazzè

Tracce gps

TUTTO SITO: Cartine, mappe, tracce gps, profili altimetrici, disegni schematici, immagini

Mappe itinerario

Cartellonistica

 

 

Tutte le immagini dell'Itinerario "L'oro del Ghiacciaio"

Immagini del Sito

Strada Romana

Vallecole

Cumuli

Panoramiche Sito Archeologico

Area in località Campagnette sottoposta al taglio degli alberi, marzo 2017

Visite guidate

Camminando per l'Itinerario

Manifesto itinerario

Dietro le quinte. La fatica

 

Collegamenti ad altri siti

 

IL MARE DELLA TETIDE IN CANAVESE

MAZZE' DORA E ALTRO - LE AURIFODINE DI MAZZE' E L'ORO DELLA DORA BALTEA di Giuseppe Pipino

LE MINIERE D'ORO ITALIANE E L'ORO ALLUVIONALE

L'ANFITEATRO MORENICO DI IVREA di Franco Gianotti

GENESI DELL'ANFITEATRO MORENICO DI IVREA di Franco Gianotti

DEPOSITI GLACIALI di Franco Gianotti

 

 

 

 

 

 


Cronistoria

Nell’inverno del 1997, ricerche intraprese in regione Resia del Comune di Mazzè da un gruppo di membri dell’associazione F. Mondino sotto la guida del prof. G. Cavaglià, portarono al ritrovamento di un tratto di basolato (1) antico in curva che conduceva ad un guado sulla Dora Baltea. Nei mesi successivi si scoprì poco oltre un altro tratto di selciato romano, questa volta con andamento rettilineo, costruito su un rilevato palesemente più antico.
Nel corso delle ricerche la morfologia dell’ambiente circostante, presentando moltissime similitudini con la Bessa di Mongrando, destò nei ricercatori notevole interesse e consigliò di eseguire dei sopralluoghi più approfonditi. Al termine fu evidente che l’antropizzazione aveva seguito delle fasi che andavano dall’ Età del Ferro sino al XIX secolo, ma le motivazioni restarono in parte incomprensibili, e non furono chiarite che una decina di anni dopo per merito degli studi del dott. Franco Gianotti sulla geologia dell’Anfiteatro Morenico d’Ivrea.
Il dettaglio cronologico dell’antropizzazione del sito può essere sinteticamente riassunto in cinque fasi principali:
Per merito della presenza dell’unico guado sulla Dora Baltea tra Ivrea e il Po, si insedia nella zona la popolazione celto-ligure dei Salassi che inizia la coltivazione dei lavaggi auriferi, proseguita dopo la conquista dai romani, sino all’abbandono delle miniere avvenuta nella seconda metà del I secolo a.C.. Contemporaneamente, su un terrazzo fluviale nei pressi del guado, nasce un piccolo centro funzionale all’aurifodina ed al controllo del transito sul fiume.
Stante la navigabilità della Dora Baltea, transitano sul fiume barche a fondo piatto colleganti il Po con Eporedia (Ivrea). E’ assai probabile che in questa fase le strutture del guado siano state usate anche come attracco delle imbarcazioni (I – II sec. d. C.).
Costruzione della strada militare Quadrata – Eporedia (IV sec. d.C.), probabilmente avvenuta inglobando tratti di strade locali già esistenti ed usufruendo dei conoidi di deiezione e delle vallecole dell’ aurifodina come comodi passaggi per raggiungere agevolmente il terrazzo alluvionale sovrastante.
Interruzione della strada militare in epoca Longobarda in funzione anti franca, con opere di fortificazione del guado e del sito già sede di un insediamento Salasso, legato alla coltivazione dei lavaggi auriferi e al controllo del passaggio sia sulla strada che sul fiume (VI-VIII sec. d. C.).
Scontri tra difensori stanziati nel luogo fortificato dominante la strada e aggressori provenienti dal Vercellese, probabilmente Ungari, sec. IX – X d. C..
Fortificazione della linea della Dora Baltea avvenuta durante la seconda guerra d’Indipendenza (anno 1859), a difesa dalle truppe austriache provenienti dal vercellese. Nello stesso luogo già adibito a difesa in epoca antica viene stanziata una piccola guarnigione e probabilmente collocati dei cannoni in batteria.
A suo tempo i ritrovamenti furono immediatamente segnalati alla Soprintendenza Archeologica del Piemonte e segnatamente al dott. F.M. Gambari, allora funzionario di zona dell’Ente, personaggio già noto in quanto anni prima era intervenuto al momento della scoperta delle Stele Funeraria ora collocata a Mazzè in Piazza Repubblica.
I vari accessi del Gambari e di altri funzionari non portarono ad un risultato definitivo, tanto che le incertezze proseguirono sino all’anno 2006, quando, per merito degli studi del geologo dott. Franco Gianotti, si comprese qual’ era effettivamente la geomorfologia delle aurifodine di Casale di Mazzè. Le conseguenti relazioni dello steso Gianotti e quella di carattere spiccatamente archeologico della dott.ssa Antonella Gabutti, certificarono quindi in maniera definitiva l’importanza storico-archeologica delle aurifodine di Casale di Mazzè. Conseguentemente la Soprintendenza Archeologica del Piemonte sollecitò il Comune di Mazzè ad apporre un vincolo di tipo archeologico a tutta la zona in cui era ancora possibile il recupero delle antiche aurifodine.

 

Morfologia dell'aurifodina

Percorrendo la provinciale Caluso – Cigliano sul versante di Mazzè, in direzione del ponte sulla Dora Baltea, nei pressi della chiesetta dedicata ai santi Lorenzo e Giobbe si possono ancora osservare tracce di scavi e di accumuli di pietrame gettato alla rinfusa, testimoni delle antiche opere minerarie a cielo aperto coltivate prima dai Salassi e poi dai Romani.
Al momento la zona interessata dall’antica aurifodina non è stata ancora definitivamente delimitata, specialmente per quanto concerne Villareggia, ma grosso modo sul versante di Mazzè essa comprendeva tutta l’area tra la provinciale Caluso Cigliano a nord, la strada Mazzè – Rondissone a ovest, la cascina Gabriella a sud e l’alveo della Dora Baltea a est. In questa zona sono ancora osservabili, oltre agli evidentissimi resti di scavi, i canali adibiti al lavaggio del placer aurifero, i grandi collettori (vallecole) e i conseguenti conoidi antropici di deiezione che convogliavano i liquami di risulta nella pianura alluvionale sottostante.
Complessivamente l’area interessata dall’aurifodina sul solo versante di Mazzè aveva una superficie di circa 1,5 Kmq, e altrettanto estesa era la parte di giacimento dall’altra parte del fiume nel Comune di Villareggia. Il placer (2), della potenza media di circa 80/100 cm, era collocato alla quota di circa 235 /240 mt s.l.m. (ora la Dora Baltea scorre 30/35 metri più in basso) e il sito meglio conservato, ovvero quello di cui è auspicabile il recupero perché più evidenti le tracce della antica attività estrattiva, risulta essere quello tra la provinciale e la cava Campagnetti, area di quasi al 50% di proprietà comunale.
Per completezza si ricorda che all’estremo sud del giacimento, nei pressi della centrale di pompaggio del Consorzio Irriguo di Chivasso, esisteva in antico un piccolo centro abitato, poi denominato San Pietro in epoca medievale, andato distrutto a causa delle scorrerie Ungare e Saracene nel X secolo. Dai reperti rinvenuti da don Pietro Solero negli anni trenta del XX secolo e da quelli donatici a suo tempo dai contadini, ora riposti nella bacheca della sala consiliare comunale, non pare sostenibile che questo abitato fosse funzionale alle aurifodine, ma derivasse da una “villa rustica” di finalità agricole.

Cenni storici

Durante il III millenio a.C. infiltrazioni di genti provenienti dalle rive del Mar Nero, sicuramente in precedenza venute in contatto con la Mesopotamia, giunsero nelle nostre regioni portando con sé un tipo di cultura che comprendeva la metallurgia del rame e l’erezione di stele antropomorfe. Lo scopo di questi stranieri era quello di raggiungere le Alpi dove speravano esistessero miniere di rame, metallo da loro conosciuto perché usato per le armi dei guerrieri, spesso mercenari presso le città-stato mediorientali. Per garantirsi la protezione degli dei, negli stanziamenti creati sul loro cammino, i nuovi venuti eressero monumenti e tombe megalitiche, e, merito non indifferente, contribuirono a diffondere la tecnologia del rame anche nelle nostre terre.
Poiché i più comodi itinerari di penetrazione erano i fiumi, le testimonianze della loro presenza vanno ricercate lungo i corsi d’acqua, luoghi ideali per tracciare sentieri e creare punti di scambio con le popolazioni locali. Fortunatamente lungo il corso della Dora Baltea, con il recente ritrovamento delle due stele di Tina, frazione del Comune di Vestignè, si è in grado di dimostrare che il fiume era uno degli itinerari percorsi da questi viaggiatori, ed è possibile seguire il loro cammino sino a saint Martin di Corleans, località nelle vicinanze di Aosta.
Come già detto Il motivo principale che spingeva questi personaggi a recarsi in terre sconosciute era la ricerca di metalli. E’ quindi facile cogliere l’assonanza con il mito degli Argonauti, gli intrepidi che, sotto la guida di Giasone, andarono alla ricerca del Vello d’Oro (una pelle di animale attraverso la quale venivano filtrate le sabbie dei fiumi). D'altronde, come dimostrato a Saint Martin de Carleans, il rito che precedeva l’elevazione delle steli megalitiche consisteva nell’aratura del terreno circostante, nel quale poi venivano seminati denti umani. Esattamente come fecero gli Argonauti durante la cerimonia che precedette la conquista del Vello d’Oro.
Successivamente nel corso del I millenio a. C., migrarono in Italia del nord attraverso i passi alpini popolazioni di lingua Celta della cultura di La Tène, dotate di una tecnologia evoluta che prevedeva l’uso del ferro, la ricerca e lo sfruttamento dei placer auriferi e la bonifica delle aree paludose per dedicarle all’agricoltura. In Valle d’Aosta e nel territorio racchiuso dalle colline dell’Anfiteatro Morenico d’Ivrea i Celti, fondendosi con gli autoctoni Liguri, diedero luogo ai Salassi, mentre lungo il Po si stanziarono i Taurini ed a est, tra la Sesia e la Dora Baltea, i Libui.
Poiché questa era una delle loro attività prevalenti, i nuovi venuti si diedero alla ricerca ed allo sfruttamento dei giacimenti auriferi, creati dal ghiacciaio Balteo con l’accumulo di materiale aurifero proveniente dalla Valle d’Aosta. Come si comprese poi in epoca moderna, I Celti localizzarono i siti più promettenti nei luoghi in cui, al termine della glaciazione Wurmiana, esistevano sfioratori delle acque di fusione dei ghiacci, dopo di che diedero inizio all’attività estrattiva. Si crede che nella maggior parte dei casi il risultato non sia stato esaltante, ma alla Bessa di Mongrando e lungo il corso inferiore della Dora Baltea, nella zona di Mazzè – Villareggia, risultò invece conveniente realizzare impianti per la coltivazione dei giacimenti.


Letteratura

Strabone (Stràbon in greco – Strabo in latino), autore greco nato a Amasea nell’attuale Turchia il 64? a.C. ed ivi morto nel 21? d.C.. Trasferitosi a Roma in giovane età viaggiò in molti luoghi dell’Impero romano, traendone notizie che poi riportò nelle sue opere. Strabone è considerato uno dei più autorevoli eruditi dell’antichità perché, ritornato in età matura alla città natale, scrisse tra l’altro “Geografia” dove descrisse il mondo conosciuto al suo tempo. Parlando dell’Italia nord occidentale (Gallia Cisalpina), probabilmente attingendo notizie dalle opere di Polibio (205-123 a.C.) e di Posidonio (135-50 a.C.) e forse di Livio (59 a.C. - 17 d.C.), l’autore segnala in varie occasioni l’esistenza di miniere d’oro a nord del Po, localizzandole nel circondario di Vercelli. Per maggiore chiarezza si trascrivono in brani che da decenni sono motivo di controversia tra gli studiosi interessati alla storia dei Salassi.
“Il paese dei Salassi ha pure delle miniere, di cui un tempo, quando ancora erano potenti, i Salassi erano padroni, come pure erano padroni dei valichi alpini. Nella produzione mineraria era loro di grande aiuto il fiume Duria per il lavaggio dell’oro; perciò in molti punti, dividendo l’acqua in canaletti , svuotavano la corrente principale. Questo serviva a quelli per la produzione dell’oro, ma danneggiava gli agricoltori che coltivavano le pianure sottostanti, privati dell’acqua di irrigazione; il fiume difatti era in grado di irrigare la terra perché la corrente scorreva a livello superiore. Per questo motivo vi erano continui conflitti tra le due popolazioni”
Strabone – Geografia libro IV
“Dopo la vittoria dei Romani, i Salassi furono cacciati dalle miniere e dal territorio circostante, ma poiché continuavano ad occupare i monti, fino a poco fa vendevano l’acqua ai pubblicani che avevano appaltato i lavori delle miniere d’oro e vi erano continue liti coi Salassi per la cupidigia dei pubblicani. Così accadeva che i comandanti romani mandati in quei luoghi avessero facili pretesti per fare guerre”
Strabone – Geografia libro IV, 6.7
“Quanto lo sfruttamento delle miniere, oggi non avviene più come prima perché quelle dei Celti transalpini e parimenti quelle dell’Iberia sono più proficue. Una volta quando anche a Vercelli c’era una miniera d’oro, era in vigore tale sfruttamento.
Vercelli è un villaggio vicino ad Ictimuli che pure è un villaggio: entrambi sono vicini a Piacenza”
Strabone – Geografia libro V, 1.12
Chi è interessato alla Storia comprenderà immediatamente che le liti citate da Strabone sono quelle storiche avvenute tra Salassi e Libui, sfociate nel 143 a.C. nella sfortunata campagna militare del console romano Appio Claudio Pulcro, sconfitto dai Salassi forse nei dintorni di Verolengo. Ripresa la guerra nel 140 a.C., dopo un cruento rito propiziatorio i nostri progenitori furono a loro volta sconfitti dallo stesso console, cosicché i Romani occuparono il territorio all’interno dell’ Anfiteatro Morenico di Ivrea sino all’imbocco della Valle d’Aosta.
Chiaramente quando Strabone parla di miniera d’oro dei Salassi e cita Ictimuli intende la moderna Bessa di Mongrando, luogo fuori dal bacino imbrifero della Dora Baltea e probabilmente soggetto agli Ictimuli, una controversa popolazione forse dipendente dai Salassi. Altra questione importante è la minuziosa descrizione del fiume che, secondo Strabone, scorreva ad un livello più alto della pianura circostante, permettendo l’irrigazione delle terre dei Libui, ai quali i Salassi sottraevano e inquinavano l’acqua.
Per quanto concerne la seconda miniera, collocata da Strabone a Vercelli, non si ha alcuna altra notizia che confermi questa localizzazione. D’altronde Il fatto che l’antico geografo collochi Vercelli e Ictimuli (forse san Secondo di Salussola) nelle vicinanze di Piacenza non deve stupire, a quel tempo i riferimenti erano abbastanza aleatori ed inoltre Piacenza era una città fondata da cittadini romani, e come tale punto di riferimento per i luoghi dell’Italia nord occidentale.
L’opinione più accreditata e comunemente accettata in ambito accademico è stata formulata prima dal Nissen (1902) e poi confermata dal Pais (1918) e successivamente da altri autori, ovvero che le due miniere citate da Strabone fossero in realtà una sola e che le liti con i LIbui sorsero perché gli Ictimuli (Salassi?) deviavano periodicamente il corso del torrente Viona per permettere il lavaggio delle sabbie della Bessa, facendo defluire le acque nell’Elvo a scapito della Dora Baltea. Questo spiegherebbe l’ origine della controversia, anche se non è facilmente comprensibile perché i Libui avrebbero dovuto lagnarsi, visto il maggior afflusso d’acqua verso le loro terre.
Altri autori, prima il Durandi (1764), il Perrelli e il Calleri (1982-1985) poi il Pipino (2005) ed altri, ipotizzarono invece che i lavaggi d’oro detti da Strabone fossero realmente due. Il Durandi nelle sue opere pone il secondo giacimento ad Azeglio, nei pressi dell’antico corso di un ramo della Dora, mentre il Perrelli ed il Calleri lo localizzano in Valle d’Aosta, non spiegando però come avrebbero potuto sorgere liti con Libui e Taurini, popolazioni stanziate molto più a valle. Invece Il Pipino, ricordando in ciò il Durandi, espone una soluzione di tipo geologico, localizzando la miniera nei luoghi dove gli sfioratori del ghiacciaio Balteo incidevano l’Anfiteatro Morenico di Ivrea.
Nel corso del tempo la tesi del Durandi, anche se geologicamente abbastanza corretta, è stata giudicata in modo controverso. E’ indubbiamente vero che ad Azeglio (ed in altri luoghi dell’Anfiteatro Morenico d’Ivrea) esistevano in antico dei piccoli lavaggi auriferi, però a parere di molti, essi non erano di tale consistenza da giustificare la citazione di Strabone. D’altronde ìn letteratura il solo autore che riferisse di antichi lavaggi all’interno dell’Anfiteatro Morenico di Ivrea era il Bertolotti, il quale, parlando di Mazzè e Villareggia, segnalava una tradizione locale di ricerche aurifere, notizia poi ripresa anche dal Mondino per quanto concerne Mazzè.
Dopo anni di letargo, la controversia a proposito della seconda miniera di Strabone è stata abbastanza recentemente riaperta con la pubblicazione di due importanti incartamenti settecenteschi e da una relazione moderna, che hanno portato nuova linfa alla tesi dell’esistenza di una seconda miniera d’oro in Canavese:
il primo è una relazione del tenente Vallino, ufficiale del Genio di sua maestà il re di Sardegna, che il 12 novembre 1763, su ordine del suo comandante, il generale Benedetto Spirito Nicolis, cavaliere di Robilant, si reca a Mazzè e scrive quanto segue:
“Solo quest’anno riconosciuta la presenza nel vivo degli strati delle pianure attigue ai rivi auriferi, ma da lavaggi nei tempi antichi forti lavature nel vivo dei terreni, delle quali rimangono tutt’ora le spoglie dei sassi ammonto nati dai rigetti.
Esempi in Transilvania, dove 5000 zingari sono addetti a tali lavature, il Brasile dove le miniere d’oro sono semplici lavature di campagna e molti altri paesi. D’ordine di Nicolis di Robillant andato a visitare i terreni auriferi in Canavese e nel Biellese, cominciando dal territorio di Massè. Vedi piantina consultabile in allegato.
Massè, la superficie del terreno si vede essere stato lavato in tempi antichi, infatti diversi abissi attorniati da cumuli di sassi di rigetto, lungo la ripa vestigia di un antico ruscello che si inoltra tra i cumuli, e secondo tradizione locale si estendono per 200 e più trabucchi (3) in lunghezza e 100 in larghezza. Terreno deserto, da un anno e più un certo Borelli ha impiantato tre piccoli lavatoi con costruzione di un canale di considerevole spesa, è stato il primo a cui si debbono questi tipi di lavature nei terreni (nello strato lungo l’alveo della Dora, poco elevato a valle di Massè)”
Il secondo incartamento è invece una relazione dello stesso Spirito Nicolis cavaliere di Robilant, illustre personaggio nato a Torino nel 1722 ed ivi morto nel 1801, membro della Accademia delle Scienze, generale, studioso di mineralogia ed autore di importanti pubblicazioni, che in data 13 marzo 1786 inviava al re di Sardegna una relazione sulla situazione delle miniere d’oro in Piemonte, citando Mazzè in questi termini:
“Dirimpetto al luogo di Massè le ripe che costeggiano la Dora Baltea sono altissime eccedendo forse i 102 trabucchi di verticale ed in vari luoghi sono tagliate a picco, ove si scorgono li veri indizi dell’esistenza dell’oro: ivi si può congetturare dell’immensa molle di ciottoli sparsa nelle campagne inferiori, che de ciottoli di rifiuto per lo più di natura granitica e di quarzo. In queste ripe di vedono bocche d’antiche gallerie state spinte sotto tali pianure per lo scavamento di tali strati li quali regnano ivi ad una vertical proffondità considerevole sotto la superficie delle medemme.”
Ogni incertezza è stata poi definitivamente risolta con la pubblicazione del resoconto delle prospezioni petrolifere eseguite dall’ENI nel corso degli anni 90 del XX secolo per conto della Regione Piemonte. Oltre lo scopo principale le trivellazioni avevano anche il compito di segnalare eventuali tracce di giacimenti minerari interessanti, scoprendo sui due versanti della Dora Baltea compresi nei Comuni di Mazzè e Villareggia la presenza di estesi placers auriferi. Si tenga presente che il giacimento avrebbe avuto, se sfruttato, una resa di circa 0,3-0,5 grammi d’oro ogni tonnellata di materiale lavorato e che la potenza del placer non superava il metro. Non sono valori molto rilevanti, ma sulla falsariga di quanto fatto dagli antichi alla Bessa che gode di risultanze simili e dalla superficie complessiva del giacimento (circa 3 kmq ripartiti abbastanza equanimemente sui due versanti del fiume) la possibilità che quella di Mazzè-Villareggia fosse realmente la seconda miniera d’oro Salassa detta da Strabone pareva concretizzarsi.
Il giacimento era costituito da depositi terrazzati a grossi ciottoli ed insisteva su un falsopiano alla quota di circa 235/240 metri s.l.m. (circa 30/35 metri più in alto dell’attuale corso della Dora Baltea), e non era altro che il paleo alveo del fiume, progressivamente eroso nel corso degli ultimi 20.000 anni, sino a raggiungere la quota attuale. La resa complessiva, tenendo conto che l’oro che interessava agli antichi non era tanto quello fine, ma quello contenuto sotto forma di pepite dalle pay streaks (4), potrebbe essere stata di circa cento/centocinquanta chili all’anno. Il che, supponendo che la miniera sia stata coltivata per un paio di secoli, significa una resa complessiva di circa 20 tonnellate d’oro. Non è una quantità rilevantissima, ma certamente sufficiente perché i Salassi decidessero di impiantare dei cantieri di scavo e creare problemi ai Libici.
La ricerca del minerale dovrebbe essere iniziata con l’arrivo dei primi Celti in Canavese, databile all’incirca agli inizi del VI secolo a.C. In precedenza è indubbiamente difficile che gli autoctoni Liguri fossero depositari della tecnologia necessaria, anche se non si possono escludere dei tentativi limitati, mentre si ha notizia di una elaborata tecnica di lavaggio per merito dei Celti orientali, stanziati in Tracia(5) e nel Norico (6), ai primordi dell’età del ferro.

Nota: i testi integrali delle relazioni del tenente Vallino e del cavaliere Spirito Nicolis di Robilant, pubblicati a suo tempo a cura del dott. G. Pipino, sono consultabili sul sito www.mattiaca.it.

 

Struttura della aurifodina di Casale di Mazzè e tecnica

dell'estrazione dell'oro

Nel 2006, dieci anni dopo le prime rilevazioni, le associazioni F. Mondino e Mattiaca entrarono in contatto con il geologo dott. Franco Gianotti, studioso che da anni si interessava della geologia dell’Anfiteatro Morenico d’Ivrea e della tecnica estrattiva della Bessa. Il contributo del Gianotti fu essenziale, senza il suo apporto ben difficilmente si sarebbe compresa la genesi dei fenomeni avvenuti nell’area. Per chiarezza si ritiene utile trascrivere alcuni stralci particolarmente significativi delle considerazioni fatte dal Gianotti sull’ argomento:
“La Bessa si può considerare l’area tipo per la coltivazione di placer tramite l’utilizzo di acqua corrente canalizzata.
Le aurifodine di Mazzè sono di questa tipologia.
In entrambi i casi i depositi alluvionali auriferi sono rappresentati da ghiaie sabbiose molto grossolane, con blocchi, da grossolanamente a ben stratificati, spessi alcuni metri nella Bessa: essi formavano la sommità pianeggiante di terrazzi, sospesi a parecchie decine di metri sopra gli alvei dei corsi d’acqua che li avevano precedentemente sedimentati (i torrenti Viona, Elvo ed Olobbia per la Bessa; la Dora Baltea per le aurifodine di Mazzè). Il placer poggiava su depositi alluvionali più antichi ed alterati: depositi alluvionali di conoidi pre-glaciali della Dora Baltea e dell’Elvo nella Bessa e depositi fluvioglaciali del gruppo di san Michele Borgo a Mazzè. In seguito allo sfruttamento minerario le discariche andranno a coprire un’area ben più vasta dell’originario placer, a causa delle metodologie adottate (le discariche della Bessa sono molto estese, complessivamente circa 9 chilometri quadrati ( 5,2 km quadrati di cumuli, circa coincidenti con l’originario placer, più 3,9 km quadrati di conoidi) mentre a Mazzè superano di poco 1 km quadrato (un’area comunque considerevole). Come prima operazione, si sbancava la coltre alluvionale aurifera, probabilmente già facendola incidere dall’acqua corrente in fossati, liberandola dai ciottoli di maggiore dimensione (superiori cioè ai 15-20 cm di diametro) e dai blocchi: questi venivano accatastati a lato, su aree già sfruttate, a formare dei cumuli ciottolosi, privi di matrice (e pertanto estremamente permeabili): in tal modo si formò la discarica a cumuli di ciottoli , quella più evidente e notevole almeno nel caso della Bessa. Questa discarica copre sostanzialmente lo stesso areale precedentemente occupato dal placer: si distribuisce pertanto alla sommità del terrazzo alto, e può venire definita come “discarica superiore a cumuli di ciottoli”. La parte minuta del deposito (ciottoli di taglia minore e sabbie grossolane aurifere) veniva sottoposto a lavaggio entro canali di acqua corrente, che sul terrazzo superiore coincidono con le fosse citate: queste infine confluiscono in un canalone che va approfondendosi verso il ciglio del terrazzo. I minerali più densi e pesanti tendevano a raccogliersi in apposite “trappole di concentrazione”, collocate nel primissimo tratto dei canali. La restante parte del detrito, ormai privato della maggior parte dell’oro, defluiva dai canali sino al loro sbocco, oltre il quale defluiva liberamente in forma di conoide alluvionale. Si forma così la seconda tipologia di discarica, quella definibile “a conoidi antropici”: essa distribuisce a valle della discarica a cumuli, a quote nettamente più basse, con la superficie sommitale inclinata che tende a raccordarsi gradualmente a quella del più basso terrazzo alluvionale.”
Dopo questa analisi di carattere più generale, il Gianotti prosegue incentrando le sue considerazioni sulla aurifodina di Casale di Mazzè:
“A tal proposito il sito di Casale di Mazzè (a Mazzè l’area della discarica superiore, a cumuli di ciottoli, che coincide con il settore soggetto a sfruttamento minerario, si distribuisce su 40 ettari (compresi limitati settori in continuità morfologica, che attualmente paiono coperti da cumuli di ciottoli); l’area interessata alla discarica a conoidi antropici (discarica inferiore) o, più esattamente, dai rilievi antropici canalizzati con morfologia “a rilevato”, è quantificabile in 35 ettari o più. Le due discariche minerarie di Mazzè coprono quindi complessivamente 0,75 km quadrati.
Una stretta fascia di terrazzo fluviale, che si prolunga tra Campagnetti e La Gabriella, mostra morfologie analoghe (rilevati per canali) ben rintracciabili già all’osservazione di una cartografia a curve di livello (carta tecnica della provincia di Torino scala 1:15000), ha inoltre restituito reperti provanti l’espansione delle attività minerarie a sud: in particolare sul fronte di una cava abbandonata è stata individuata una sezione di canale.
Considerando anche questo settore, l’estensione delle miniere raggiunge 1,275 km quadrati e potrebbe rappresentare l’area tipo per aurifodine sfruttate mediante canali su rilevati (sempre che tali rilevati fossero associati alla coltivazione del placer da cui discendono, e non piuttosto dei sistemi di adduzione dell’acqua di lavaggio verso altri placer più bassi). Questi sono infatti l’elemento meglio conservato, maggiormente distribuito e morfologicamente caratterizzante di questo sito (corrispondono ai conoidi a cordone della Bessa).”

Nota: il testo integrale della relazione del dott. F. Gianotti è stato pubblicato a suo tempo sul sito www.mattiaca.it ed è consultabile al questo indirizzo.

 

 

Approvvigionamento dell'acqua necessaria

all'aurifodina

E’ anche necessario affrontare il problema di come poteva avvenire l’approvvigionamento dell’acqua necessaria alla miniera. In epoca Ligure, posto che a quel tempo siano avvenute ricerche aurifere, per la ricerca episodica di pay streaks l’acqua era quasi inutile, ma quando i Salassi e poi i Romani iniziarono la ricerca su vasta scala questa divenne indispensabile.
Strabone sostiene che il prezioso liquido veniva ricavato prelevando acqua dalla Dora Baltea, operazione che riduceva la normale portata del fiume e impediva ai Libui, stanziati a valle, di irrigare i loro campi. L’autore greco sostiene inoltre che la Dora Baltea scorreva più in alto dei territori circostanti, tanto da poterne derivare canali per l’irrigazione.
Anche tenendo conto che una certa confusione può essere stata creata dal fatto che “Dora” è un idronimo di origine antica che non indica un fiume in particolare ma semplicemente acqua, le affermazioni di Strabone controvertono una realtà incontestabile: in nessun luogo del suo corso all’interno dell’Anfiteatro Morenico di Ivrea la Dora Baltea scorre più in alto dei territori circostanti e prelevare acqua dal fiume ad uso delle aurifodine di Casale di Mazzè non è possibile, perché erano poste su un falsopiano 30/35 metri più alto del corso della Dora, tanto che sarebbe anche oggi problematico rifornire d’acqua le miniere.
Ad onor del vero esiste una leggenda locale su una mitica regina che avrebbe fatto incidere la morena, in modo da prosciugare il grande lago contenuto tra le colline dell’AMI. Se questa era la realtà sarebbe stato possibile derivare canali ad una quota utile al rifornimento della miniera, ma geologicamente questa ipotesi non è sostenibile e quindi è meglio relegare questa ipotesi alla fantasia.
Nell’arco di una quindicina di anni si sono fatte varie ipotesi per risolvere il problema di come avveniva l’adduzione dell’acqua necessaria alla miniera, a tutt’oggi quelle che paiono avere maggior probabilità di essere veritiere sono le seguenti:
Captazione delle risorgive sgorganti ancora oggi nel versante destro del vallone della Dora Baltea tra Casale e Rondissone, con accumulo notturno delle acque in appositi bacini.
Costruzione in epoca romana di un canale antenato di quello di Caluso, il che, come avviene oggi, poteva garantire una continua affluenza d’acqua in ogni stagione.
Mentre la seconda ipotesi è tutta da dimostrare, per la prima si possono proporre alcune riflessioni interessanti: il confine salasso verso il Po, come dimostra la stele ritrovata a Mazzè una ventina di anni fa, erano le colline moreniche, oltre le quali Libui e Taurini si dedicavano alla coltivazione dei fertili meandri alluvionali della Dora Baltea. Se i salassi avessero captato le risorgive e deviato l’acqua verso dei bacini a servizio della miniera, certamente gli abitanti a valle ne avrebbero avuto un danno. Non tanto per la riduzione della portata della Dora, ma perché cessava un afflusso di acqua che permetteva di coltivare i terreni posti a quota più elevata del fiume.
A memoria d’uomo la portata delle sorgenti un tempo era notevole, tanto da essere conveniente creare canali di irrigazione, lavatoi ed altre strutture ancora esistenti per utilizzarle. Oggi con l’urbanizzazione di vaste aree e la costruzione di nuove strade, le risorgive si sono in parte inaridite, ma le rimanenti, come quella nei pressi della cascina Gabriella, garantiscono ancora un notevole afflusso d’acqua.
Una delle sorgenti posta a livello utile da garantire l’acqua necessaria alle miniere, era situata ai bordi della provinciale Caluso Cigliano alla quota di circa 240 metri s.l.m., ed esiste documentazione che nel corso del XVIII secolo la sua portata era talmente copiosa da interrompere il transito sulla strada.
Per quanto riguarda il versante di Villareggia non sono stati fatti studi o ipotesi proposito dell’ adduzione delle acque necessarie alla miniera di quel lato, ad oggi la soluzione più accettata è quella che il placer venisse portato al fiume e lavato.
Si è convinti che per quanto riguarda le aurifodine di Casale di Mazzè, le due soluzioni proposte, attuate singolarmente o contemporaneamente, rispondano efficacemente alla funzionalità della miniera e soddisfino a quanto detto da Strabone a proposito del livello della Dora Baltea rispetto alle terre circostanti.

 

Rilevanze Archeologiche

Sino all’anno 2006 le ricerche intraprese nell’area delle miniere di Casale di Mazzè, prima dalla sola associazione F. Mondino e poi dall’anno 2004 in collaborazione con Mattiaca, associazione più attenta ai nuovi sistemi di comunicazione digitale, non diedero risultati apprezzabili. Vennero alla luce unicamente delle strutture solo vagamente afferenti alla aurifodina, ma del tutto inutili alla comprensione della genesi dei fenomeni avvenuti nell’area.
Come già detto la svolta si ebbe a seguito della pubblicazione sul sito www.mattiaca.it della relazione del dott. F. Gianotti sulle aurifodine di Casale di Mazzè, e alla consultazione delle verifiche preventive sull’area ai fini del D.L. 163/2006, redatte dallo stesso Gianotti e dalla dott.ssa A. Gabutti per un committente privato, divenute di carattere pubblico dopo il loro deposito presso la Soprintendenza Archeologica del Piemonte e al Comune di Mazzè.
Di quanto sostenuto dal Gianotti si è già argomentato ampiamente in precedenza, invece la dott.ssa A. Gabutti nella sua relazione di carattere marcatamente archeologico, oltre a dichiarare d’interesse archeologico le aurifodine, indicava la necessità di eseguire delle trincee di sondaggio in tre punti dell’area. A quanto si conosce una fu scavata a cura della ditta Antiqua di Vercelli, ed a quanto pare non diede risultati positivi, mentre le altre due non furono mai eseguite.
Nell’estate dell’anno 2012 un violento fortunale abbatte vari alberi di alto fusto nella zona indicata dalla dott.ssa Gabutti come adatta allo scavo di una delle due trincee di sondaggio. Ovviamente le due associazioni decisero di effettuare un sopralluogo, e gli incaricati, giunti con molta difficoltà sul posto, scorsero tra le radici degli alberi divelti delle monete che risultarono, anche se molto corrose, essere Assi romani in bronzo, alcuni di epoca repubblicana (I sec. a.C.) ed altri del tempo di Augusto. Eseguiti dei sommari lavori di ripulitura vennero alla luce anche varie punte di freccia e altri oggetti, parte dei quali certificarono che il sito, come d’altronde era già noto, era stato riutilizzato nel 1859, durante la II guerra d’Indipendenza contro gli austriaci, quale postazione difensiva della linea della Dora Baltea.
A parte gli aspetti più recenti, le conclusioni erano ovvie: considerato che con le monete erano venuti alla luce anche alcuni tratti di un muro di fondazione, quel sito, posto in una località strategicamente rilevante all’interno della aurifodina era stato abitato in antico, e il ritrovamento delle monete ne certificava l’epoca. Della scoperta fu data comunicazione il 27 settembre 2012 alla Soprintendenza Archeologica del Piemonte, rinnovata il 4 aprile 2013, che provocarono il sopralluogo, effettuato il 4 luglio 2013, dalle dottoresse Stefania Ratto e Paola Aurino, funzionarie della stessa Soprintendenza.
Nell’inverno dell’anno 2012, il proprietario del terreno che prosegue verso sera la strada romana tardo-antica Quadrata- Eporedia, con rara sensibilità, decise di abbattere gli alberi che ostacolavano la visuale e di permettere che gli itinerari delle visite promosse dalle associazioni Mattiaca e F. Mondino, transitassero sulla sua proprietà. Congiuntamente gli operai addetti agli abbattimenti consegnarono alle due associazioni degli oggetti ritrovati dagli addetti all’abbattimento degli alberi. Ad un primo esame superficiale i reperti risultarono in gran parte associabili alla strada quali chiodi per ferrare cavalli e simili, tutti palesemente di origine tardo antica o alto medievale. Per i rimanenti si potrebbe invece ipotizzare un origine più remota quale quella dell’ età Salassa, senza escludere l’eventualità, anche se al momento del tutto priva di riscontri, di essere in presenza di un luogo di scambio tra viaggiatori Etruschi o Greci che risalivano la Dora Baltea e la popolazione locale. Ipotesi d’altronde già prospettata a suo tempo dal dott. F.M. Gambari in uno dei suoi primi accessi a Mazzè. In ogni caso questi reperti paiono provenire da un sito stravolto e probabilmente trasportati sino al punto in cui sono stati rinvenuti dall’acqua meteorica. Anche questi oggetti sono stati riposti nella teca della sala consiliare del Comune di Mazzè in attesa di conferma.

Mappa delle Aurifodine di Casale di Mazzè

Note:
(1) Basolato, le pietre o lastre che formavano il fondo delle strade romane.
(2) Placer, termine inglese per indicare dei depositi alluvionali contenenti materiale aurifero.
(3) Trabucco, misura di lunghezza usata nel regno di Sardegna sino all’avvento del sistema metrico decimale, poi divenuto termine dialettale corrispondente all’italiano misurare. Corrispondeva a circa 3 metri, ma poteva variare a seconda delle varie zone.
(4) Pay Streaks o bande paganti, zone particolari dei lavaggi auriferi nelle quali è possibile ritrovare in abbondanza pepite d’oro di buone dimensioni
(5) Tracia, a grandi linee corrisponde alla parte europea dell’attuale Turchia.
(6) Norico, regione storica dell’Impero romano, corrispondeva all’Austria meridionale, all’Ungheria occidentale, alla Slovenia, alla Baviera orientale ed all’Italia nord occidentale

Testo Livio Barengo
Fotografie Anna Actis Caporale e Mario Fogliatti
Cartine Mario Fogliatti


Guida alla visita delle aurifodine Salasso Romane di Casale di Mazzè

(Cliccare sopra)

Parco geologico dell’Anfiteatro Morenico di Ivrea
Primo rapporto 08/03/2016

Bibliografia

? Strabone Geografia libri IV V (Rizzoli) anno 1988

P. Azario La guerra del Canavese (ristampa) anno 1970

S. Nicolis di Robilant Relazione sull'oro alluvionale in Piemonte anno 1786

? Vallino Relazione sui lavaggi auriferi di Mazzè anno 1763

G. Casalis Dizionario geografico storico statistico

Commerciale degli Stati di S.M. il Re di

Sardegna Vol. III Torino anno 1836

F.M. Gambari Bessa, nuove scoperte sulle Aurifodine

Romane anno 1998

F. Mercando/F.M.Gambari L'attività mineraria pre/protostorica

nell'arco alpino occidentale italiano anno 1999

AA.VV. La stele megalitica di Mazzè anno 1993

G. Cavaglià Contributi sulla romanità nel territorio

di Eporedia anno 1998

G. Pipino Ictimuli, il villaggio delle miniere d'oro anno 2000

F. Gianotti Bessa. Paesaggio ed evoluzione delle

grandi aurifodine biellesi anno 1996

F. Gianotti Le aurifodine di Mazzè nel settore frontale

esterno dell'AMI anno 2006

F. Gianotti Relazione preliminare geo-archeologica

sulle aurifodine di Mazzè anno 2008

A. Gabutti Verifica preventiva ai sensi del D. L.

163/2006 dell'interesse archeologico

delle aurifodine di Mazzè anno 2008

Ecomuseo AMI L'impronta del Ghiacciaio anno 2012

 

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