Negli anni ottanta nasce ed è attivo a Mazzè l'A.P.P. , un gruppo di fotoamatori  che coniuga il piacere di scattare immagini fotografiche con l' interesse per il territorio in cui vive. Delle tante iniziative promosse dall' A.P.P., indubbiamente rimane vivo il ricordo della  mostra fotografica sulla fitta rete di canali irrigui che hanno origine o scorrono nel territorio mazzediese. La mostra riscuote un indiscutibile interesse, ed è per questo che a distanza di molti anni ne riproponiamo alcune foto e il testo. 

 

 

Immagini e storia di una terra bagnata dalla Dora Baltea

 

 

Se si percorrono  le strade sterrate di campagna o ci si avventura lungo i sentieri polverosi dei boschi del mazzediese, si ha l'impressione di essere imbrigliati in una sorta di grande ragnatela la cui tela e la cui trama sono sapientemente costituite dalle numerose rogge, dai numerosi fossi, canali che ricevono acqua dalla Dora, e la distribuiscono ai campi.
Questa preziosa opera di canalizzazione iniziata secoli or sono ha reso possibile una coltura agricola non più dipendente esclusivamente dall'andamento più o meno regolare delle piogge.


 

 

CENNI SULL'AGRICOLTURA IN PIEMONTE DAL PERIODO PREROMANO FINO AL SECOLO XI

LA LEGISLAZIONE MEDIOEVALE DELLE ACQUE

IL NAVIGLIO DI IVREA

Il naviglio di Ivrea: scopo principale dell'opera

Abbandono dell'utilizzo del naviglio di Ivrea ad un secolo dall'apertura

Leonardo da Vinci ed il naviglio di Ivrea

Il tracciato del naviglio di Ivrea

Il naviglio di Ivrea via del sale

Il naviglio di Ivrea : conclusione

II CANALE DEL ROTTO

LA ROGGIA DEI BOSCHETTI

LA ROGGIA NATTA

LA LEGISLAZIONE SABAUDA SULLE ACQUE DI USO AGRICOLO

IL CANALE DI CALUSO E LA ROGGIA DI MAZZE'

LA ROGGIA DI MAZZE'

Dall'ipotesi di un progetto grandioso, alla costruzione del Canale Depretis

Elevatore Idraulico di Cigliano

Il ruolo politico del Cavour

Il Canale Cavour

La fine della I guerra mondiale

La sconfitta della bonifica integrale

Il Consorzio irriguo di Chivasso

Gli organismi che si preposero alla realizzazione della diga di Mazzè

Progetto e costruzione della diga di Mazzè

Il dramma che funestò la realizzazione della diga

Il progetto di ristrutturazione e consolidamento della diga di Mazzè

L'intervento della Cassa di Risparmio di Torino ruolo e significato

Le caratteristiche attuali dell'impianto

L'immagine dell'impianto di irrigazione di Mazzè in Italia e in Europa

Dalla ricostruzione post-bellica ad oggi

Foto della mostra

Cartina dei canali

Cartina Canale Depretis - Elevatore Idraulico di Cigliano- Consorzio irriguo di Chivasso

LIBRETTO ILLUSTRATIVO SULLA CENTRALE IDROELETTRICA DI MAZZE' (1928)

 

 

CENNI SULL'AGRICOLTURA IN PIEMONTE DAL PERIODO PREROMANO FINO AL SECOLO XI


L'agricoltura preromana in Piemonte, non godeva di molta prosperità. Per tanti aspetti assomigliava a quella praticata dai popoli nordici. Era purtroppo molto arretrata coi tempi, ciò era in parte dovuto al fatto che nella nostra regione non giunse l'influenza della civiltà etrusca, che invece nei territori sottoposti a propria colonizzazione lasciò importanti esempi di ingegneria idraulica con opere di canalizzazione e di prosciugamento di zone paludose. Pure i romani praticarono però molte bonifiche e ci insegnarono a sanare i terreni paludosi per scopi agricoli ed igienici, ed è così soltanto dall'epoca romana che noi abbiamo sicure testimonianze delle condizioni agricole del Piemonte. In tutta la regione alpina esisteva una economia di monte a carattere forestale e minerario, ed una di valle a carattere agricolo. Esistevano pure delle contese interne alla regione, tra i Salassi, popolo della Valle d'Aosta, ed i Libici, abitanti dell'agro Vercellese, originata dal fatto che i primi, deviando l'acqua della Dora per le loro ricerche minerarie privavano i secondi della possibilità di poter irrigare i loro terreni. Ciò dimostra l'antica esistenza di una rete irrigua e di una notevole estensione di prati e quindi una ricchezza di bestiame. Certo è quindi che, all'epoca della dominazione romana in Piemonte iniziarono i primi lavori di sboscamento e le prime bonifiche e canalizzazioni. Sappiamo che i romani concedevano ai militari, a titolo di gratificazione, terre incolte con l'obbligo di bonificarle, ma mentre nell'Italia centrale e meridionale il governo di Roma eseguì una sistematica espropriazione dei popoli vinti, questi invece nell'Italia settentrionale, conservarono le proprie sedi e le terre che coltivavano, per cui, quando nelle altre regioni alla piccola proprietà si sostituì il latifondo, nell'antica Gallia Cisalpina, invece, la piccola proprietà rimase il tipo predominante di conduzione e di possesso. I Romani non mancarono di introdurre anche in Piemonte nuove colture e nuovi metodi di coltivazione, le bonifiche terriere si svolsero principalmente lungo le strade imperiali ove esistevano città e centri rifornimento di viveri, di ricambio animali e di concentramento vettovaglie. Occorre tener presente le condizioni geologiche dei nostri terreni e considerarne la produttività in rapporto ai loro elementi costitutivi, alla loro acidità o alcalinità, al loro maggiore o minore potere assorbente e in rapporto all'impossibilità di irrigazione di molti di essi. Infatti la natura ciottolosa-ghiaiosa dei terreni e la loro configurazione planimetrica ed altimetrica, ha causato, già in antico, la troppo ineguale ripartizione delle falde acquifere, per modo che, mentre alcuni terreni potevano essere irrigati, altri erano assolutamente privi d'acqua, ed al contrario molti erano impaludati, così come lo rileviamo dalle carte medioevali. Ma ancora si deve considerare l'estensione dei boschi e le conoscenze tecniche agricole del tempo in fatto di miglioramento del terreno e quelle inerenti le diverse colture, nonché tener presente delle continue guerre e delle condizioni demografiche, sociali e sanitarie generali, favorevoli allo sviluppo di pestilenze che decimavano le popolazioni agricole. Le condizioni agricole del Piemonte non migliorarono nei primi secoli successivi, poiché ancora verso il "mille" abbiamo una grande distesa di boschi , di paludi, di gerbidi di prati e una ristretta porzione coltivabile riservata ad un limitato sviluppo viticolo, certo non superiore a quello descritto da Plinio molti secoli prima. Tra i cereali, oltre al poco frumento, primeggiava la segale, che però mal coltivata, così da dare una farina molto scura, che costituiva un pessimo cibo, ingratissimo al ventre, di cui non si riusciva a mitigare l'amarezza neanche mescolandone la farina con altri cereali. Ciò ci fa comprendere quanto fossero diffuse nei cereali le malattie crittogamiche, ed in particolare, la segala cornuta, che fu anche in parte causa dell'antica denatalità regionale, per il potere abortivo dei suoi sclerozi nero- violacei, che venivano macinati con i granelli del cereale, e causa anche di quell'ergonismo cronico di cui era rimasto esempio in alcune nostre vallate alpine fino al primo decennio del millenovecento. I documenti della fine del X e del principio dell'XI secolo ci rappresentano il Piemonte coperto in diversi punti da vaste estensioni boschive. Nel Biellese, tutta la regione morenica della Serra e tutta la zona nord-occidentale compresa tra i fiumi Dora Baltea, Elvo e Cervo, costituiva una grande foresta. Così pure tutto il basso Canavese era quasi interamente coperto da boschi.

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LA LEGISLAZIONE MEDIOEVALE DELLE ACQUE


Quantunque la legislazione romana regolasse l'uso privato delle acque, con leggi delle quali Platone celebra il valore, essa considerava le acque dei fiumi e dei torrenti come beni comuni. Solo da Giustiniano (462-565) venne definito il diritto di derivazione e fu avocato allo stato il diritto di concessione d'acqua. Fu poi l'imperatore Federico I (Il Barbarossa) che nella famosa Dieta di Roncaglia del novembre 1158 modificò sostanzialmente le leggi romane, alle quali, si andavano uniformando i comuni che man mano si andavano emancipando, rivendicando all'impero, con la "Costitutio de regalibus" anche la proprietà delle acque dei fiumi, che fu considerata regale e spettante all'imperatore. Questi poteva poi alienare il suo diritto di proprietà sui corsi d'acqua, sia a titolo oneroso che gratuito, in compenso di servigi, e concedendo il dominio utile di essi a perpetuità. Dalle concessioni sovrane, i signori si valevano con sub-concessioni agli agricoltori, dai quali esigevano compensi in denaro e in natura. Quasi sempre le costruzioni di canali venivano eseguite dai feudatari, che esercitavano poi su di essi il "Jus molinendi" che dava loro degli introiti molto importanti, perché obbligavano i sudditi a macinare i propri prodotti nei loro mulini. Il regime feudale delle acque ebbe a favorire i furti. Le derivazioni abusive con le quali si guastavano gli alvei dei canali e le opere di presa, si ripercuotevano sulla regolarità dell'irrigazione. Inoltre l'esercizio della "Jus molinendi", per il quale era data ogni precedenza, impediva l'irrigazione laterale dei fondi a monte degli edifici idraulici. La legislazione statutaria medioevale, nonostante tutto, è la prima a stabilire la servitù prediale di acquedotto e ne regola l'applicazione con sagge disposizioni. Ogni cittadino poteva condurre le acque attraverso i terreni incolti spettanti al comune, onde irrigare i suoi prati, purchè ciò fosse fatto senza arrecare danno ad alcun privato.

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IL NAVIGLIO DI IVREA


In Piemonte, occorre giungere sino agli inizi del secolo XV per trovare la prima grande opera idraulica. La costruzione del naviglio di Ivrea ebbe inizio nel 1448, regnante Amedeo VIII. Ma ben presto i lavori dovettero essere abbandonati, perché, quando Amedeo IX salì al trono (1465) l'impresa era già caduta nell'oblio. L'abbandono dell'opera va forse anche attribuito al particolare carattere del duca, che poco si curava del governo dello stato, sia per la sua profonda dedizione alle pratiche religiose e sia perché affetto dal mal-caduco. Nelle cure del governo, gli diede aiuto la moglie Jolanda, figlia di Carlo VII di Francia (1434-1478), alla quale finì per cedere la reggenza del trono dell'aprile del 1472, essendo il figlio Filiberto ancora in minore età. Pertanto Jolanda, probabilmente sollecitata dai piemontesi, riconobbe l'utilità di un tale ardito progetto e decise di condurlo a termine. Si convenne su parere di giureconsulti, che il duca aveva il diritto di dedurre l'acqua, che i cittadini dovevano contribuire alle spese, esclusi gli ecclesiastici (i preti), e che ai proprietari dei fondi si poteva fare obbligo di tagliare gli alberi troppo vicini e di purgare l'alveo. Dopo alcune sospensioni dei lavori, l'opera iniziata a due riprese (1448/1468), risulta compiuta nell'ottobre del 1474 e già qualche anno più tardi doveva essere in piena funzione.

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Il naviglio di Ivrea: scopo principale dell'opera


Alcuni storici danno più credito all'ipotesi che la costruzione del naviglio si rese necessaria per unire Ivrea a Vercelli tramite una comoda via d'acqua utilizzabile in ogni stagione dell'anno con piccola navigazione e per favorire la costruzione di piccoli molini marchionali , subordinando l'esigenza di irrigazione della campagna dominata dal canale, in quanto a quei tempi mancavano nel vercellese le premesse per fare dell'agricoltura, un'attività veramente redditizia e tanto meno esisteva una sistemazione idraulica del terreno.

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Abbandono dell'utilizzo del naviglio di Ivrea ad un secolo dall'apertura


Le devastazioni, le carestie e le pestilenze che seguirono la dominazione Franco-Spagnola dal 1538 al 1560 e poi quella Spagnola dal 1633 al 1659, furono senz'altro motivo di rallentamento alla libera iniziativa dell'epoca, per cui ne risentì sensibilmente anche l'utilizzazione e la valorizzazione del naviglio stesso. Nonostante tutto, fin dal 1608, il duca Carlo Emanuele I di Savoia propose di riattivare il naviglio di Ivrea che le sabbie convogliate dalla Dora Baltea avevano ostruito. Fu dato incarico di studiare anche un progetto alternativo, presentato sempre nel 1608 (tra l'altro mai realizzato) in cui si prevedeva la derivazione di un canale alla stessa quota del primo, che avrebbe raggiunto il lago di Viverone ove le acque riversatevi sarebbero decantate facendo cadere le sabbie sul fondo ed un altro canale le avrebbe fatte defluire sino ai territori di Cavaglià, Massazza, Buronzo, Castelletto, Rovasenda, Ghislarengo, terminando nel Sesia. La riattivazione del naviglio fu sospesa comunque poco dopo l'inizio dei lavori (1608) per le vicende politiche del tempo. I lavori ripresi nel 1650, furono finalmente portati a termine dal marchese Carlo Giacinto di Pianezza, che assunse a proprie spese l'incarico di perfezionare l'antico tracciato del canale, in modo da renderlo navigabile. In cambio pretese metà delle rendite del naviglio medesimo ed il rimborso di metà delle spese sostenute. Successivamente, con patenti del 11/3/1670, si stabilì che il marchese di Pianezza avesse in feudo il naviglio, di cui ebbe in effetti investitura il 3/4/1674. Alla Rocca di Villareggia, su di un pilastro, si trova ancora incassata una lapide che ricorda l'avvenimento.

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Leonardo da Vinci ed il naviglio di Ivrea


La progettazione della derivazione del naviglio di Ivrea la si vuole attribuire a Leonardo da Vinci. Lo storico Francesco Carandini nella sua "Vecchia Ivrea" riporta infatti che nel "Codice Atlantico" di Leonardo, riprodotto e pubblicato dall'"Accademia dei Lincei" (Biblioteca Ambrosiana di Milano) con la trascrizione critica del testo da parte del professor Giovanni Piumato, al foglio (211 V/2) esiste un disegno di Leonardo rappresentante un'opera di derivazione di acque con un ponte canale a tre archi, e le tre note seguenti, scritte come egli usava alla rovescia, in modo che si possano leggere soltanto con l'uso dello specchio. "NA.VI.LIO DIN.VREA. FACTO. DA FIUME. DELLA DOIRA. MONTAGNI. D'INVREA. NELLA. SUA PARTE. SILUAGIA. PRODUCE. DI. VERSO TRAMONTANA IL GRAN PESO DELLA BARCA CHE PASSA PER IL FIUME SOSTENUTO DALL'ARCHO DEL PONTE NON CRESCIE PESO AESSO PONTE PERCHE' LA BARCHA PESA DIPUTO QUATE E IL PESO DELL'ACQUA CHETTAL BARCHA CHACCIA DEL SUO SITO" La disserzione tra i due storici, il Carandini ed il Solari, rispetto alla interpretazione esatta della frase "Facto da fiume della Doira" sta' nell'interpretazione che il primo vede progetto e relativo disegno e lo interpreta come naviglio derivato dal fiume Dora, mentre il secondo lo traduce come: progetto riportato sul "Codice Atlantico" ed eseguito dall'artista prevedendone l'attuazione sulle rive della Dora, il che potrebbe dar credito all'ipotesi sostenute da alcuni anziani abitanti della Rocca di Villareggia che in base a testimonianze tramandate di generazione in generazione, attribuiscono a Leonardo la realizzazione dello scaricatore della Maddalena, effettivamente molto prossimo al corso della Dora, in cui riversa le proprie acque dopo un salto di alcuni metri. L'intervento di Leonardo quindi sarebbe stato necessario e risolutivo, stando a tali affermazioni, per dissabbiare il naviglio e permettere la defluenza idrica. Altro progettista della derivazione del naviglio fu senza dubbio Carlo dei conti di Castellamonte. Troviamo tale testimonianza nell'opera di Antonio Benvenuti, storico di Ivrea, il quale scrisse che nel 1563, rottisi per inondazione i margini del canale, questi si rese inservibile e quasi privo d'acqua, ciò sino al 1616, anno in cui, per ordine di Carlo Emanuele I, su disegno del signor Carlo di Castellamonte "si rifece come al presente" (ciò fu scritto alla fine del 1700). Il naviglio non ricominciò a funzionare se non molto tempo più tardi.

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Il tracciato del naviglio di Ivrea


Il naviglio deriva le sue acque dalla Dora Baltea, presso Ivrea, a 237 m. sul livello del mare, serpeggiando con delle pendenze che vanno dallo 0,60 ad 1,50 m./km. lungo l'anfiteatro morenico con direzione nord-sud. Giunge al passo di Mazzè ad un livello di circa 20 m. superiore al fiume che gli ha dato origine. Di qui continuando a svolgersi lungo la declinante parete della collina morenica, sbocca a livello della pianura presso il caseggiato della Rocca a m. 224 sul livello del mare, ove cambia bruscamente direzione volgendosi verso nord-est sino a raggiungere Santhià. Dopo questa località, assunta la nuova direzione di sud-est, prosegue per Vercelli . La sua lunghezza totale è di km.73,920.

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Il naviglio di Ivrea via del sale


Nel corso della sua travagliata storia il naviglio, più volte sacrificato alle bizze dei regnanti ed alle alluvioni che lo resero inservibile, non tralasciò comunque di adempiere al suo compito primario ; con barche o con carri il naviglio servì sempre come mezzo di comunicazione, e dal "Canalis" sappiamo che per causa del cattivo stato delle strade esso fu, un tempo per Ivrea, "la via del sale". Mentre dal "Tesauro", in relazione all' assedio di Ivrea (aprile 1641) da parte delle truppe francesi del marchese d'Harcourt , in guerra contro il ducato di Savoia , sappiamo che i francesi alloggiarono nel canale arenato e disattivato.

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Il naviglio di Ivrea : conclusione


E' evidente comunque che questa via d'acqua, concepita forse inizialmente per soddisfare esigenze di comunicazione, ha senza dubbio costituito più tardi l'inizio di una razionale irrigazione nel Piemonte, alla quale l'odierna agricoltura deve in gran parte la sua realizzazione. Ma vi è di più, l'irrigazione nel vercellese è stata, grazie al naviglio di Ivrea, il mezzo attraverso cui si sono bonificati molte centinaia di ettari di territorio, ed ancora oggi troviamo conferma di questa tesi nella bonifica della Baraggia Vercellese.

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II CANALE DEL ROTTO


Di data antecedente la costruzione del naviglio di Ivrea risulta la costruzione del canale del Rotto, voluta da Giovanni del Monferrato nel 1400. La tradizione fa risalire ai monaci cistercensi di Lucedio il merito di aver introdotto e diffuso la coltura del riso nella loro abbazia e in tutto il Vercellese. È attribuibile anche al loro intervento la costruzione di uno dei canali fondamentali per l'agricoltura vercellese, il canale del Rotto. Infatti una violenta piena del fiume Dora Baltea, aperse un varco nel territorio di Saluggia, definito Rotto. I Marchesi del Monferrato ne approfittarono per costruire il noto canale; in quegli anni l'abbazia di Lucedio era sotto il patronato dei Marchesi del Monferrato e i monaci intervennero nella costruzione, garantendosi i due terzi della proprietà e godendo in modo privilegiato dell'acqua per le loro risaie. La presa originaria del canale nel territorio di Saluggia, fu spostata, in seguito a breve distanza dalla derivazione del Canale Depretis. Il Rotto viene attualmente alimentato da scaricatori del canale Depretis in prossimità dell'Elevatore idraulico di Cigliano.

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LA ROGGIA DEI BOSCHETTI


Di epoca antecedente la costruzione del naviglio di Ivrea si presume sia anche la Roggia dei Boschetti. Ciò si deduce dal fatto che, derivando la roggia le proprie acque dalla Dora in località "La Benna", con l'avvenuta costruzione del naviglio di Ivrea, quando il fiume diminuiva sensibilmente la propria portata, le acque venivano esclusivamente incanalate nel naviglio, lasciando a valle il letto del fiume e quindi anche la Roggia dei Boschetti asciutta . Gli agricoltori di Mazzè, le cui campagne venivano irrigate in gran parte dalla Roggia, rivendicarono un antico diritto ad usufruire sempre e comunque di una certa quantità d'acqua indispensabile alle coltivazioni. Furono quindi disposte due bocche attigue alla diga di derivazione del naviglio, sulla Dora, ad Ivrea, che assolvevano appunto al compito di assicurare una misura (modulo) anche in caso di scarsità d'acqua.

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LA ROGGIA NATTA


Per tornare alla storia documentata, si sa per certo che nel 1723 venne costruita la Roggia Natta in territorio di Rondissone e che, secondo la domanda di riconoscimento, deriva una portata massima di 4500 litri al secondo ed irriga circa 1814 ha di terreno, dei quali , 1600, in territorio di Verolengo, ed il rimanente nei territori di Rondissone, Saluggia, Mazzè.

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LA LEGISLAZIONE SABAUDA SULLE ACQUE DI USO AGRICOLO


Nel 1567 il duca Emanuele Filiberto, allo scopo di unificare l'amministrazione delle acque, istituiva un magistrato speciale per le acque. Carlo Emanuele I, con un decreto (15/1/1584), crea la prima legge sulla espropriazione di terreni per pubblica utilità, nel caso in cui si debbano attraversare con opere di canalizzazione. Con decreto del 3 settembre 1619 Carlo Emanuele ordina il "consegnamento" di tutti i fiumi, torrenti, stagni, laghi, bialere, onde stabilire quali fossero le acque demaniali e quali quelle private e perciò decretare le disposizioni da osservare sulle derivazioni d'acqua, introducendo nella prima metà del secolo (1600), apposite leggi che regolavano le forme di adacquamento (domande di adacquamento). Pure in tale secolo, furono emessi numerosi decreti per impedire le inondazioni e le corrosioni dei fiumi. Furono istituiti dei roggiari preposti alla vigilanza dei canali e delle loro opere di presa, i quali dovevano anche occuparsi della giusta distribuzione delle ruote.

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IL CANALE DI CALUSO E LA ROGGIA DI MAZZE'

Nei primi anni del 1500, il Canavese divenne provincia francese, e Mazzè veniva da questi occupata nel 1536, per mezzo del loro capitano di ventura Torregiano. La trattennero per poco, perché vi subentrarono gli Spagnoli comandati da Cesare Maggi di Napoli che accorso al contrattacco, scacciava da Mazzè, Emilio Greco, che Torregiano vi aveva posto come governatore. In quell’occasione fu concesso ai Francesi, che si erano assestati sulla linea della Dora Baltea, di uscire da Mazzè con tutte le loro armi ed il loro equipaggiamento. 

Gli anni che seguirono, non furono migliori, perché gli avvenimenti succeduti non mutarono affatto il volto della contesa franco-spagnola. L’ostilità fra i due belligeranti fu una profonda piaga per la nostra popolazione e per i nostri Comuni, finchè nel  nel 1554 i Francesi , dopo un primo tentativo fallito, si portarono all’assedio di Ivrea.

Si distinse allora un brillante ufficiale francese, Carlo Cossé conte di Brissac. Favorito dai Piemontesi, che erano stanchi del giogo e della prepotenza degli Spagnoli, concentrò su queste campagne un esercito forte di 18.000 fanti e 12.000 cavalli, e nel mese di dicembre di quell’anno, mosse all’assedio della città eporediese. Gli Spagnoli, inferiori per numero e per armamento, furono costretti a cedere e ad abbandonare  la città alla volta di Vercelli.

Intanto la Francia rimaneva padrona del Piemonte e si fortificava nelle città più importanti.

Il generale Brissac, divenuto poi maresciallo per i brillanti servizi resi al suo paese, rivolse le sue mire su queste terre e, dopo un richiamo in Francia, ritornò, scegliendo come sua dimora e residenza, il feudo di Caluso, di cui si era invaghito.

Fu colpito dalle tristi condizioni delle campagne e dalla povertà dei suoi abitanti. Studiò il modo di trarre Caluso e le terre circostanti dalle ristrettezze  e dalla miseria in cui languivano, e fece elaborare un piano per irrigare l’arida campagna.

Ottenuto l’autorizzazione del suo sovrano Enrico II, il quale amava definire il Canavese  “Il bel paese di conquista”, acquistò subito i terreni necessari e fece scavare l’alveo per immettervi le acque che avrebbe poi fatto derivare dal fiume Orco, nei pressi di Spineto, vicino a Castellamonte.

Caluso vide  il canale in funzione verso la fine dell’anno 1559 e ne trasse subito un enorme beneficio.

Quando le truppe francesi sgombrarono definitivamente il Piemonte, il Brissac cedette le prerogative sul canale di Caluso a certa Anna di Alençon, marchesa di Monferrato. 

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LA ROGGIA DI MAZZE'

 

Oltre due secoli più tardi, nel 1765, a questa “bealera” venne collegata la roggia comunale di Mazzè, dopo aver ottenuto la concessione di una ruota d’acqua derivata dal canale, per l’irrigazione delle sue terre.

L’11-12-1765, infatti, la Comunità di Mazzè ebbe la facoltà di estrarre dalla “ bealera di Caluso”  una ruota d’acqua (12 once) per “...condurla nel territorio della Comunità e destinarla nel modo migliore che fosse stato stimato a vantaggio del pubblico”.

Le spese incontrate per l’acquisto del terreno e per l’escavazione del canale di irrigazione, e la tassa annua fissata dalle R.Patenti, rappresentarono allora un pesante onere, sia per la popolazione che per il Comune, che accettò e assunse tutti gli impegni.

Le dichiarazioni e le condizioni nel documento originale , rappresentano ancora oggi, le clausole comprovanti un diritto che Mazzè gode da circa duecento anni, e che regolano tutt’ora questo corso d’acqua comunemente denominato “Roggia di Mazzè” . Esse dettano testualmente:

1° “che la derivazione d’acqua suddetta si eseguisca bensì in quel territorio e sito che detta Comunità crederà più conveniente per condurla alla sua destinazione, ma però il bocchetto  o sia regolatore per l’estrazione dell’acqua dalla bealera, debba essere costrutto e mantenersi dalla Comunità nella forma che verrà giudicata prescritta dal Perito deputato per parte del Regio Patrimonio”.

2° ”che le spese della derivazione e formazione del bocchetto suddetto e così tutte le altre che potranno esse necessarie per condurre l’acqua alla sua destinazione, siano interamente a carico della Comunità.

3° “ che la concessione dell’acqua suddetta si intenda continua, salvo in tempo della curatura dei detta “bealera”, e in casi di indispensabili riparazioni d’essa cagionate da qualche particolare incidente. E tale concessione mediante l’annua somma di lire 2 mila da corrispondersi da detta Comunità alla Regia Finanza in fine di ogni anno principiando dal prossimo anno 1766”.  

   
            

Tratto Dal libro "Mazzè memorie della mia terra "di Francesco Mondino.   

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Dall'ipotesi di un progetto grandioso, alla costruzione del Canale Depretis


Il Conte di Tonengo, verso il 1780, chiamò dall' Olanda uno speciaslista di progetti idraulici, il quale espose un grande progetto che poco si scostava da quello del 1608 (spurgo nel lago di Viverone e riversamento delle acque nel Sesia). Scopo di tale progetto era semplicemente quello di portare l'acqua della Dora Baltea (abbondante nei mesi caldi per lo scioglimento delle nevi) a rimpinguare il Sesia che diminuisce la propria portata nella stessa stagione. Tale progetto non si concretizzò e anziché costruire un canale che potesse valicare l'Elvo e il Cervo, si addivenne alla costruzione del Canale di Cigliano (ora Depretis), che fluisce nell'Elvo, anziché partire da Ivrea, venne dedotto molto più a valle, a Mazzè. Fu proprio a seguito di un regio biglietto o decreto del 21/1/1783 che Vittorio Amedeo III ordinò la costruzione del canale (della portata di 20mc/sec). Dopo quattro mesi il canale, con portata ridotta a 18mc/sec era terminato. Fu attivato però soltanto nel 1785 e fu denominato Canale di Cigliano, nome che venne tramutato nel 1887 in Canale Depretis. Nel 1858, grazie all'intuito del progetto, il canale fu ampliato ad una portata di 45 mc/sec.

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Elevatore Idraulico di Cigliano


Nel 1889 entrava in funzione l'importante Elevatore idraulico di Cigliano, che  permette di elevare l'acqua fino alla frazione di Gerbido dando origine al Canale Consorziale di Cigliano. L'
acqua discesa per mezzo di un primo condotto dal Naviglio dì Ivrea, al piano delle pompe, entra in queste e risale per il secondo condotto, il quale comunica con il primo per mezzo appunto delle pompe, sino alla stessa altezza da cui è scesa per la legge fisica dell'equilibrio dei liquidi in vasi comunicanti. Giunta a questa altezza, le pompe agiscono su di essa e con la pressione esercitata, la spingono forzatamente sino all'estremità superiore della condotta, dalla quale passa in apposito bacino detto di scarico. La differenza di livello tra: pelo estivo del Naviglio di Ivrea e il locale pompe, è pari a m.20,10. La differenza di livello tra il locale pompe e il pelo d'acqua del bacino di scarico, è di m.40,10. Quindi il dislivello tra il pelo estivo del Naviglio d'Ivrea e il pelo acqua del bacino di scarico, è pari a m.20. Sono solo quindi, questi 20 m. che necessitano di una spinta per giungere a destinazione. Questa spinta, viene fornita dall'elevatore. L'acqua per forza motrice, necessaria a far funzionare le pompe, viene fornita dal Canale De Pretis.

VISIONE GENERALE DELL'IMPIANTO

 

 

 

 


Il ruolo politico del Cavour


Una svolta decisiva all'irrigazione della nostra zona fu data dal Cavour. Il ruolo fondamentale svolto dallo statista fu soprattutto politico. I canali derivati dalla Dora appartenevano al demanio, che li affittava per contratto ad appaltatori. Costoro, in gran parte speculatori, subaffittavano i cavi a proprietari e coltivatori della zona lucrando profitti e creando una situazione di conflitti permanenti. Cavour propose di riunire tutti gli utenti in un'unica associazione che fosse concessionaria delle acque demaniali e ne amministrasse la distribuzione per conto proprio. Nel 1853 scadevano i vecchi contratti di concessione agli appaltatori e il Cavour, che era riuscito nel frattempo a costituire le associazioni degli utenti potè illustrare e chiedere l'approvazione della legge con cui si concedevano le acque della Dora Baltea. Si erano venute a creare così le premesse legislativo-politiche entro cui si potè sviluppare il progetto del Canale Cavour.

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Il Canale Cavour


Nel 1869 veniva aperto il Canale Cavour, il cui lontano progetto era già stato concepito da padre Tommaso Bertone da Cavaglià nel 1633. Derivato a Chivasso dal Po confluisce nel Ticino dopo un percorso di 82 km. capace di 200 mc/sec di portata con uno sviluppo di 450 km. di canali per i tronchi principali e 754 km. per quelli secondari. E' in grado di rendere irrigua una superficie di 20.000 ha. Il canale Cavour modificò totalmente le condizioni agricole piemontesi, tant'è che la produttività della terra raddoppiò e in certi casi triplicò. Il possibile sfruttamento intensivo del terreno fece nascere una nuova popolazione operaia rurale, con le stesse caratteristiche sociali dei lavoratori dell'industria.

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La fine della I guerra mondiale


La fine della I guerra mondiale non portò al paese quei cambiamenti che, in particolare, gli agricoltori si aspettavano. Era stato loro promesso, quale indennizzo di guerra, terra da coltivare. Trovarono invece al ritorno dal fronte, contratti da fame, imposti dai latifondisti che in gran parte trascorsero la guerra in salotto.
Gli agricoltori si ribellarono, al loro fianco si schierarono i socialisti. Ben presto, comunque, al verificarsi di scioperi continui, i proprietari favorirono l'insorgere del fascismo. Fu ristabilita la pace sociale. Il regime, inizialmente promosse un'intensa e capillare azione di bonifica su tutto il territorio nazionale.

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La sconfitta della bonifica integrale


Il 12 settembre 1929 viene nominato segretario per l'agricoltura con competenza per i problemi della bonifica integrale Arrigo Serpieri. Nel 1934 il Serpieri viene esonerato dalla carica. La sua linea, di rigorosa applicazione della legislazione sulla bonifica, viene sconfitta, poiché comportava l'esproprio per i proprietari inadempienti. In un discorso del 12 dicembre 1934 denuncia gli interessi privati dei proprietari che tendevano a sottrarsi agli obblighi e ai costi derivanti da un'applicazione piena della legge. Nella posizione del Serpieri si esprimeva certamente un momento di elevato senso politico, ma sicuramente, era troppo, per un governo che badava solo agli interessi di alcuni ceti , sui quali si basava poi lo stesso governo.

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Il Consorzio irriguo di Chivasso


Il Consorzio irriguo di Chivasso provvede alla distribuzione idrica nel proprio territorio, scarsamente irrigato in precedenza dalle ultime propaggini del Canale di Caluso. Tale consorzio, nato nel 1921, acquisì nel 1926, dal consorzio irriguo di Caluso la concessione reale del 1923 di derivare dalla Dora Baltea 2270 l/m/s per irrigare il comprensorio dei comuni di Rondissone, Torrazza, Verolengo, Chivasso, e Montanaro. Benchè nel 1921 si fosse iniziato a Mazzè l'impianto di elevazione (detto di Villareggia), il Consorzio di Chivasso non potè attendere e provvide alla costruzione di un nuovo impianto con quattro gruppi elevatori, ciascuno dei quali in grado di sollevare 800 l/m/s d'acqua per un'altezza di 34 m. L'opera che comprende 17 km. di canale, terminò il 15 maggio 1928, dopo solo sette anni di lavoro, e già in quell'anno provvide all'irrigazione di 2000 ha mentre l'anno successivo ne comprendeva già 3000.

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Dal libro " LA DIGA DI MAZZE" (inedito) di Francesco Mondino


Gli organismi che si preposero alla realizzazione della diga di Mazzè


Nel 1910 si costituisce il Consorzio irriguo di Villareggia, per unire i proprietari terrieri dello stesso paese e di Moncrivello,Cigliano, Maglione, Borgo d'Ale, Alice Castello, e Cavaglià. Primo presidente sarà l'avvocato Angiono Foglietti. Il programma, che indicava di derivare 24 moduli d'acqua (1 modulo equivale a 100 litri al secondo) dal fiume Dora Baltea "per l'irrigazione con mezzi meccanici" di una superficie di 3120 ha circa, entrava finalmente nella sua prima fase operativa. In seguito nasceranno i consorzi di Mazzè e di Chivasso per la parte non irrigua situata sulla sponda destra della Dora Baltea. Un decisivo apporto all'opera fu dato dalla "Società Anonima" costituitasi in seno alle officine meccaniche e metallurgiche di Caluso.

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Progetto e costruzione della diga di Mazzè


Dai consorzi irrigui e dalla Società Baltea, costituitasi legalmente nel 1920, furono promosse tutte le iniziative che dovevano portare all'esecuzione del progetto della diga di Mazzè, elaborato dai fratelli Tartaglia Giuseppe e Giovanni, dall'ingegner Italo Bertoglio e, per le strutture in cemento armato, dall'ingegner Alberto Pozzo. I lavori di costruzione ebbero inizio nel 1921 e l'esecuzione dell'opera continuò per tutto il 1922. Le opere di carattere stabile furono essenzialmente due : la traversa mobile vera e propria, portante nella parte superiore la struttura di cemento armato che serve da sostegno e di manovra delle paratoie e delle tubazioni; poi l'edificio della centrale destinato al controllo delle turbine, delle pompe degli alternatori e dei collettori dell'acqua sollevata. A queste opere maggiori si aggiunsero quelle più generali per la formazione del bacino (tra cui lo sfioratore a monte della centrale). Allo spirare dell'anno 1922, la diga di Mazzè , poteva dirsi realizzata. La messa in carica del bacino avveniva il 1/12/1922.

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Il dramma che funestò la realizzazione della diga


Nella notte tra il 13 e il 14 agosto 1924 una improvvisa quanto inopinata piena della Dora Baltea scosse tremendamente la struttura della diga. Le acque del fiume, precipitarono con irruenza, contro i manufatti che subirono un urto formidabile. La diga fu scavalcata dalle acque che premevano da tutte le parti, i muri di contenimento iniziarono a dare segni di cedimento, lasciando fuoriuscire da grosse crepe flutti d'acqua schiumosa. Gli uomini di servizio , assediati da quella improvvisa inondazione, fecero quanto loro in grado per alleggerire la diga dalla forte pressione, ma i loro sforzi furono frantumati dalla fatica e dagli elementi che turbinavano tutt'intorno. Qualche scossa più forte fece gemere, nel bacino di carico, lo sfiatatore, un resistente muro in cemento armato sorretto da grandi pilastri. Poi , uno squarcio terribile, un boato assordante e di quel muro non restò che qualche moncone emergente dall'acqua limacciosa. In quel disastro persero la vita l'ingegner Alberto De La Forest De Ivonne, direttore dello stabilimento, e Vittorio Casali, capo tecnico.

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Il progetto di ristrutturazione e consolidamento della diga di Mazzè

 


La nuova opera fu concepita dall'ingegner Euclide Silvestri, titolare della cattedra di idraulica alla R. Scuola di ingegneria "Politecnico di Torino", che apportò sostanziali modifiche all'impianto e lo completò con la costruzione di un nuovo scaricatore sul lato destro della centrale, in corrispondenza del varco che l'acqua aveva aperto . Il lavoro si protrasse fino al 1928. Le varianti apportate dal nuovo progetto furono rilevanti, e consistettero, nella elevazione dei pilastri e delle spalle di m. 2,50, nella sostituzionedi 40 paratoie verticali , parzialmente preesistenti con altre 10 paratoie verticali, parzialmente automatiche, nel rafforzamento della platea stessa con sovrastrutture in cemento armato, nella costruzione di un nuovo edificio scaricatore, oltre ad altre modifiche e perfezionamenti che interessarono le apparecchiature elettroniche "in genere".

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L'intervento della Cassa di Risparmio di Torino ruolo e significato

 


Quando al termine dei lavori di consolidamento della diga fu riattivata la gestione dell'impianto, sugli organi responsabili si abbattè una grave crisi finanziaria. Il consorzio non era più in grado di assolvere ai propri impegni. Il fiato si fece grosso, i problemi, ormai fuori dalla portata della amministrazione consorziale agitavano i sonni degli uomini , il rischio imprenditoriale era andato oltre il previsto. Questa crisi aveva già avuto qualche grosso effetto negativo fin dal 1927 con lo scioglimento dell'amministrazione consorziale e la nomina di un commissario straordinario . Erano in pericolo la continuità di esercizio dell'impianto e la posizione degli agricoltori consortisti, sulle cui proprietà incombeva la minaccia del pignoramento. Fu la Cassa di Risparmio di Torino, il maggior istituto creditore nei confronti del disciolto consorzio, a prendere le redini in mano e a trarre d'impaccio gli agricoltori. Trasformatasi da finanziatrice a diretta concessionaria, seppe riorganizzare la complessa gestione lasciata dai vari organismi affermando con autorità e competenza un vasto programma di bonifica economica ed agraria.

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Le caratteristiche attuali dell'impianto

 


La complessa struttura è costituita da diverse parti così sintetizzabili:
L'edificio principale di presa, lungo m.77,50 che presenta 5 campate divise in altri setti intermedi di 10 luci
L'edificio scaricatore, costruito dopo l'infortunio del 1924, con criteri uguali a quelli della traversa mobile.
E' diviso 5 campate, senza alcun setto intermedio.
Gli elementi di ritenuta sono costituiti da paratoie di uguale larghezza, con sfioratori automatici come nell'edificio principale.
L'edificio della centrale propriamente detta, che ha una superficie di 990 mq e una cubatura di 17.820mc.
Esso comprende le camere di carico delle turbine, il salone principale delle macchine, la sala dei comandi idrodinamici per le paratoie quella degli accumulatori elettrici, le officine di riparazione i magazzini , gli uffici.
Le caratteristiche costruttive delle turbine permettono di sfruttare una caduta massima di m.6,60 e una portata massima di25000 l/s alle turbine sono accoppiate altrettante pompe per il sollevamento dell'acqua per l'irrigazione, identiche sono calcolate per una portata di 1200 l/s ad una prevalenza di 60 m. Completano il complesso macchinario innumerevoli apparecchiature ed impianti.

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L'immagine dell'impianto di irrigazione di Mazzè in Italia e in Europa

 


Come esperimento di elettro-irrigazione con sollevamento d'acqua a grandi altezze, l'impianto di Mazzè fu considerato uno dei più importanti d' Europa. Nelle sue caratteristiche costruttive e meccaniche si rilevò il risultato di un'alta tecnologia e rappresentò una conquista di ingegneria idraulica di grande valore. Considerato fra i maggiori e più caratteristici d'Europa , divenne palestra di insegnamento attirando molti studiosi e dirigenti di importanti settori economici. Fu un punto di riferimento di grande significato e, di volta in volta, visitato, oltre che da professori e studenti di politecnici, anche da molti stranieri. Accolse così, delegazioni di vari paesi europei , asiatici e dell'America meridionale, Francia, Jugoslavia, India, Cina, Uruguay, e poi molte personalità politiche e non . Un'opera dunque, che aveva espresso compiutamente il suo significato.

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Dalla ricostruzione post-bellica ad oggi

 


Il consorzio di bonifica operò come ricostruttore delle opere distrutte o danneggiate dalla guerra, poi come ausiliario dell'intervento di riforma agraria, nella predisposizione delle infrastrutture necessarie alle nuove aziende agricole, poi ancora come agente di sviluppo nel grandioso programma per le irrigazioni intraprese nel mezzogiorno, a seguito della costituzione della cassa per il mezzogiorno, ed in altre regioni, a seguito dei finanziamenti pluriennali istituiti a partire dal 1961, con i piani verdi. Con l'istituzione delle regioni i consorzi assunsero nuove prospettive. Consorzi, regioni, bonifiche, politiche del territorio, restano comunque istituzioni che assumono ora, connotati diversi, al cospetto della politica agricola della sempre più allargata comunità europea.

 

LIBRETTO ILLUSTRATIVO SULLA CENTRALE IDROELETTRICA DI MAZZE' (1928)

 

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Foto della mostra

 

Foto eseguite nel 2011 con descrizione dell'impianto

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REGIONE PIEMONTE BU25 23/06/2011

Deliberazione della Giunta Regionale 6 giugno 2011, n. 32-2149 Progetto di riforma degli impianti di proprieta' regionale sulla Dora Baltea in comune di Mazze'.

Lavori urgenti ed indifferibili relativi alla ricostruzione e messa in sicurezza dello scaricatore per un importo massimo di spesa di 13.859.720,41 euro.

 

Interventi sulla diga di Mazzè sulla Dora Baltea

(IL DOCUMENTO COMPRENDE ANCHE FOTO DI LAVORI ESEGUITI SU ALTRI IMPIANTI)

 

Formazione storica del reticolo idrografico del Vercellese