PIETRO AZARIO

DE BELLO CANEPICIANO

(1312-1367)

Mappa della spartizione del Canavese in casati

 


Le tappe fondamentali

della storia di Mazz

dal 1100 al 1800


Tratto dal libro 

"Mazz memorie della mia terra " 

di

Francesco Mondino

 

Nota

vedi testo
"Di questo documento, databile tra il 1740 e il 1744, manca
l'originale
e l'unica trascrizione è contenuta nella "Collettanea Maxini"
una
collezione privata di antichi documenti ad uso della famiglia Valperga
Masino, ed è certamente un falso. Esiste una discrepanza tra la data
della bolla e quella della morte di Enrico IV. Nel 1110 questo
imperatore era morto e le caratteristiche (quarto anno di regno) si
addicono al figlio Enrico V. Poichè i Valperga si dichiaravano feudatari
imperiali, un simile errore è abbastanza incomprensibile. Pare però che
in origine questa bolla fosse indicata come una riscrittura di una
precedente emessa da Enrico IV nel 1100. Ma la presenza nel testo del
termine "valpergato", vocabolo usato solo a partire dal XIII
secolo, ne
infirma completamente l'autenticità. Il documento ha comunque qualche
interesse perchè recepisce tradizioni familiari di qualche importanza
storica della casata dei Valperga e fu usato dal conte Carlo Francesco
Valperga Mazzè nel corso di una causa.
In realtà l'infeudamento dei Valperga Mazzè si deve all'imperatore Federico II di Svevia
che nel 1237 li creò signori del Borgo e della Dora Baltea dalla Pietra Mora ai Rastelli di Saluggia,

nominandoli parimenti conti di Mazzè. "

Livio Barengo



L’epigrafe murata nel castello di Mazzè nel 1859, richiama i “DCC anni di vita castellana e guerriera”, dandoci un’esatta rispondenza colle notizie che abbiamo intorno a questo centro, e che sono contenute in un diploma di Arrigo IV, (successivamente alla stesura del testo del Mondino e alla sua prematura morte, è risultato che questo diploma è un falso d'autore, vedi nota sopra) dato a Ivrea nelle calende del mese di dicembre dell’anno 1100, con il quale vengono riconosciuti alcuni privilegi in favore di Guido e Ottone Valperga, Conti del Canavese: “ Quocumque nomine juste et rationabiliter tenent et possident in toto Canavisio, cum castris, villis, locis, caslibus, terris, possessionibus, territoriis, districtibus, juribus, jurisdictionibus, propietatibus et pertinentiis quibuscumque, Valpergiae, Valpergatus, Masini et Massadii, Candiae at Castiglioni…”
Il diploma di Arrigo IV, dopo aver indicato i feudi di cui erano investiti i Valperga, specifica anche i beni e le attività che costituivano il pacchetto delle prerogative a favore dei nobili, sotto forma di:” …concessione bonae monetae, furnis, molendinis acquis acquarumque decursibus, psicationibus et venationibus, mercatis, fodris, bannis…” sottraendo agli abitanti del luogo, il libero e autonomo uso delle principali fonti di vita. Da ciò si deduce, dunque, che questi erano sottoposti ad una stretta sudditanza, oltrechè al preciso obbligo di servirsi esclusivamente degli “artifici” e delle industrie dei nobili, per i loro bisogni e per il loro sostentamento.

 

Il rinnovo delle investiture del feudo di Mazzè ai nobili Valperga, si ritrova successivamente, dopo la pace di Costanza, conclusa nel 1183 tra Federico Barbarossa e i Comuni Lombardi, quando crebbe in potenza la dominazione dei Baroni in Italia. I Conti, divenuti poi Duchi di Savoia, Vicari dell’Impero, e investiti dell’intera giurisdizione del Canavese, riconobbero e riconcessero ai Valperga di Mazzè, con vari diplomi, l’intero feudo di questo luogo.

 

 

Verso l’inizio del secolo XIV, tra i signori di Mazzè e i Principi di Savoia, nascono profonde discordie e contrasti per la pretesa di questi ultimi, di ottenere dai Valperga, atto di sottomissione e di fedeltà. Reinero e Bertolino da Mazzè, con un accordo del 21-12-1313. convengono, anche a nome dei loro fratelli, di prestare fedeltà ad Amedeo Conte di Savoia e al Principe Filippo d’Acaja, richiedendo in cambio, oltre che protezione ed aiuto, tutte quelle concessioni che”…eventualmente dovessero essere concesse ad altri nobili”.

 

 

Si riconfermano, poi nel tempo, tutte le prerogative concesse con il diploma di ArrigoIV: prima a favore del Conte Guglelmo, il 9 giugno 1317, poi a Pietro di Mazzè da parte del Conte Aimone di Savoia, con patenti del 6-2-1341, a Giovanni di Mazzè e altri in data 27 gennaio 1372, ad Antonio di Mazzè e altri l’8-10-1379 e il 4-6-1384: in seguito, ancora con l’imperatore Sigismondo, il quale, volendo rimunerare e riconoscere la fedeltà e l’opera del castellano Giorgio Valperga per la difesa della fede cattolica e dello Stato, detta a Vienna. Il 24-7-1430, tutti i diritti di cui viene investito: “ Cum poderio castri Massadii et totius eius Castellaniae, Quadroni, Castri Castiglioni et Candiae, cum tota eius jurisdictione, loci Rondezoni…”; più avanti con Ludovico di Savoia il 17-6-1441, quando i nobili di Mazzè, Tommaso e Giorgio dei Conti di Valperga, gli rendono omaggio di fedeltà, e nel 1654 ad opera del Duca Carlo Emanuele.

 

 

L’ultima investitura è quella del 7-7-1787. la quale dimostra che, nella persona del Conte Francesco Valperga di Mazzè, si era raccolta la piena giurisdizione feudale del luogo con tutte le ragioni indicate nei precedenti diplomi.

 

 

Di questo ramo, da cui ne uscirono tanti altri minori, tra cui i Masino, i Marchesi di Caluso, i Monteu, ecc., le notizie esistenti, non trascurano i personaggi più importanti e , fra essi, Catalano (1448), Dama Margherita (1528), il Conte Francesco (1662). Il Conte Tommaso (1666) il Conte Antonio (1710), e infine, l’ultimo dei Valperga, il Conte Francesco, col quale si estinse, nel 1840. il ramo.

 

In mezzo a passioni e intrighi, a discordie e a reazioni, i Valperga si trovarono spesso ad affermare il loro potere con alleanze e patti, che li allinearono alternativamente, a seconda degli interessi in gioco, ora con gli uni ora con gli altri dei più potenti. Dopo una prima cessione fatta al Comune di Vercelli (1141), tornarono a vendicarle , per creare un colonnellato, ed in seguito si unirono in consortile con i Biandrate, (1268) per muovere le ostilità contro i conti di San Martino.

Nel 1168 si formò una lega fra i conti del Canavese, con lo scopo di stringere patti, e muovere guerra. Essa era principalmente rivolta contro i marchesi di Monferrato, che aspiravano a signoreggiare su queste terre. Non ebbe però vita duratura. Ben presto cominciò a sgretolarsi, soprattutto per motivi politici, che avevano la loro causa principale nelle continue ingerenze dei Savoia e degli Acaja, i quali volevano estendere le loro mire nel Canavese e imporre il loro dominio . Erano i tempi delle infauste fazioni tra Guelfi e Ghibellini, che diedero luogo a lotte funeste, non soltanto in Canavese, ma anche nel resto d’Italia.

 

In questi territori le lotte, le fazioni, gli intrighi generarono ostilità fra i San Martino e i Valperga, i primi di parte Guelfa, con l’alleanza dei Vescovi e delle Abbazie, i secondi di parte Ghibellina, cui erano alleati i Biandrate e i Masino, guidati dal marchese di Monferrato.
I marchesi di Monferrato, i Biandrate, gli Angioini, avevano tenuto questo territorio per circa due secoli, il XIII e il XIV, e durante questo periodo, Mazzè ebbe alterne vicende di sudditanza.
Vi fu un accordo intervenuto fra Guglielmo di Masino e Ardoino di Valperga nel 1193, per il quale il feudo di Mazzè venne assegnato a Reinero, figlio di Matteo il Grande, conte di Valperga, poi un atto di fedeltà al Vescovo di Ivrea, nel 1252, in base al quale, Ardizzone, Giovanni e Raimondo Grignardi di Mazzè, gli assicurarono le terre che si estendevano sulle rive del lago di Candia.

 

"La battaglia di San Romano"
Paolo Uccello (Paolo di Dono, detto)
Pittore (Pratovecchio (Arezzo) 1396 o 1397-Firenze 1475)

 

 
 

 

Le contese più accese si ebbero quando Filippo d’Acaja, guelfo, tentò di porre il proprio dominio su questi territori, (1323). Fervevano già allora aspri contrasti fra i San Martino e i Valperga, e non fu difficile per i primi cogliere questa occasione per rafforzare il proprio potere e la propria influenza.
Si allearono infatti, con gli Acaja, portando il peso e il numero delle loro varie casate.
Ma anche i signori di Mazzè non trascurarono i loro interessi e, pur considerando l’alleanza dei San Martino, loro dichiarati nemici, si appoggiarono agli Acaja per appianare le profonde divergenze che erano sorte con i signori di Castellamonte, di Vische e di Orio per il possesso dei castelli di Candia, di Carrone, e di Castellazzo, rimasti indivisi e oggetto di forti contese. In quel frangente, gli Acaja, con abile e studiata mossa, presero a cuore le rivendicazioni dei signori di Mazzè, e dopo aver allestito un esercito di uomini reclutati a Torino, Pinerolo, Moncalieri e Rivarolo, notificarono ai signori di Castellamonte, di Vische e di Orio, che avrebbero considerato ribelli, tutti coloro che si fossero comportati da nemici verso quelli di Mazzè.
Questo intervento ebbe momentaneamente il suo effetto, e i vari contendenti si riunirono per concludere un compromesso di pace col Principe. Dal modo in cui si svolsero in seguito gli eventi, pare che tale compromesso non abbia soddisfatto pienamente i Conti di Mazzè, perché questi, nel 1338, passarono nelle fila dei Ghibellini.
 

Alla morte di Filippo d’Acaja, avvenuta a Pinerolo il 25 settembre 1334, i contrasti si accentuarono. Il figlio Giacomo, che gli successe, marciò contro Giovanni II di Monferrato, con lo scopo di conquistare Caluso. Una congiura, ordita ai danni di Giacomo d’Acaja, venne sanguinosamente repressa, e il capo dei congiurati, certo Botta di Stefano, venne trascinato per le vie di Caluso e impiccato con molti altri suoi compagni.
Forse per l’infedeltà dei Valperga, dapprima alleati degli Acaja e poi passati nella schiera dei Ghibellini, forse per fiaccare la loro forza e portarli nuovamente al rango di gregari, Giacomo ordinò alle sue truppe di marciare su queste terre.
Il 9-9-1338, con una lunga marcia notturna, raggiunse Foglizzo, invase le sue terre e le sue case e l’incendiò, poi si riversò su Mazzè, saccheggiando tutto ciò che trovò sul suo cammino, depredando la popolazione, uccidendo molti dei suoi abitanti e distruggendo i mulini.
Qualche giorno dopo riservò la stessa sorte a Candia e Mercenasco. Molte persone, che gli avevano resistito, trovarono la morte sul campo, mentre i superstiti furono portati a Torino come prigionieri.
 

 


La vendetta di Giovanni II di Monferrato e dei Valpergani, intanto, seminò nuovi lutti e nuove distruzioni. Per punire i misfatti di Giacomo e passare alla controffensiva, vennero assoldate in Lombardia (1339) bande di ventura. Il compito di formare questo esercito di avventurieri, venne affidato a Giovanni Azzario, zio del cronista novarese e autore del “De bello canapiciano”, che ebbe l’appoggio di Azione, Visconte di Milano.
La nuova truppa, forte di 300 uomini (barbutas trecentum), sotto la guida di certo Malerba ( un avventuriero tedesco di triste fama, il cui vero nome è Roberto Givert), penetrò nel Canavese (13-7-1339), varcando il fiume Dora attraverso un ponte di pietra allora esistente nei pressi di Vische. Alle truppe del Malerba, si associarono squadre di Valpergani, che a Vische diedero l’assalto al villaggio e al castello, incendiandoli.
Gli assalitori, incitati dai mazzediesi, nemici giurati dei San Martino, si riversarono poi su Sparatone, nei pressi di Caluso, il cui castello, adagiatesi su di un’altura, vicino al lago di Candia, fu raso la suolo (muros diruerunt).
 

Ma le scorrerie del Malerba e degli altri Ghibellini, suoi alleati, non si esaurirono qui. Ne soffersero Barone, le cui mura vennero abbattute e molta gente uccisa; Montalenghe, il cui castello dovette cedere all’irruenza dei nuovi arrivati;e ancora Orio, Rivarolo, le terre delle abbazie di San Benigno, i cui raccolti furono completamente distrutti; Favria, Front, Barbania.
Di fronte a tanto scempio e tanta distruzione, c’era da aspettarsi che i San Martino preparassero il momento della rivincita contro le forze del Valpergato e dei loro gregari.

 

 

L’occasione fu loro offerta dall’appoggio che i signori di Mantova, loro parenti, diedero in quel frangente, mandando cento barbute al comando di Saraceno Cremaschi. Questo condottiero, capitano di ventura anch’egli, si introdusse nel Canavese attraverso la Serra. Giunto a Cavaglià, riassettò il suo piccolo ma potente esercito. Passato alla controffensiva, mise a ferro e fuoco le campagne ed i villaggi dei Ghibellini, assaltando Valperga e Salassa, dove subì una dura sconfitta da parte dei Cuorgnatesi. Riversatosi nel basso Canavese, si scontrò con i Valperga, dove trovò la morte il conte Antonio Valperga.
 

Le acque si acquietarono un po’ quando il Cardinale Guglielmo Corti, per incarico del papa Clemente VI , concluse a Tortona (21 maggio 1343) una tregua d tre anni. L’inosservanza del trattato comportava pene severissime per i firmatari ( i Principi d’Acaja, i Visconti, i marchesi di Monferrato e di Saluzzo, i conti di Valperga, di San Martino, i signori di Castellamonte e di Vische), fra cui anche la scomunica.
 

Avevano, intanto, cominciato ad infiltrarsi anche i Savoia, cui ricorrevano molti feudi minori a tutela dei propri interessi. In una convenzione stipulata nel 1378, appare che il Conte Verde (Amedeo VI di Savoia) accordandosi con il marchese Secondotto di Monferrato, erede del padre Giovanni II, morto nel 1372, concede a quest’ultimo Verolengo e Caluso, riservando invece ai nobili della sua Casa i feudi di Leiny e di Mazzè.
 

Gli avvenimenti che seguirono per regolare i diritti, la libertà, la giurisdizione, non mutarono, tuttavia, gli animi esacerbati dei singoli contendenti.
Da parte di vari signori si rinnovarono le pretese per questo o quell’altro feudo, e anche per Caluso nacquero profonde discordie fra i Biandrate e i Valperga. In questa contesa si intromise anche certo Antonio di Mazzè , più noto come guerriero e guastatore. Egli pretendeva e rivendicava diritti su Caluso, per aver sposato Giovanna, figlia di Enrico, Signore di Caluso.
Dopo vane petizioni al Conte Verde, Antonio, vistosi trascurato nei suoi reclami e nelle sue richieste, meditò una feroce incursione nel Canavese, saccheggiando e depredando i possedimenti dei conti di San Martino, amici del Conte Verde.
Fra i centri maggiormente colpiti da Antonio, fu senza dubbio Vische, che subiva in quel tempo il suo secondo saccheggio. Egli venne qui di notte (1382), e avendo trovato una valida resistenza al castello, rapinò e spogliò l’intero villaggio appiccandovi poi il fuoco.
 

Ad una tregua seguita con la mediazione di Gian Galeazzo Visconti, il Canavese fu nuovamente scosso dalle prepotenze di Facino Cane, capo di bande mercenarie assoldate da Teodoro, succeduto a Secondotto di Monferrato. La causa o il pretesto di tali scorrerie, che degenerarono in crudeltà e violenze verso la popolazione e i loro beni, sembra da ricercarsi nella inadempienza di alcuni patti che erano stati stipulati fra Secondotto, quando era ancora in vita, e Amedeo VI. Teodoro dovette affrontare una dura battaglia, ma venne sconfitto sotto le mura i Chivasso (1387). Si rifece presto, occupando la contea di Caluso.

 

 

Durante le lunghe lotte per il possesso dei feudi canavesani, i signori di Mazzè furono largamente rappresentati nelle opposte fazioni.
Quando, ad esempio, Amedeo V si accordò con Filippo d’Acaja per eliminare i predatori che infestavano le contrade del Canavese, diedero il loro assenso anche Uberto e Bartolomeo de Mazadio. Nel 1313 i conti di Mazzè rendono omaggio al Conte di Savoia ; nel 1362 un Bertolino di Mazzè, col fine di danneggiare il marchese di Monferrato, consegna al duca di Milano, i vicini castelli di Candia e Castiglione; un Bernardo di Mazzè militava nella guerra del 1452 contro lo Sforza nelle schiere sabaude. Fatto prigioniero, venne sottratto con astuzia da Ludovico Valperga di Ropolo, suo acerrimo nemico, che volle sfogare il suo odio, sommergendolo nel Ticino.

 

Disegno per il dipinto "La battaglia di Anghiari"
Leonardo da Vinci (Vinci da Valdarno 1452-Cloux (presso Amboise) 1519)
 

 

Si stava intanto delineando la fine di un‘epoca tormentata e l’inizio di un periodo di relativa tranquillità.

 

"Allegorie ed effetti del buono e cattivo Governo"
Ambrogio Lorenzetti (Siena ?-Siena, forse1348)

 

 

Uno dei primi atti di questo segno di rinnovamento, fu l’accordo fra i vari nobili, per la definizione dei confini territoriali, ed i primi ad esserne interessati, furono i signori di Vische, che nel 1417 avevano ceduto alcuni beni feudali situati in quel Comune ad un certo Antonio della Valle di Mazzè.
Teodoro e Giovanni di Mazzè, inoltre, avevano una delicata vertenza che riguardava la linea di confine fra i due comuni.

 

 

Si pensò di affidare pacificamente la soluzione del problema al Consiglio ducale. Vennero nominati due arbitri, e dopo sopralluoghi, accertamenti e discussioni serene, venne concordato un atto di divisione (2-5-1438) con l’intervento di autorevoli personaggi, tra cui i conti di San Giorgio, di Castellamonte, di Agliè, di Settimo e di Masino. La cerimonia di stipulazione dell’attoebbe luogo in aperta campagna, in una regione denominata Follone, situata fra Mazzè e Vische, e in quella occasione vennero interrati quindici grossi termini di pietra, uno dei quali è ancora oggi visibile subito dopo il nucleo abitato della cascina Vallo, a qualche metro di distanza dall’ultimo fabbricato di proprietà di certo Rolfo Francesco.
Risulta che le autorità comunali dei due paesi, eseguivano ogni anno, con l’intervento del conte Valperga,una verifica per accertare la presenza e la stabilità dei termini, provvedendovi con opere di consolidamento e di misurazione.

 

 

Anche con la comunità di Rondissone venne stipulata una convenzione al termine di una lunga disputa relativa ai confini territoriali. Ad essa aderirono i rappresentanti del Duca di Savoia e del Duca di Mantova, che intervennero per porre fine ai contrasti e pacificare gli animi e per definire i confini fra i due territori colla posa dei termini.

 

 

Il Canavese diventa provincia francese


Dopo un periodo di relativa calma e tranquillità, ecco un nuovo mutamento di scena.
Il secolo XVI vedeva nuovamente queste territori sconvolti dagli avvenimenti che impegnarono Francia e Spagna in guerre fratricide. Rivelandosi una superiorità del dominio francese in Italia, apparvero subito deboli i patti precedentemente stretti tra queste due potenze. Fu subito chiaro che la lotta per la supremazia in Italia da parte dei principi italiani non era affatto cessata, ma si era trasferita a due potenze straniere, che si sarebbero conteso il predominio sul nostro suolo, con la perdita della nostra libertà.
 
 
La scintilla che provocò la guerra nella sua prima fase, fu l’azione di Francesco I di Francia , che aveva fornito aiuto al re di Navarra, il quale appoggiava i ribelli alla corona spagnola. Inoltre, i francesi erano entrati nelle Fiandre e, durante le loro scorrerie e i loro saccheggi, erano stati più volte respinti.
Già nel 1516, dopo la pace di Noyon, i due sovrani si erano divisi l’Italia in due sfere d’influenza: la Spagna conservava i regni di Napoli, di Sardegna e di Sicilia; la Francia otteneva Milano e controllava i ducati degli Este e dei Savoia e la Repubblica di Genova.

 

 
 

Nel 1529, in conseguenza della pace di Cambrai, la Francia scompariva completamente dall’Italia settentrionale, ma vi ritornava più tardi annettendosi il marchesato di Saluzzo e occupando quasi l’intero ducato di Savoia. Il marchesato di Monferrato passava invece ai Gonzaga. Quando infine nel 1559 si arrivò alla pace di Cateau Cambresis, Emanuele Filiberto rientrava in possesso del suo ducato, ma doveva subire che Francesi e Spagnoli occupassero ancora molte città del Piemonte, fra le quali Torino. Questo, molto succintamente, la situazione di quel tempo.
 
 


Ma veniamo ai fatti di casa nostra. Nei primi anni del 1500, il Canavese divenne provincia francese, e Mazzè veniva da questi occupata nel 1536, per mezzo del loro capitano di ventura Torregiano. La trattennero per poco, perché vi subentrarono gli Spagnoli comandati da Cesare Maggi di Napoli che accorso al contrattacco, scacciava da Mazzè, Emilio Greco, che Torregiano vi aveva posto come governatore. In quell’occasione fu concesso ai Francesi, che si erano assestati sulla linea della Dora Baltea, di uscire da Mazzè con tutte le loro armi ed il loro equipaggiamento.
 
 

Gli anni che seguirono, non furono migliori, perché gli avvenimenti succeduti non mutarono affatto il volto della contesa franco-spagnola. L’ostilità fra i due belligeranti fu una profonda piaga per la nostra popolazione e per i nostri Comuni, finchè nel 1554 i Francesi , dopo un primo tentativo fallito, si portarono all’assedio di Ivrea.
Si distinse allora un brillante ufficiale francese, Carlo Cossé conte di Brissac. Favorito dai Piemontesi, che erano stanchi del giogo e della prepotenza degli Spagnoli, concentrò su queste campagne un esercito forte di 18.000 fanti e 12.000 cavalli, e nel mese di dicembre di quell’anno, mosse all’assedio della città eporediese. Gli Spagnoli, inferiori per numero e per armamento, furono costretti a cedere e ad abbandonare la città alla volta di Vercelli.
 
 

Intanto la Francia rimaneva padrona del Piemonte e si fortificava nelle città più importanti.
Il generale Brissac, divenuto poi maresciallo per i brillanti servizi resi al suo paese, rivolse le sue mire su queste terre e, dopo un richiamo in Francia, ritornò, scegliendo come sua dimora e residenza, il feudo di Caluso, di cui si era invaghito.
Fu colpito dalle tristi condizioni delle campagne e dalla povertà dei suoi abitanti. Studiò il modo di trarre Caluso e le terre circostanti dalle ristrettezze e dalla miseria in cui languivano, e fece elaborare un piano per irrigare l’arida campagna.
 
 

Ottenuto l’autorizzazione del suo sovrano Enrico II, il quale amava definire il Canavese “Il bel paese di conquista”, acquistò subito i terreni necessari e fece scavare l’alveo per immettervi le acque che avrebbe poi fatto derivare dal fiume Orco, nei pressi di Spineto, vicino a Castellamonte.
Caluso vide il canale in funzione verso la fine dell’anno 1559 e ne trasse subito un enorme beneficio.
 
 

Oltre due secoli più tardi, nel 1765, a questa “bealera” venne collegata la roggia comunale di Mazzè, dopo aver ottenuto la concessione di una ruota d’acqua derivata dal canale, per l’irrigazione delle sue terre.
Quando le truppe francesi sgombrarono definitivamente il Piemonte, il Brissac cedette le prerogative sul canale di Caluso a certa Anna di Alençon, marchesa di Monferrato.
 
 
 

Durante la guerra franco-spagnola i Francesi passano rassegna generale nelle campagne di Mazzè.

 

La guerra franco-spagnola per il possesso delle terre in Piemonte, aveva ridotto le nostre contrade in condizioni pietose.
La desolazione che vi regnava aveva spinto molti abitanti ad abbandonare i campi e a rifugiarsi in paesi lontani e più ospitali, in cerca di nuove fonti di vita.
La campagna era stata ridotta ad una piana inselvatichita. Alcuni territori, come quelli di San Giorgio e di Caluso, ebbero la fortuna di riprendersi, grazie alla provvidenziale opera del Brissac, ma fu un lavoro duro, una ripresa laboriosa.
Sembrava che ormai spirasse un’aria di pace e di prosperità economica.
Era però destino che tali segni non fossero che sottili illusioni.
 
 
 

La fine del XVI secolo, infatti, tornava ad aprire le porte a nuove sopraffazioni, in conseguenza della seconda fase del predominio spagnolo, che non era riuscito ad asservire la Francia.
La situazione generale, si complicherà ancora di più agli inizi del XVII secolo con la prima guerra per la successione del marchesato di Monferrato.
 
 

Le avventurose iniziative e le ambiziose mire di Carlo Emanuele I, che sognò financo una corona in Albania, aggravarono ancora la situazione già di per se tesa.
Nel 1610 il Duca si alleava con Enrico IV di Francia, che decideva di muovere guerra alla Spagna, e concludeva con il monarca francese, l’accordo segreto di Brufolo, ma Enrico IV moriva poco dopo, pugnalato da un fanatico, ed egli si trovò solo a fare i conti con gli Spagnoli. Lo salverà fortunosamente una mediazione veneziana, e il Duca riprenderà le proprie manovre (1611) per avanzare pretese sul Monferrato, traendo motivo dalla morte di Francesco II Gonzaga, suo genero.
Venezia, intanto, sospettando che la Spagna volesse fomentare la contesa per impadronirsi del territorio del Monferrato, inviava aiuti ai Gonzaga. Il governatore spagnolo di Milano, accortosi di tale mossa, impose allora alcune condizioni al Duca Sabaudo, ma questi, non solo non obbedì ma gli tenne coraggiosamente testa con le sue truppe in una guerra che si protrasse per lungo tempo.
 
 

Durante questa guerra, le nostre campagne ebbero molto a soffrire a causa dei frequenti e massicci passaggi delle truppe francesi che appoggiavano l’esercito del Duca, impegnato contro gli Spagnoli a Vercelli.
La lega Venezia-Ducato di Savoia-Francia si rinnovava ancora nel settembre del 1624 e la Spagna tentava ancora di infrangere questa alleanza, invitando, prima con le promesse, poi conle minacce, Carlo Emanuele I ad uscirne. Ma visto vano ogni tentativo, allestì un esercito di spagnoli e di lanzichenecchi e da Milano si portò all’assedio di Verrua, con l’intenzione di marciare su Torino.
 
 

Carlo Emanuele I prevenì le intenzioni degli Spagnoli, facendo avanzare su Chivasso alcuni reggimenti, e comandò che la cavalleria si appostasse nei pressi di Verolengo, allineandosi sulla riva destra del fiume Dora Baltea.
Sopravvenuta la notte, fece traghettare tutte le sue truppe sull’altra sponda del fiume, servendosi delle barche ancorate ai porti natanti di Mazzè e Vische, ed il mattino dopo, con una marcia forzata, raggiunse il forte di Verrua per dare manforte agli assediati.
Gli Spagnoli tentarono parecchie volte l’assalto al forte, ma furono sempre respinti. Nel mese di novembre, gli assediati, colta l’occasione propizia, tentarono la sortita dal forte e, con impeto e irruenza inauditi, si scagliarono contro le truppe nemiche, facendone strage.
Ancora nel 1628, alla ripresa della seconda guerra del Monferrato, i nostri territori furono invasi e calpestai dagli eserciti belligeranti.
 
 

La causa di questa seconda lotta per la successione del Monferrato, fu determinata dall’estinzione del ramo dei Gonzaga, per cui il Marchesato stava per essere ad un ramo cadetto di Francia, i Gonzaga-Nevers.
La Spagna vide di malocchio tale evenienza, e cercò ancora un’alleanza col Duca Sabaudo per una divisione di quel territorio. Carlo Emanuele I si impadronì della sua parte del Monferrato, ma anziché portare aiuto al governatore spagnolo di Milano, Don Ponzalo Fernandez de Cordova, gli creò ancora seri problemi tentando di impadronirsi di Genova. Nella lunga e difficile contesa, intervenne il Cardinale Richelieu, obbligando gli Spagnoli a togliere l’assedio di Casale.
 
 

I fatti che seguirono, non ci riguardano direttamente, se non per un breve periodo, che si innesta nel periodo della guerra dei trent’anni e che è connesso con la successione di Vittorio Amedeo I, per la quale si accesero aspre lotte civili, svoltesi principalmente nel Canavese.
Fu durante queste lotte, che i Francesi, muovendo all’assedio di Ivrea (1641), passarono rassegna generale delle proprie truppe nelle campagne di Mazzè, e qui trovarono anche un’importante posizione per varcare la Dora Baltea, servendosi dei porti natanti sul fiume.

 

 

 

Su Mazzè, fino alla metà del XVIII secolo, non vi sono che pochi accenni, sufficienti tuttavia per farci capire le condizioni della nostra popolazione , soggetta a tutte le prerogative feudali , di cui erano investiti i signorotti del luogo.
 
 

Giungiamo sul finire del XVIII secolo per trovare documentazione di una grossa controversia tra i conti Valperga di Mazzè ed il nobile Vassallo Moriondo Giuseppe Pasteris, per la costruzione di un porto sulla sponda sinistra della Dora Baltea.
Esistevano allora sul tratto di questo fiume, scorrente nel territorio di Mazzè, due porti natanti , uno in prossimità dell’attuale centrale idroelettrica, sulla sponda destra, e l’altro assai più in giù , sulla sponda sinistra nelle vicinanze del ponte, detto di Rondissone.
 
 
 

La vertenza tra i due nobili durò a lungo, ed ebbe uno strascico anche presso il Supremo Magistrato. Si risolse a favore del Conte Valperga, al quale venne riconosciuto ”…il possesso antichissimo, mediante le persone dei suoi antenati ed Antecessori nel Feudo di Mazzè, del diritto competentegli dei porti sovra il fiume Dora, e delle ripe di questo da entrambi le parti, per l’estensione di nove piedi aliprandi, e per quanto si estendesse il corso di esso fiume, dal punto denominato Pietra Mora, sino al Rastello, fini di Saluggia”.
 
 

Questi porti, la cui sorveglianza e attività erano affidate ad agenti fedeli e devoti ai nobili, costituivano, per le finanze dei feudi, insieme ai forni e ai mulini, fonti di notevole entrata.
Oltre ai porti natanti, ai forni e ai mulini, molte altre prerogative, come ad esempio l’esclusività della pesca sul fiume Dora Baltea, erano soggette al diritto di “bannalità”; ed è stata sicuramente l’inumana applicazione di questi principi, che spinse più tardi la popolazione di Mazzè a covare nell’animo propositi di ribellione e di vendetta.
 
 

La prima spinta a sottrarsi al peso della violenza e dell’arbitrio venne proprio da una concessione fatta l’11-12-1765, in virtù della quale, la Comunità di Mazzè ebbe la facoltà di estrarre dalla “ bealera di Caluso” una ruota d’acqua (12 once) per “...condurla nel territorio della Comunità e destinarla nel modo migliore che fosse stato stimato a vantaggio del pubblico”.
Le spese incontrate per l’acquisto del terreno e per l’escavazione del canale di irrigazione, e la tassa annua fissata dalle R.Patenti, rappresentarono allora un pesante onere, sia per la popolazione che per il Comune, che accettò e assunse tutti gli impegni.
 
 

Le dichiarazioni e le condizioni nel documento originale , rappresentano ancora oggi, le clausole comprovanti un diritto che Mazzè gode da circa duecento anni, e che regolano tutt’ora questo corso d’acqua comunemente denominato “Roggia di Mazzè” . Esse dettano testualmente:
1° “che la derivazione d’acqua suddetta si eseguisca bensì in quel territorio e sito che detta Comunità crederà più conveniente per condurla alla sua destinazione, ma però il bocchetto o sia regolatore per l’estrazione dell’acqua dalla bealera, debba essere costrutto e mantenersi dalla Comunità nella forma che verrà giudicata prescritta dal Perito deputato per parte del Regio Patrimonio”.
2° ”che le spese della derivazione e formazione del bocchetto suddetto e così tutte le altre che potranno esse necessarie per condurre l’acqua alla sua destinazione, siano interamente a carico della Comunità.
3° “ che la concessione dell’acqua suddetta si intenda continua, salvo in tempo della curatura dei detta “bealera”, e in casi di indispensabili riparazioni d’essa cagionate da qualche particolare incidente. E tale concessione mediante l’annua somma di lire 2 mila da corrispondersi da detta Comunità alla Regia Finanza in fine di ogni anno principiando dal prossimo anno 1766”.

 

 

I Comuni XII e XIII secolo

 

 


Il mappamondo di Marin Sanudo (1321)

 

 

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