Le tappe fondamentali
della storia di Mazzè
dal 1100 al 1800
Tratto dal libro
"Mazzè memorie della mia terra
"
di Francesco Mondino

PIETRO
AZARIO
DE
BELLO CANEPICIANO
(1312-1367)

"Mazzè memorie della
mia terra "
L’epigrafe murata nel castello
di Mazzè nel 1859, richiama i “DCC anni di vita castellana e guerriera”,
dandoci un’esatta rispondenza colle notizie che abbiamo intorno a questo
centro, e che sono contenute in un diploma di Arrigo IV, dato a Ivrea nelle
calende del mese di dicembre dell’anno 1100, con il quale vengono riconosciuti
alcuni privilegi in favore di Guido e Ottone Valperga, Conti del Canavese: “
Quocumque nomine juste et rationabiliter tenent et possident in toto Canavisio,
cum castris, villis, locis, caslibus, terris, possessionibus, territoriis, districtibus,
juribus, jurisdictionibus, propietatibus et pertinentiis quibuscumque, Valpergiae,
Valpergatus, Masini et Massadii, Candiae at Castiglioni…”
Il diploma di Arrigo IV, dopo aver indicato i feudi di cui erano investiti i
Valperga, specifica anche i beni e le attività che costituivano il pacchetto
delle prerogative a favore dei nobili, sotto forma di:” …concessione
bonae monetae, furnis, molendinis acquis acquarumque decursibus, psicationibus
et venationibus, mercatis, fodris, bannis…” sottraendo agli abitanti
del luogo, il libero e autonomo uso delle principali fonti di vita. Da ciò
si deduce, dunque, che questi erano sottoposti ad una stretta sudditanza, oltrechè
al preciso obbligo di servirsi esclusivamente degli “artifici” e
delle industrie dei nobili, per i loro bisogni e per il loro sostentamento.
Il rinnovo delle investiture del feudo
di Mazzè ai nobili Valperga, si ritrova successivamente, dopo la pace
di Costanza, conclusa nel 1183 tra Federico
Barbarossa e i Comuni
Lombardi, quando crebbe in potenza la dominazione dei Baroni in Italia.
I Conti, divenuti poi Duchi di Savoia, Vicari dell’Impero, e investiti
dell’intera giurisdizione del Canavese, riconobbero e riconcessero ai
Valperga di Mazzè, con vari diplomi, l’intero feudo di questo luogo.
Verso l’inizio del secolo XIV,
tra i signori di Mazzè e i Principi di Savoia, nascono profonde discordie
e contrasti per la pretesa di questi ultimi, di ottenere dai Valperga, atto
di sottomissione e di fedeltà. Reinero e Bertolino da Mazzè, con
un accordo del 21-12-1313. convengono, anche a nome dei loro fratelli, di prestare
fedeltà ad Amedeo Conte di Savoia e al Principe Filippo d’Acaja,
richiedendo in cambio, oltre che protezione ed aiuto, tutte quelle concessioni
che”…eventualmente dovessero essere concesse ad altri nobili”.
Si riconfermano, poi nel tempo, tutte
le prerogative concesse con il diploma di ArrigoIV: prima a favore del Conte
Guglelmo, il 9 giugno 1317, poi a Pietro di Mazzè da parte del Conte
Aimone di Savoia, con patenti del 6-2-1341, a Giovanni di Mazzè e altri
in data 27 gennaio 1372, ad Antonio di Mazzè e altri l’8-10-1379
e il 4-6-1384: in seguito, ancora con l’imperatore Sigismondo, il quale,
volendo rimunerare e riconoscere la fedeltà e l’opera del castellano
Giorgio Valperga per la difesa
della fede cattolica e dello Stato, detta a Vienna. Il 24-7-1430, tutti i diritti
di cui viene investito: “ Cum poderio castri Massadii et totius eius Castellaniae,
Quadroni, Castri Castiglioni et Candiae, cum tota eius jurisdictione, loci Rondezoni…”;
più avanti con Ludovico di Savoia il 17-6-1441, quando i nobili di Mazzè,
Tommaso e Giorgio dei Conti di Valperga, gli rendono omaggio di fedeltà,
e nel 1654 ad opera del Duca Carlo Emanuele.
L’ultima investitura è
quella del 7-7-1787. la quale dimostra che, nella persona del Conte Francesco
Valperga di Mazzè, si era raccolta la piena giurisdizione feudale del
luogo con tutte le ragioni indicate nei precedenti diplomi.
Di questo ramo, da cui ne uscirono tanti altri minori, tra
cui i Masino, i Marchesi di Caluso, i Monteu, ecc., le notizie esistenti, non
trascurano i personaggi più importanti e , fra essi, Catalano (1448),
Dama Margherita (1528), il Conte Francesco (1662). Il Conte Tommaso (1666) il
Conte Antonio (1710), e infine, l’ultimo dei Valperga, il Conte
Francesco, col quale si estinse, nel 1840. il ramo.
In mezzo a passioni e intrighi, a discordie e a reazioni,
i Valperga si trovarono spesso ad affermare il loro potere con alleanze e patti,
che li allinearono alternativamente, a seconda degli interessi in gioco, ora
con gli uni ora con gli altri dei più potenti. Dopo una prima cessione
fatta al Comune di Vercelli (1141), tornarono a vendicarle , per creare un colonnellato,
ed in seguito si unirono in consortile con i Biandrate, (1268) per muovere le
ostilità contro i conti di San Martino.
Nel 1168 si formò una lega fra i conti del Canavese, con lo scopo di
stringere patti, e muovere guerra. Essa era principalmente rivolta contro i
marchesi di Monferrato,
che aspiravano a signoreggiare su queste terre. Non ebbe però vita duratura.
Ben presto cominciò a sgretolarsi, soprattutto per motivi politici, che
avevano la loro causa principale nelle continue ingerenze dei Savoia e degli
Acaja, i quali volevano estendere le loro mire nel Canavese e imporre il loro
dominio . Erano i tempi delle infauste fazioni tra Guelfi e Ghibellini, che
diedero luogo a lotte funeste, non soltanto in Canavese, ma anche nel resto
d’Italia.
In questi territori le lotte, le fazioni, gli intrighi generarono
ostilità fra i San Martino e i Valperga, i primi di parte Guelfa, con
l’alleanza dei Vescovi e delle Abbazie, i secondi di parte Ghibellina,
cui erano alleati i Biandrate e i Masino, guidati dal marchese
di Monferrato.
I marchesi
di Monferrato, i Biandrate, gli Angioini, avevano tenuto questo territorio
per circa due secoli, il XIII e il XIV, e durante questo periodo, Mazzè
ebbe alterne vicende di sudditanza.
Vi fu un accordo intervenuto fra Guglielmo di Masino e Ardoino di Valperga nel
1193, per il quale il feudo di Mazzè venne assegnato a Reinero, figlio
di Matteo il Grande, conte di Valperga, poi un atto di fedeltà al Vescovo
di Ivrea, nel 1252, in base al quale, Ardizzone, Giovanni e Raimondo Grignardi
di Mazzè, gli assicurarono le terre che si estendevano sulle rive del
lago di Candia.

"La battaglia di San Romano"
Paolo Uccello (Paolo di Dono, detto)
Pittore (Pratovecchio (Arezzo) 1396 o
1397-Firenze 1475)
Le contese più accese si ebbero quando Filippo d’Acaja,
guelfo, tentò di porre il proprio dominio su questi territori, (1323).
Fervevano già allora aspri contrasti fra i San Martino e i Valperga,
e non fu difficile per i primi cogliere questa occasione per rafforzare il proprio
potere e la propria influenza.
Si allearono infatti, con gli Acaja, portando il peso e il numero delle loro
varie casate.
Ma anche i signori di Mazzè non trascurarono i loro interessi e, pur
considerando l’alleanza dei San Martino, loro dichiarati nemici, si appoggiarono
agli Acaja per appianare le profonde divergenze che erano sorte con i signori
di Castellamonte, di Vische e di Orio per il possesso dei castelli di Candia,
di Carrone, e di Castellazzo, rimasti indivisi e oggetto di forti contese. In
quel frangente, gli Acaja, con abile e studiata mossa, presero a cuore le rivendicazioni
dei signori di Mazzè, e dopo aver allestito un esercito di uomini reclutati
a Torino, Pinerolo, Moncalieri e Rivarolo, notificarono ai signori di Castellamonte,
di Vische e di Orio, che avrebbero considerato ribelli, tutti coloro che si
fossero comportati da nemici verso quelli di Mazzè.
Questo intervento ebbe momentaneamente il suo effetto, e i vari contendenti
si riunirono per concludere un compromesso di pace col Principe. Dal modo in
cui si svolsero in seguito gli eventi, pare che tale compromesso non abbia soddisfatto
pienamente i Conti di Mazzè, perché questi, nel 1338, passarono
nelle fila dei Ghibellini.
Alla morte di Filippo d’Acaja, avvenuta a Pinerolo il 25 settembre 1334,
i contrasti si accentuarono. Il figlio Giacomo, che gli successe, marciò
contro Giovanni II di Monferrato, con lo scopo di conquistare Caluso. Una congiura,
ordita ai danni di Giacomo d’Acaja, venne sanguinosamente repressa, e
il capo dei congiurati, certo Botta di Stefano, venne trascinato per le vie
di Caluso e impiccato con molti altri suoi compagni.
Forse per l’infedeltà dei Valperga, dapprima alleati degli Acaja
e poi passati nella schiera dei Ghibellini, forse per fiaccare la loro forza
e portarli nuovamente al rango di gregari, Giacomo ordinò alle sue truppe
di marciare su queste terre.
Il 9-9-1338, con una lunga marcia notturna, raggiunse Foglizzo, invase le sue
terre e le sue case e l’incendiò, poi si riversò su Mazzè,
saccheggiando tutto ciò che trovò sul suo cammino, depredando
la popolazione, uccidendo molti dei suoi abitanti e distruggendo i mulini.
Qualche giorno dopo riservò la stessa sorte a Candia e Mercenasco. Molte
persone, che gli avevano resistito, trovarono la morte sul campo, mentre i superstiti
furono portati a Torino come prigionieri.
La vendetta di Giovanni II di Monferrato e dei Valpergani, intanto, seminò
nuovi lutti e nuove distruzioni. Per punire i misfatti di Giacomo e passare
alla controffensiva, vennero assoldate in Lombardia (1339) bande di ventura.
Il compito di formare questo esercito di avventurieri, venne affidato a Giovanni
Azzario, zio del cronista novarese e autore del “De bello canapiciano”,
che ebbe l’appoggio di Azione, Visconte di Milano.
La nuova truppa, forte di 300 uomini (barbutas trecentum), sotto la guida di
certo Malerba ( un avventuriero tedesco di triste fama, il cui vero nome è
Roberto Givert), penetrò nel Canavese (13-7-1339), varcando il fiume
Dora attraverso un ponte di pietra allora esistente nei pressi di Vische. Alle
truppe del Malerba, si associarono squadre di Valpergani, che a Vische diedero
l’assalto al villaggio e al castello, incendiandoli.
Gli assalitori, incitati dai mazzediesi, nemici giurati dei San Martino, si
riversarono poi su Sparatone, nei pressi di Caluso, il cui castello, adagiatesi
su di un’altura, vicino al lago di Candia, fu raso la suolo (muros diruerunt).
Ma le scorrerie del Malerba e degli altri Ghibellini, suoi alleati, non si esaurirono
qui. Ne soffersero Barone, le cui mura vennero abbattute e molta gente uccisa;
Montalenghe, il cui castello dovette cedere all’irruenza dei nuovi arrivati;e
ancora Orio, Rivarolo, le terre delle abbazie di San Benigno, i cui raccolti
furono completamente distrutti; Favria, Front, Barbania.
Di fronte a tanto scempio e tanta distruzione, c’era da aspettarsi che
i San Martino preparassero il momento della rivincita contro le forze del Valpergato
e dei loro gregari.
L’occasione fu loro offerta dall’appoggio che i signori di Mantova,
loro parenti, diedero in quel frangente, mandando cento barbute al comando di
Saraceno Cremaschi. Questo condottiero, capitano di ventura anch’egli,
si introdusse nel Canavese attraverso la Serra. Giunto a Cavaglià, riassettò
il suo piccolo ma potente esercito. Passato alla controffensiva, mise a ferro
e fuoco le campagne ed i villaggi dei Ghibellini, assaltando Valperga e Salassa,
dove subì una dura sconfitta da parte dei Cuorgnatesi. Riversatosi nel
basso Canavese, si scontrò con i Valperga, dove trovò la morte
il conte Antonio Valperga.
Le acque si acquietarono un po’ quando il Cardinale Guglielmo Corti, per
incarico del papa Clemente VI , concluse a Tortona (21 maggio 1343) una tregua
d tre anni. L’inosservanza del trattato comportava pene severissime per
i firmatari ( i Principi d’Acaja, i Visconti, i marchesi di Monferrato
e di Saluzzo, i conti di Valperga, di San Martino, i signori di Castellamonte
e di Vische), fra cui anche la scomunica.
Avevano, intanto, cominciato ad infiltrarsi anche i Savoia, cui ricorrevano
molti feudi minori a tutela dei propri interessi. In una convenzione stipulata
nel 1378, appare che il Conte Verde (Amedeo VI di Savoia) accordandosi con il
marchese Secondotto di Monferrato, erede del padre Giovanni II, morto nel 1372,
concede a quest’ultimo Verolengo e Caluso, riservando invece ai nobili
della sua Casa i feudi di Leiny e di Mazzè.
Gli avvenimenti che seguirono per regolare i diritti, la libertà, la
giurisdizione, non mutarono, tuttavia, gli animi esacerbati dei singoli contendenti.
Da parte di vari signori si rinnovarono le pretese per questo o quell’altro
feudo, e anche per Caluso nacquero profonde discordie fra i Biandrate e i Valperga.
In questa contesa si intromise anche certo Antonio di Mazzè , più
noto come guerriero e guastatore. Egli pretendeva e rivendicava diritti su Caluso,
per aver sposato Giovanna, figlia di Enrico, Signore di Caluso.
Dopo vane petizioni al Conte Verde, Antonio, vistosi trascurato nei suoi reclami
e nelle sue richieste, meditò una feroce incursione nel Canavese, saccheggiando
e depredando i possedimenti dei conti di San Martino, amici del Conte Verde.
Fra i centri maggiormente colpiti da Antonio, fu senza dubbio Vische, che subiva
in quel tempo il suo secondo saccheggio. Egli venne qui di notte (1382), e avendo
trovato una valida resistenza al castello, rapinò e spogliò l’intero
villaggio appiccandovi poi il fuoco.
Ad una tregua seguita con la mediazione di Gian Galeazzo Visconti, il Canavese
fu nuovamente scosso dalle prepotenze di Facino Cane, capo di bande mercenarie
assoldate da Teodoro, succeduto a Secondotto di Monferrato. La causa o il pretesto
di tali scorrerie, che degenerarono in crudeltà e violenze verso la popolazione
e i loro beni, sembra da ricercarsi nella inadempienza di alcuni patti che erano
stati stipulati fra Secondotto, quando era ancora in vita, e Amedeo VI. Teodoro
dovette affrontare una dura battaglia, ma venne sconfitto sotto le mura i Chivasso
(1387). Si rifece presto, occupando la contea di Caluso.
Durante le lunghe lotte per il possesso dei feudi canavesani,
i signori di Mazzè furono largamente rappresentati nelle opposte fazioni.
Quando, ad esempio, Amedeo V si accordò con Filippo d’Acaja per
eliminare i predatori che infestavano le contrade del Canavese, diedero il loro
assenso anche Uberto e Bartolomeo de Mazadio. Nel 1313 i conti di Mazzè
rendono omaggio al Conte di Savoia ; nel 1362 un Bertolino di Mazzè,
col fine di danneggiare il marchese di Monferrato, consegna al duca di Milano,
i vicini castelli di Candia e Castiglione; un Bernardo di Mazzè militava
nella guerra del 1452 contro lo Sforza nelle schiere sabaude. Fatto prigioniero,
venne sottratto con astuzia da Ludovico Valperga di Ropolo, suo acerrimo nemico,
che volle sfogare il suo odio, sommergendolo nel Ticino.

Disegno per il dipinto "La battaglia
di Anghiari"
Leonardo da Vinci (Vinci da Valdarno
1452-Cloux (presso Amboise) 1519)
Si stava intanto delineando la fine
di un‘epoca tormentata e l’inizio di un periodo di relativa tranquillità.

"Allegorie ed effetti del buono e cattivo Governo"
Ambrogio Lorenzetti (Siena ?-Siena, forse1348)
Uno dei primi atti di questo segno di
rinnovamento, fu l’accordo fra i vari nobili, per la definizione dei confini
territoriali, ed i primi ad esserne interessati, furono i signori di Vische,
che nel 1417 avevano ceduto alcuni beni feudali situati in quel Comune ad un
certo Antonio della Valle di Mazzè.
Teodoro e Giovanni di Mazzè, inoltre, avevano una delicata vertenza che
riguardava la linea di confine fra i due comuni.
Si pensò di affidare pacificamente
la soluzione del problema al Consiglio ducale. Vennero nominati due arbitri,
e dopo sopralluoghi, accertamenti e discussioni serene, venne concordato un
atto di divisione (2-5-1438) con l’intervento di autorevoli personaggi,
tra cui i conti di San Giorgio, di Castellamonte, di Agliè, di Settimo
e di Masino. La cerimonia di stipulazione dell’attoebbe luogo in aperta
campagna, in una regione denominata Follone, situata fra Mazzè e Vische,
e in quella occasione vennero interrati quindici grossi termini di pietra, uno
dei quali è ancora oggi visibile subito dopo il nucleo abitato della
cascina Vallo, a qualche metro di
distanza dall’ultimo fabbricato di proprietà di certo Rolfo Francesco.
Risulta che le autorità comunali dei due paesi, eseguivano ogni anno,
con l’intervento del conte Valperga,una verifica per accertare la presenza
e la stabilità dei termini, provvedendovi con opere di consolidamento
e di misurazione.
Anche con la comunità di Rondissone venne stipulata
una convenzione al termine di una lunga disputa relativa ai confini territoriali.
Ad essa aderirono i rappresentanti del Duca di Savoia e del Duca di Mantova,
che intervennero per porre fine ai contrasti e pacificare gli animi e per definire
i confini fra i due territori colla posa dei termini.

Il Canavese diventa provincia francese
Dopo un periodo di relativa calma e tranquillità, ecco un nuovo mutamento
di scena.
Il secolo XVI vedeva nuovamente queste territori sconvolti dagli avvenimenti
che impegnarono Francia e Spagna in guerre fratricide. Rivelandosi una superiorità
del dominio francese in Italia, apparvero subito deboli i patti precedentemente
stretti tra queste due potenze. Fu subito chiaro che la lotta per la supremazia
in Italia da parte dei principi italiani non era affatto cessata, ma si era
trasferita a due potenze straniere, che si sarebbero conteso il predominio sul
nostro suolo, con la perdita della nostra libertà.
La scintilla che provocò la guerra
nella sua prima fase, fu l’azione di Francesco I di Francia , che aveva
fornito aiuto al re di Navarra, il quale appoggiava i ribelli alla corona spagnola.
Inoltre, i francesi erano entrati nelle Fiandre e, durante le loro scorrerie
e i loro saccheggi, erano stati più volte respinti.
Già nel 1516, dopo la pace di Noyon, i due sovrani si erano divisi l’Italia
in due sfere d’influenza: la Spagna conservava i regni di Napoli, di Sardegna
e di Sicilia; la Francia otteneva Milano e controllava i ducati degli Este e
dei Savoia e la Repubblica
di Genova.
Nel 1529, in conseguenza della pace di Cambrai, la Francia scompariva completamente
dall’Italia settentrionale, ma vi ritornava più tardi annettendosi
il marchesato di Saluzzo e occupando quasi
l’intero ducato di Savoia. Il marchesato
di Monferrato passava invece ai Gonzaga.
Quando infine nel 1559 si arrivò alla pace di Cateau Cambresis, Emanuele
Filiberto rientrava in possesso del suo ducato, ma doveva subire che Francesi
e Spagnoli occupassero ancora molte città del Piemonte, fra le quali
Torino. Questo, molto succintamente, la situazione di quel tempo.
Ma veniamo ai fatti di casa nostra. Nei primi anni del 1500, il Canavese divenne
provincia francese, e Mazzè veniva da questi occupata nel 1536, per mezzo
del loro capitano di ventura Torregiano. La trattennero per poco, perché
vi subentrarono gli Spagnoli comandati da Cesare Maggi di Napoli che accorso
al contrattacco, scacciava da Mazzè, Emilio Greco, che Torregiano vi
aveva posto come governatore. In quell’occasione fu concesso ai Francesi,
che si erano assestati sulla linea della Dora Baltea, di uscire da Mazzè
con tutte le loro armi ed il loro equipaggiamento.
Gli anni che seguirono, non furono migliori, perché gli avvenimenti succeduti
non mutarono affatto il volto della contesa franco-spagnola. L’ostilità
fra i due belligeranti fu una profonda piaga per la nostra popolazione e per
i nostri Comuni, finchè nel 1554 i Francesi , dopo un primo tentativo
fallito, si portarono all’assedio di Ivrea.
Si distinse allora un brillante ufficiale francese, Carlo Cossé conte
di Brissac. Favorito dai Piemontesi, che erano stanchi del giogo e della prepotenza
degli Spagnoli, concentrò su queste campagne un esercito forte di 18.000
fanti e 12.000 cavalli, e nel mese di dicembre di quell’anno, mosse all’assedio
della città eporediese. Gli Spagnoli, inferiori per numero e per armamento,
furono costretti a cedere e ad abbandonare la città alla volta di Vercelli.
Intanto la Francia rimaneva padrona del Piemonte e si fortificava nelle città
più importanti.
Il generale Brissac, divenuto poi maresciallo per i brillanti servizi resi al
suo paese, rivolse le sue mire su queste terre e, dopo un richiamo in Francia,
ritornò, scegliendo come sua dimora e residenza, il feudo di Caluso,
di cui si era invaghito.
Fu colpito dalle tristi condizioni delle campagne e dalla povertà dei
suoi abitanti. Studiò il modo di trarre Caluso e le terre circostanti
dalle ristrettezze e dalla miseria in cui languivano, e fece elaborare un piano
per irrigare l’arida campagna.
Ottenuto l’autorizzazione del suo sovrano Enrico II, il quale amava definire
il Canavese “Il bel paese di conquista”, acquistò subito
i terreni necessari e fece scavare l’alveo per immettervi le acque che
avrebbe poi fatto derivare dal fiume Orco, nei pressi di Spineto, vicino a Castellamonte.
Caluso vide il canale in funzione verso la fine dell’anno 1559 e ne trasse
subito un enorme beneficio.
Oltre due secoli più tardi, nel 1765, a questa “bealera”
venne collegata la roggia comunale di Mazzè, dopo aver ottenuto la concessione
di una ruota d’acqua derivata dal canale, per l’irrigazione delle
sue terre.
Quando le truppe francesi sgombrarono definitivamente il Piemonte, il Brissac
cedette le prerogative sul canale di Caluso a certa Anna di Alençon,
marchesa di Monferrato.
Durante la guerra franco-spagnola i Francesi passano rassegna
generale nelle campagne di Mazzè.
La guerra franco-spagnola per il possesso delle terre in Piemonte, aveva ridotto
le nostre contrade in condizioni pietose.
La desolazione che vi regnava aveva spinto molti abitanti ad abbandonare i campi
e a rifugiarsi in paesi lontani e più ospitali, in cerca di nuove fonti
di vita.
La campagna era stata ridotta ad una piana inselvatichita. Alcuni territori,
come quelli di San Giorgio e di Caluso, ebbero la fortuna di riprendersi, grazie
alla provvidenziale opera del Brissac, ma fu un lavoro duro, una ripresa laboriosa.
Sembrava che ormai spirasse un’aria di pace e di prosperità economica.
Era però destino che tali segni non fossero che sottili illusioni.
La fine del XVI secolo, infatti, tornava ad aprire le porte a nuove sopraffazioni,
in conseguenza della seconda fase del predominio spagnolo, che non era riuscito
ad asservire la Francia.
La situazione generale, si complicherà ancora di più agli inizi
del XVII secolo con la prima guerra per la successione del marchesato
di Monferrato.
Le avventurose iniziative e le ambiziose mire di Carlo Emanuele I, che sognò
financo una corona in Albania, aggravarono ancora la situazione già di
per se tesa.
Nel 1610 il Duca si alleava con Enrico IV di Francia, che decideva di muovere
guerra alla Spagna, e concludeva con il monarca francese, l’accordo segreto
di Brufolo, ma Enrico IV moriva poco dopo, pugnalato da un fanatico, ed egli
si trovò solo a fare i conti con gli Spagnoli. Lo salverà fortunosamente
una mediazione veneziana, e il Duca riprenderà le proprie manovre (1611)
per avanzare pretese sul Monferrato, traendo
motivo dalla morte di Francesco II Gonzaga, suo genero.
Venezia, intanto, sospettando che la Spagna volesse fomentare la contesa per
impadronirsi del territorio del Monferrato, inviava aiuti ai Gonzaga. Il governatore
spagnolo di Milano, accortosi di tale mossa, impose allora alcune condizioni
al Duca Sabaudo, ma questi, non solo non obbedì ma gli tenne coraggiosamente
testa con le sue truppe in una guerra che si protrasse per lungo tempo.
Durante questa guerra, le nostre campagne ebbero molto a soffrire a causa dei
frequenti e massicci passaggi delle truppe francesi che appoggiavano l’esercito
del Duca, impegnato contro gli Spagnoli a Vercelli.
La lega Venezia-Ducato di Savoia-Francia si rinnovava ancora nel settembre del
1624 e la Spagna tentava ancora di infrangere questa alleanza, invitando, prima
con le promesse, poi conle minacce, Carlo Emanuele I ad uscirne. Ma visto vano
ogni tentativo, allestì un esercito di spagnoli e di lanzichenecchi e
da Milano si portò all’assedio di Verrua, con l’intenzione
di marciare su Torino.
Carlo Emanuele I prevenì le intenzioni degli Spagnoli, facendo avanzare
su Chivasso alcuni reggimenti, e comandò che la cavalleria si appostasse
nei pressi di Verolengo, allineandosi sulla riva destra del fiume Dora Baltea.
Sopravvenuta la notte, fece traghettare tutte le sue truppe sull’altra
sponda del fiume, servendosi delle barche ancorate ai porti natanti di Mazzè
e Vische, ed il mattino dopo, con una marcia forzata, raggiunse il forte di
Verrua per dare manforte agli assediati.
Gli Spagnoli tentarono parecchie volte l’assalto al forte, ma furono sempre
respinti. Nel mese di novembre, gli assediati, colta l’occasione propizia,
tentarono la sortita dal forte e, con impeto e irruenza inauditi, si scagliarono
contro le truppe nemiche, facendone strage.
Ancora nel 1628, alla ripresa della seconda guerra del Monferrato,
i nostri territori furono invasi e calpestai dagli eserciti belligeranti.
La causa di questa seconda lotta per la successione del Monferrato,
fu determinata dall’estinzione del ramo dei Gonzaga,
per cui il Marchesato stava per essere ad un ramo cadetto di Francia, i Gonzaga-Nevers.
La Spagna vide di malocchio tale evenienza, e cercò ancora un’alleanza
col Duca Sabaudo per una divisione di quel territorio. Carlo Emanuele I si impadronì
della sua parte del Monferrato,
ma anziché portare aiuto al governatore spagnolo di Milano, Don Ponzalo
Fernandez de Cordova, gli creò ancora seri problemi tentando di impadronirsi
di Genova. Nella lunga e difficile contesa, intervenne il Cardinale Richelieu,
obbligando gli Spagnoli a togliere l’assedio di Casale.
I fatti che seguirono, non ci riguardano direttamente, se non per un breve periodo,
che si innesta nel periodo della guerra dei trent’anni e che è
connesso con la successione di Vittorio Amedeo I, per la quale si accesero aspre
lotte civili, svoltesi principalmente nel Canavese.
Fu durante queste lotte, che i Francesi, muovendo all’assedio di Ivrea
(1641), passarono rassegna generale delle proprie truppe nelle campagne di Mazzè,
e qui trovarono anche un’importante posizione per varcare la Dora Baltea,
servendosi dei porti natanti sul fiume.
Su Mazzè, fino alla metà
del XVIII secolo, non vi sono che pochi accenni, sufficienti tuttavia per farci
capire le condizioni della nostra popolazione , soggetta a tutte le prerogative
feudali , di cui erano investiti i signorotti del luogo.
Giungiamo sul finire del XVIII secolo per trovare documentazione di una grossa
controversia tra i conti Valperga di Mazzè ed il nobile Vassallo Moriondo
Giuseppe Pasteris, per la costruzione di un porto sulla sponda sinistra della
Dora Baltea.
Esistevano allora sul tratto di questo fiume, scorrente nel territorio di Mazzè,
due porti natanti , uno in prossimità dell’attuale centrale idroelettrica,
sulla sponda destra, e l’altro assai più in giù , sulla
sponda sinistra nelle vicinanze del ponte, detto di Rondissone.
La vertenza tra i due nobili durò a lungo, ed ebbe uno strascico anche
presso il Supremo Magistrato. Si risolse a favore del Conte Valperga, al quale
venne riconosciuto ”…il possesso antichissimo, mediante le persone
dei suoi antenati ed Antecessori nel Feudo di Mazzè, del diritto competentegli
dei porti sovra il fiume Dora, e delle ripe di questo da entrambi le parti,
per l’estensione di nove piedi aliprandi, e per quanto si estendesse il
corso di esso fiume, dal punto denominato Pietra Mora, sino al Rastello, fini
di Saluggia”.
Questi porti, la cui sorveglianza e attività erano affidate ad agenti
fedeli e devoti ai nobili, costituivano, per le finanze dei feudi, insieme ai
forni e ai mulini, fonti di notevole entrata.
Oltre ai porti natanti, ai forni e ai mulini, molte altre prerogative, come
ad esempio l’esclusività della pesca sul fiume Dora Baltea, erano
soggette al diritto di “bannalità”; ed è stata sicuramente
l’inumana applicazione di questi principi, che spinse più tardi
la popolazione di Mazzè a covare nell’animo propositi di ribellione
e di vendetta.
La prima spinta a sottrarsi al peso della violenza e dell’arbitrio venne
proprio da una concessione fatta l’11-12-1765, in virtù della quale,
la Comunità di Mazzè ebbe la facoltà di estrarre dalla
“ bealera di Caluso” una ruota d’acqua (12 once) per “...condurla
nel territorio della Comunità e destinarla nel modo migliore che fosse
stato stimato a vantaggio del pubblico”.
Le spese incontrate per l’acquisto del terreno e per l’escavazione
del canale di irrigazione, e la tassa annua fissata dalle R.Patenti, rappresentarono
allora un pesante onere, sia per la popolazione che per il Comune, che accettò
e assunse tutti gli impegni.
Le dichiarazioni e le condizioni nel documento originale , rappresentano ancora
oggi, le clausole comprovanti un diritto che Mazzè gode da circa duecento
anni, e che regolano tutt’ora questo corso d’acqua comunemente denominato
“Roggia di Mazzè” . Esse dettano testualmente:
1° “che la derivazione d’acqua suddetta si eseguisca bensì
in quel territorio e sito che detta Comunità crederà più
conveniente per condurla alla sua destinazione, ma però il bocchetto
o sia regolatore per l’estrazione dell’acqua dalla bealera, debba
essere costrutto e mantenersi dalla Comunità nella forma che verrà
giudicata prescritta dal Perito deputato per parte del Regio Patrimonio”.
2° ”che le spese della derivazione e formazione del bocchetto suddetto
e così tutte le altre che potranno esse necessarie per condurre l’acqua
alla sua destinazione, siano interamente a carico della Comunità.
3° “ che la concessione dell’acqua suddetta si intenda continua,
salvo in tempo della curatura dei detta “bealera”, e in casi di
indispensabili riparazioni d’essa cagionate da qualche particolare incidente.
E tale concessione mediante l’annua somma di lire 2 mila da corrispondersi
da detta Comunità alla Regia Finanza in fine di ogni anno principiando
dal prossimo anno 1766”.

I Comuni XII
e XIII secolo

Il mappamondo di Marin Sanudo (1321)

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