Le colline moreniche, sull'ultima delle quali si adagia parte dell'abitato di Mazzè, si formarono durante il lento cammino di un enorme ghiacciaio che, scendendo dal Monte Bianco e dal Monte Rosa, invase tutta la zona del Canavese e del Biellese. La massa di ghiaccio, nota come il ghiacciaio Bàlteo, premendo da nord, era alimentata da altri ghiacciai minori delle valli laterali della Valle d'Aosta. Sulla linea Cavaglià'- Caluso, sembra che avesse una larghezza di 30 km. ed uno spessore che superava i 1000 m. Questa enorme massa di ghiaccio, nel suo lento e quasi impercettibile movimento verso la pianura, scavò ed erose i monti circostanti , si caricò di terra, di roccia, di sabbia e di altro vario materiale, trasportando il tutto verso il piano. Con il ritiro e lo scioglimento del ghiacciaio, l'enorme volume di detriti, che esso trasportava, venne rovesciato e abbandonato sulla pianura, formando grossi e talvolta prolungati rilievi più o meno tondeggianti, le così dette morene, che diedero origine al meglio conosciuto anfiteatro morenico d'Ivrea. Le colline di Cavaglià, Maglione, Borgomasino, Moncrivello, Mazzè, Caluso, Montalenghe e Vialfrè non sono altro che il residuo di quel complesso di materiali, depositati in cordoni concentrici, che formavano l'arco frontale morenico del grande ghiacciaio ; le colline di Brosso e la Serra, invece, costituiscono il gigantesco cumulo di sassi, di terriccio, di tufo, e di altro materiale che il ghiacciaio portava sui dorsi destro e sinistro: due morene di grandi proporzioni, che oggi formano uno spettacolo e un paesaggio fra i più belli che la natura abbia potuto creare.

 

La pianura abbracciata dal grande anfiteatro morenico, in tempi molto remoti, era un vastissimo lago, nel cui centro scorreva la Dora Baltea. Di esso, però, non si fa alcun cenno nelle vecchie carte geografiche, né presso gli scrittori romani. Ciò fa pensare che il suo prosciugamento abbia avuto luogo in epoca molto antica. Aveva il suo punto di maggior pressione tra Mazzè e Barengo, e poiché la corrente interna spingeva in direzione Pavone-Mazzè, fu più facile incidere la collina morenica e ricavare uno sbocco per il deflusso delle acque. Quando il livello di questo grande lago scese, o, come sostenuto da un'altra versione, dopo che il grande specchio d'acqua, che allagava il Canavese, riuscì ad infrangere, con la sua potenza erosiva, la morena frontale, tutta la conca si restrinse, trasformando il territorio in una vasta zona paludosa e, dove non potè, per ragioni naturali, riempirsi di melma, lasciò delle incavature che continuarono ad essere occupate dall'acqua, originando i laghi intermorenici di Candia e Viverone. Anche la Dora trovò facilmente, nella corrente, la sua sistemazione, aprendosi la via in terreni facilmente friabili e sbucando a Mazzè. Al suo formarsi, pare non sia estranea la stessa mano dell'uomo, ed è probabile, perché la Dora, che era l'emissario del grande lago, non aveva il suo sbocco a Mazzè, ma nei pressi di Cavaglià, in una zona che ancora oggi è conosciuta come Dora Morta.

Annotazione scientifica :

LE CERCHIE MORENICHE

COME SI FORMANO LE CERCHIE DI UN ANFITEATRO MORENICO:

TUTTE LE TRACCE CHE LASCIA UN GHIACCIAIO NEL SUO LENTO AVANZARE E RETROCEDERE.

 


La regina Ypa, in Canavese, viene immaginata come una bella strega, misteriosa e perversa che si servì delle proprie arti e dei propri poteri per commettere nefasti e infami crimini. Si narra infatti che la regina Ypa si fosse innamorata di un suo schiavo , e che, non corrisposta, per disfarsene, abbia perpetrato un progetto diabolico. Ordinò ai propri schiavi, a loro volta sottomessi all'innamorato, di
tagliare la rocca di Mazzè e di scavare un nuovo letto della Dora. Quando i lavori furono pressochè ultimati , fece rompere improvvisamente gli argini e le dighe, che a monte mantenevano le acque nel loro antico letto. Il fiume seguì il suo nuovo corso, deviando verso Mazzè. Gli schiavi tra i quali c'era l'amante della regina Ypa, furono colti inaspettatamente dal traboccare delle acque che scesero impetuosamente, e vi trovarono la morte. Alcuni studiosi di storia canavesana , non escludono l'esistenza e il prosciugamento del grande lago, ma sostengono che lo svuotamento del grande lago possa essere avvenuto per la necessità di trasformare la vasta conca in una grande e fertile pianura.

 

Tornando alla leggenda, si racconta che la regina Ypa rivaleggiasse con un'altra regina di Vercelli, proprietaria di una estensione di terre fertilissime, solcate da lunghe strade attraverso le quali si dilettava a scorazzare su veloci cavalli. Invidiosa della monarca confinante, Ypa non esitò a mettere in atto il suo progetto diabolico, trasformando il proprio regno senza terre in una enorme distesa di prati e campi fioriti e fecondi. Pare tuttavia, che la regina Ypa poco abbia goduto del suo sogno, perché Giove, accortosi della scomparsa del lago, volle punirla, e la condannò ad errare perennemente entro i confini del suo regno, divenuto per lei un luogo tenebroso, costringendola a fare ammenda della sua rivolta con una lunga espiazione. Ritorniamo alla storia, e notiamo che al tempo in cui i romani si spinsero in questa regione, pare che vi fossero delle terre non completamente asciutte. Lo starebbero a dimostrare le strade da essi costruite, poste tutte ad una certa altura, incastrate sui fianchi elevati dei monti e delle colline.

 

 

Esistono diverse versioni della leggenda della regina Ypa, ecco quella di

Livio Barengo,

 

 

Il racconto sulla Regina Ypa, sia per i temi epico-passionali contenuti che per la probabile autenticità di una parte dei fatti, è senza ombra di dubbio la saga più significativa creata dalle antiche genti canavesane. La versione odierna è indubbiamente il risultato di una commistione tra l'antica leggenda ed una sua riscrittura dotta ottocentesca, introducente vari nuovi elementi e forse il nome stesso della regina. Poiché è quasi impossibile scindere tra le varie fonti, mi attengo alla versione comunemente accettata e raccontata, inserendo la vicenda in un periodo storico congruo.

Le eventuali dissonanze sono causate dal fatto che della leggenda esiste una vulgata per ogni paese, spesso con caratteristiche proprie tendenti a nobilitare il paese stesso.

 

Un tempo, quando i Liguri lavoravano il bronzo e la pietra, tutta la pianura che si estende tra Ivrea e le colline di Mazzè era coperta da un grande lago. Le sponde dello specchio d'acqua erano le alture dell'anfiteatro morenico creato dal ghiacciaio valdostano, la Dora ed il Chiusella erano i suoi immissari mentre l'unico emissario era una ramo della Dora stessa che, nei pressi di Azeglio, scaricava l'acqua in eccesso. L'ultima glaciazione aveva ostruito la forra di Mazzè impedendo all'acqua di incanalarvisi, salvo che nei momenti di piena, quando il livello era tale da permetterle di superare l'ostacolo e ripercorrere il suo antico letto. La profondità del lago, a parte alcuni punti, non era molta e tutto lo specchio d'acqua era più che altro una grande palude, ma per le popolazioni che abitavano le sue sponde era un lago a tutti gli effetti, d'altronde nessuno di loro ne aveva mai visto uno vero e quindi erano senza termini di paragone.

 


I Liguri traevano dal lago pesci ed uccelli, vimini per le ceste ed ogni sorta di piante acquatiche. D'altronde non erano numerosi ed essendo sostanzialmente un popolo di raccoglitori-allevatori, la loro situazione era soddisfacente e bastava ad ogni esigenza della vita. Un giorno prima episodicamente, poi sempre più numerosi, incominciarono ad affluire stranieri da oltre i monti, essi commerciavano i loro manufatti scambiandoli con prodotti locali, creando a questo scopo dei mercati in località particolari e ponendoli sotto la protezione di un loro dio o più spesso di una loro dea. In un primo periodo gli stranieri , una sorta di cavalieri migranti , alla fine dell'estate, ripartivano per le loro terre per tornare nella primavera successiva; poi quando un buon numero di loro fu sposato con donne del luogo, misero su casa e si stabilirono sulle rive del lago.

 

 

Gli stranieri volevano essere chiamati Celti ed erano alti, biondi o rossi di capelli e con gli occhi azzurri, ottimi artigiani e grandi guerrieri. Nel giro di qualche generazione i due popoli si fusero pacificamente, a parte qualche tafferuglio causato dalle donne liguri, più interessate ai nuovi venuti che agli uomini della loro stirpe. I Celti portavano con loro grandi novità, lavoravano il ferro, estraevano l'oro dai fiumi e cosa più importante coltivavano la terra per ottenerne i prodotti. I morti dei Celti venivano inumati e nella loro religione, oltre agli dei maschi, erano adorate dee potentissime con sacerdotesse di grande prestigio consacrate al loro culto. In breve, dopo circa due secoli dalla loro prima comparsa non si poteva più parlare di Celti o di Liguri, la loro fusione aveva dato luogo ad un nuovo popolo erede delle ambedue culture precedenti. Il territorio dei Salassi, così voleva essere chiamato il nuovo popolo, si estendeva su tutte le rive del grande lago ed era governato da Ypa, sacerdotessa della dea Mattiaca e regina della sua gente.

 

 

Ypa era bella, intelligente, volubile e crudele, non aveva marito in quanto la religione non lo consentiva, ma tutti sapevano che ogni tanto si incapricciava di qualche giovane, avendo poi con lui amori brevi e tempestosi. Col tempo, date le buone condizioni ambientali, il popolo di Ypa aumentò di numero. Fatalmente venne i l giorno nel quale nel gli anziani della tribù si recarono a Mattiacus, uno degli antichi luoghi di mercato, dove, nel luogo dedicato alla Dea , viveva la regina-sacerdotessa. Intenzione dei capi era di supplicare Ypa di chiedere alla dea quale decisione era meglio prendere in quanto il lago e le terre circostanti non potevano più accogliere altre persone.


 

La dea, ed Ypa per lei in quanto sua sacerdotessa, doveva decidere se far migrare il suo popolo verso nuove terre come era tradizione oppure tentare di bonificare il lago per mettere a colturale terre che sarebbero emerse, in maniera di poter sfamare coloro che sarebbero nati. La regina, considerato che migrare sarebbe stato oltremodo difficoltoso in quanto la strada verso il sud era sbarrata dalla gente della regina di Vercelli, sua acerrima rivale, decise che la miglior soluzione era quella di bonificare la palude facendo defluire le acque dalla forra di Mazzè, ripristinando così l'antico corso del fiume, come già avveniva quando le alluvioni alzavano sufficientemente il livello del lago.

 

 

La regina mise a capo dei lavori di bonifica il suo amante del momento, un giovane capace ed intelligente, del quale purtroppo non si conosce il nome. Questi incominciò a far costruire canali, erigere dighe e scavare una galleria sotto la forra di Mazzè perché le acque potessero defluire verso sud ripercorrendo l'alveo abbandonato tanto tempo prima. Per la tribù, essendo il suo nucleo principale stanziato a Mattiacus luogo elevato a valle della forra, in una zona dove venivano fatte le ricerche aurifere, l'operazione non avrebbe dovuto presentare pericoli a patto che si potesse controllare il deflusso delle acque del lago. I lavori proseguirono per vario tempo, creando una diga a monte della forra per permettere la costruzione in sicurezza della galleria di scarico delle acque, e dopo vari anni con l'aiuto della dea, si arrivò al momento in cui sarebbe stato possibile far scorrere l'acqua dentro di essa.

 

 

Nel frattempo però Ypa si era incapricciata di un altro giovanotto ed i rapporti col suo vecchio amante, ormai personaggio di grande prestigio tra il popolo per le capacità dimostrate nei lavori di bonifica, si erano deteriorati al punto che la regina aveva in animo di sostituirlo con il suo nuovo compagno. Il nostro uomo, forte della stima della gente, non intendeva certamente essere messo in disparte supinamente e non mancava occasione per dimostrare che non si sarebbe sottomesso ai voleri della regina. Normalmente quando si presentavano situazioni di questo tipo il poveretto spariva senza lasciar traccia, ma questa volta era diverso: l'uomo era troppo noto e benvoluto per sparire nel nulla. La regina doveva quindi seguire un'altra strada per sbarazzarsi di lui, tanto più che il sostituto era già pronto in docile attesa. La regina Ypa decise quindi che l'amante ormai scomodo doveva scomparire accidentalmente, magari tramite i lavori così ben diretti sino ad ora, il popolo non doveva averne un buon ricordo, i fantasmi sono sempre pericolosi. La sacerdotessa decise quindi di far aprire parzialmente la diga a monte della forra in modo che le acque invadessero la galleria ed il poveretto e gli operai che erano con lui morissero annegati.

 

 

La crudele sacerdotessa così fece, ma gli dei furono ancora più perfidi di lei, la diga maldestramente aperta dai sicari della regina si ruppe e non contenne più le acque del lago che la scardinarono completamente invadendo la galleria ed annegando tutti gli occupanti. L'enorme ondata si riversò quindi a valle erodendo la forra e sommergendo tutto quello che incontrava compreso il villaggio di Mattiacus, uccidendone quasi tutti gli abitanti e distruggendo ogni cosa, solo Ypa ed alcuni maggiorenti, vivendo nella parte più alta dedicata agli dei, si salvarono.

 

 

 

L'immane tragedia non fu senza conseguenze per la regina, le cui responsabilità su quanto accaduto emersero subito, in quanto i sicari parlarono e la coinvolsero nel disastro, nel quale oltretutto era morto anche il suo nuovo amante. Gli anziani ed i capi della tribù consci che Ypa non poteva essere né giudicata né condannata dai comuni mortali, rivolsero alla dea preghiere perché fosse lei a fare giustizia e questa, come nello stile di Mattiaca, arrivò puntuale ed inesorabile.

 

 

Qualche mese dopo il disastro, con la tribù che si era in qualche misura riorganizzata ed il lago aveva quasi completato lo svuotamento, Ypa sollecitata dai consiglieri decise di recarsi a vedere quanto restava delle acque stagnanti e quanto terreno coltivabile fosse già emerso. La sacerdotessa fece aggiogare i cavalli al suo carro e partì risalendo il fiume, ma arrivata nella parte più alta della forra i cavalli imbizzarriti trascinarono il carro nell'abisso e con esso Ypa che perì nella Dora, la stessa maniera nella quale aveva condannato a morire quasi tutto il suo popolo. Col tempo si seppe che gli stallieri della regina avevano assetato i cavalli per lungo tempo in modo che essi, alla vista dell'acqua, impazzissero e si gettassero nel vuoto senza curarsi dei pericoli. Si dice che il fantasma di Ypanelle notti di luna piena, vaghi lungo le rive della Dora alla ricerca del suo ultimo amante che però per ordine di Mattiaca non ritroverà mai più.

 

 

 

Come detto nella prefazione certe parti della leggenda sono sicuramente romantiche, la parte finale che tratta del fantasma ne è un esempio tangibile, forse anche la forte passionalità insita nel racconto ha la stessa origine. L'impianto generale della saga è però sicuramente antico, sia perché la prima notizia scritta della esistenza del grande lago , risale al XIV secolo per merito dell'Azario, ben prima dell'epoca romantica, e sia per la qualità dei protagonisti riconducibili certamente alla tradizione celta. Ypa stessa, posto che questo sia stato realmente il suo nome, ha tutte le caratteristiche della dea celtica Mattiaca, la Morrigan o Morgana irlandese antica, la capostipite di tutte le streghe e le regine-fate della tradizione canavesana.

 

 

Il comportamento amoroso della sacerdotessa, ricalcante quello tradizionale della Dea, nella cultura celta era tollerato: la sua colpa è quella di averlo spinto al di la del limite oltre il quale nemmeno Mattiaca poteva perdonarla. Lo stesso nome di Mattiacus (Mazzè in antico) riconducibile a Mattiaca, è quindi ipotizzabile che il paese abbia avuto questa origine. D'altronde i recenti ritrovamenti archeologici sembrano confermare questa tesi.

Barengo Livio

PETRI AZARII

JACOBI F.

DE BELLO CANEPICIANO

PIETRO AZARIO

(1312-1367)

 

Traduzione a cura del LIONS CLUB di Ivrea

Ivrea 23 Aprile 1970

 

"LA GUERRA DEL CANAVESE"

 

 

I LAGHI DEL CANAVESE

 

TRADUZIONE DI

ILO VIGNONO E PIETRO MONTI

 

 

 

IL MARE DELLA TETIDE IN CANAVESE