Dopo aver descritto la

Chiesa

titolata ai

Santi Gervasio e Protasio

e quella dedicata a

Santa Maria,

proseguo la rassegna

trattando della cappella agreste dei

Santi Lorenzo e Giobbe.


E’ stato accertato dalla

Sovrintendenza Archeologica del Piemonte,

che in alcune zone prospicienti la Dora,

comprese nei

Comuni di Mazzè

e

Villareggia,

esistesse in antico

un lavaggio di placers auriferi

(strati ghiaiosi-pietrosi contenenti zone in cui era possibile rintracciare pepite o lamelle d’oro)

del tutto simili a quelli della Bessa di Mongrando.

 

Non si può affermare con certezza,

come sostenuto dal

Pipino

e da altri autori,

che le miniere di

Mazzè

siano quelle citate da

Strabone,

però la descrizione fatta dal

famoso geografo greco,

calza perfettamente con la morfologia della zona

e l’ipotesi è tutt’altro che peregrina.


L’esistenza delle

miniere d’oro,

già sfruttate in

epoca

Salassa

e poi successivamente in

epoca romana,

congiuntamente

alla presenza di un

guado sul fiume,

probabilmente sostituito

nel

tardo Impero

da un

ponte,

 

spiegano la nascita del borgo

celta-ligure

di

Mattiacos,

nome poi mutato in quello di

Mattiacus

al tempo della

colonizzazione latina.


Gli scavi

effettuati nelle regioni

Piloni e Resia,

e nei pressi della chiesetta,

dimostrano che in origine

il paese

era localizzato nella

pianura alluvionale

e la popolazione

dedita

all’estrazione dell’oro

e poi,

esauritesi il giacimento,

alla coltivazione della vite

ed al cabotaggio sulla Dora,

a quel tempo navigabile sino ad Ivrea.


Questo lungo preambolo

spiega il motivo

per il quale

fu eretta una chiesa

in un luogo cosi isolato,

e perché quella dei

Santi Lorenzo e Giobbe

è considerata

la parrocchia più antica di

Mazzè.

 

Non devono trarre in inganno

le sue dimensioni ridotte,

dovute al perpetuarsi

della tradizione pagana,

recitante che un tempio

era la casa di Dio

e non quella dei fedeli,

che potevano benissimo assistere alle funzioni

standosene all’aperto.


L’antichità della chiesa,

probabilmente risalente al

IX secolo,

è testimoniato,

oltre che dal recentissimo ritrovamento

nei suoi pressi

di tracce di costruzioni,

forse d’epoca longobarda,

dall’orientamento

est - ovest

e da tratti della muratura perimetrale,

edificati con materiale di risulta

d’origine romana.

 

La presenza di due fondazioni,

sempre d’origine antica,

a prolungamento

verso ovest

dei muri laterali,

sostengono l’ipotesi

che un tempo

questa non fosse una chiesa

ma che svolgesse le funzioni

d’edicola funeraria,

come testimoniato dalla

lapide marmorea

del II secolo d.c.,

ritrovata al suo interno una decina d’anni fa,

ora esposta nella chiesa parrocchiale.


Per maggior comprensione

credo sia utile attingere a quanto riferito

da

F. Mondino,

sempre a proposito di questa chiesa,

nella sua opera

“Cenni sull’architettura Sacra in Mazzè “


“ Abbiamo, invece,

importanti notizie

trasmessaci da un

documento

redatto a

Borgomasino

il 5 Gennaio 1349

nel quale questa chiesa

è unita a quella di

San Gervasio.

In quel giorno,

il priore Oberto Francesco,

Vicario del Vescovo di Ivrea ecc…………

Nell’ambito delle indagini

che egli stava conducendo,

fu informato,

per fide dignitas personas,

sullo stato della chiesa di

San Gervasio

e di quella di

San Lorenzo.

Venne così a conoscenza

che quest’ultima si trovava

in precarissimo stato di conservazione,

nonostante che in passato fosse stata preposta alla cura delle anime,

per l’esistenza,

nel suo territorio,

di una popolazione


Proseguendo:


Il documento,

è di importanza storica,

perché,

tra l’altro,

c’informa

che questa popolazione

si trasferì,

poi,

a causa dei pericoli delle guerre,

nella parrocchia di

Mazzè,

dove continuò a vivere costruendo nuove abitazioni e

formando nuove famiglie”


E’ da notare

che gli ultimi trasferimenti

avvennero

in tempi relativamente moderni,

perché a

Casale,

si tramanda ancora

la credenza

che i fondatori del paese,

edificarono le loro case

lungo

la strada per Rondissone,

dopo aver abbandonato

la pianura adiacente a

San Lorenzo.


Dopo l’abolizione

della parrocchia

e l’assommarsi

delle funzioni di rettore

di

San Gervasio

e

di

San Lorenzo

nella persona del

prete Giovanni,

a quel tempo parroco di Mazzè,

 

la chiesetta decade rapidamente

diventando ricovero

di romiti e di vagabondi,

tanto che bisogna giungere sino alla fine del

XVIII secolo,

perché il tempietto sia nuovamente in grado di ospitare delle funzioni religiose.


Nel 1792,

don Giuseppe Antonio Borga,

parroco dal

1784 al 1818,

viste le precarie condizioni nelle quali versava la cappella

titolata ai

martiri

Lorenzo e Giobbe,

provvide al restauro,

sopraelevando il tetto

e

costruendo le volte a crociera ancora oggi visibili.

 

Nel 1889

fu edificata

l’attuale recinzione

e negli anni sessanta del ventesimo secolo,

fu eseguita un’ultima tornata di lavori per merito di devoti.

 

Recentemente è stato ricostruito il tetto del locale sagrestia,

adiacente alla chiesa,

garantendone la conservazione.


La presenza del

portichetto a vela

esterno,

d’epoca indefinibile,

può forse voler significare

che questa chiesa

svolgeva anche una funzione

d’ospizio

per i pellegrini diretti a

Vercelli.

 

Ad onor del vero,

bisogna segnalare che il

Prof. G.D. Serra,

documenta l’esistenza di un ramo di

Via Francigena

transitante per

Mazzè,

ma questo transito

valicava la

Dora,

sul ponte nei pressi della

chiesa di Santa Maria Maddalena,

circa cinquecento metri a nord.

 

Per avvalorare questa ipotesi,

bisognerebbe ammettere

che la strada

tardo romana

Ivrea - Quadrata,

all’epoca della costruzione della cappella,

fosse ancora in qualche modo in funzione,

ipotesi per il momento

non assolutamente verificabile

e che se vera,

sposterebbe ancora indietro nel tempo,

la nascita della

chiesa dei Santi Lorenzo e Giobbe.


In conclusione è il caso di segnalare

che nei secoli

XVIII e XIX

il tempio è stato adibito,

indubbiamente

per merito della sua

posizione decentrata,

a

lazzaretto

per i malati di

pellagra

e poi

di

colera.

 

A tal epoca risalgono i due piccoli locali a servizi,

ricavati al fondo della sagrestia.


Fortunatamente la chiesa

gode ancora delle attenzioni di un buon numero di devoti,

la maggior parte residenti a

Casale,

i quali,

con continue opere di manutenzione

ne impediscono

il degrado totale

e la rovina completa,

la qual cosa priverebbe

Mazzè

della sua memoria più antica.


Barengo Livio
Novembre 2004

 


Ipotesi
Sulle scoperte archeologiche,

venute alla luce nei pressi della

chiesa dei Santi Lorenzo e Giobbe a Mazzè.


Chi percorre la

strada statale 595 per Villareggia

proveniente da Caluso,

passato l’abitato di Mazzè,

si ritrova a dover scendere nel profondo vallone scavato dalla Dora,

quindi giunto al fondo e passato il fiume,

risalire il versante opposto

per tornare allo stesso livello abbandonato in precedenza.

Generalmente anche il viaggiatore più distratto,

non può far a meno di notare alla fine della discesa,

una

chiesetta

di poche pretese

poco discosta dalla strada.

 

La cappella,

salvo il fatto

di essere situata in aperta campagna,

non ha nulla d’eccezionale

ed un eventuale visitatore

sarebbe attratto sicuramente più dall’amenità del luogo,

che dalle caratteristiche della costruzione.


Forse a causa dei racconti

che testimoniano

del suo uso come

lazzaretto,

questa chiesa

ha sempre avuto

un alone di mistero,

tant’è che gli abitanti del circondario

le attribuiscono delle vicende inverosimili,

tralasciando forse considerazioni sicuramente più interessanti.

 

Altre notizie recitano

che il modesto tempio,

titolato ai

santi

Lorenzo e Giobbe,

fosse un tempo

la parrocchiale

del paese antico,

del quale si è completamente perso il ricordo,

ma di ciò,

salvo uno scritto del

XIV secolo,

non si è mai avuto prova.

 

Nessuno conosce l’epoca nella quale la chiesa fu fondata,

che però stranamente conta ancora oggi dei devoti,

tant’è che il

parroco di Mazzè

vi officia la messa

nella ricorrenza del

martire

Lorenzo,

alla presenza di un discreto numero di fedeli.


Al pari di tutti gli abitanti del luogo,

anche io sono sempre stato incuriosito da questo strano posto,

e quando ne ho avuto la possibilità,

mi sono ingegnato a ricercare notizie sulla sua origine.

 

Purtroppo la documentazione raccolta è modesta,

mentre un recente sopralluogo

ha prodotto tali sorprese,

da lasciar intravedere

una data di fondazione più antica

di quanto si poteva supporre.


Come ho detto,

le ricerche archivistiche

sono state avare di notizie,

difatti si appura unicamente che sino

all’anno

1349,

la chiesa dei santi Lorenzo e Giobbe

era accudita da un rettore

e sede di una parrocchia,

poi accorpata con quella del

martire

Gervasio.

 

Oltre,

si può legittimamente dedurre che,

dopo l’abbandono del parroco,

il tempio fu probabilmente adibito a

romitaggio

e poi fu usato come

lazzaretto,

subendo un importante restauro

alla fine del XVIII secolo,

mentre in quello successivo

fu edificata la recinzione in mattoni pieni

che delimita il terreno di pertinenza.


Altre indicazioni sull’epoca di fondazione

si ricavano dall’orientamento

est -ovest

della chiesa,

sicuro indizio d’antichità,

mentre per quanto concerne la struttura dell’edificio,

in gran parte

edificato

con

laterizi d’origine romana,

è stata troppo snaturata nel corso del restauro,

per fornire delle tracce utili sull’epoca di costruzione.


Qualche altra considerazione si può fare

sul portico a vela

antistante la cappella,

forse testimonianza

di un transito di pellegrini,

ma anche in questo caso si potrebbe trattare della riedificazione di una struttura più antica

di difficile datazione.

 

Da rimarcare invece

il ritrovamento,

infissa nel pavimento della chiesa,

di una

lapide in marmo d’epoca romana,

attribuibile al II secolo d. C.,

nonché l’esistenza

all’esterno

di muri di fondazione

risalenti allo steso periodo,

testimonianze certe che il sito era già abitato nell’antichità.


Fortunatamente

nella primavera del 2004,

durante dei lavori di ripristino del tetto della sacrestia,

forse un tempo

ricovero dei romiti,

alcuni operai sono saliti sul tetto del tempio,

notando nel bosco a ponente dell’edificio,

una struttura lineare normalmente nascosta dal fitto fogliame.

 

Incuriosito e non riuscendo a fornire una spiegazione coerente a quanto visto dai suoi dipendenti,

l’impresario incaricato dei lavori,

conoscendo le mie inclinazioni,

si è premurato di avvertirmi,

al che ho provveduto per un sopralluogo.


Come potrà costatare chi vorrà avventurarsi sul posto,

la chiesetta è costruita su

di un piccolo poggio

sovrastante la pianura alluvionale,

ultima propaggine

di una sorta di promontorio

che origina dalla scarpata

che scende verso la Dora.

 

Il sito,

ampio circa sette giornate piemontesi,

è sempre stato un

beneficio della Chiesa

e condotto per gran parte a bosco,

fornendo ancora oggi legna da ardere

al parroco di Mazzè.


Nel corso della visita,

eseguita in collaborazione con un gruppo di volontari composto da

Fogliatti Mario, Gelormini Elio e Lusso Antonio

e con il fattivo supporto di

Anna Actis Caporale,

la struttura scorta dai muratori

si è rivelata essere la

fondazione di un muro a sacco,

con andamento

est ovest,

largo tre piedi

(circa novanta centimetri).

 

Sfoltiti i rovi,

si è costatato che

questo muro

risale il promontorio

per circa quaranta metri,

quasi argine di un contiguo piano inclinato in terra battuta

mediamente largo a sua volta una quarantina di piedi,

interrotto alla sommità da un fosso d’irrigazione

scavato nei primi decenni del secolo scorso.

 

Un’osservazione più attenta

rivelava

spezzoni di laterizi,

sicuramente romani,

inseriti intenzionalmente

tra le pietre di fondazione;

 

addirittura si ritrovava,

oltre ad un

ciottolo inciso,

un mattone quasi integro,

nel quale

l’antico fornaciaio

aveva impresso nell’argilla l’impronta della mano destra,

forse per favorirne l’uso una volta cotto.


Successivamente

si chiariva che il muro a sacco

proseguiva ben oltre il fosso e che l’area interessata terminava alla base della scarpata distante un centinaio di metri, qui una trincea semiriempita di terriccio

impediva l’accesso.

 

si procedeva quindi alla pulizia del piano inclinato, senza ottenere però risultati.

 


Un altra scarpata

delimitante il promontorio

a notte,

con del pietrame franato alla sua base,

costituivano quasi sicuramente i resti di un

muro a secco

corrente anticamente sul crinale della voragine,

ma anche in questo caso,

salvo costatare la presenza episodica

di mattoni,

le ricerche non ottenevano risultati significativi.

 

Recentemente,

all’estremo limite di quest’ultima scarpata,

è venuto alla luce il basamento di una struttura collassata,

forse i resti di una torre quadrangolare avente 12 piedi di lato (Mt. 3,60 circa),

 

Considerata la morfologia del territorio

e la tipologia delle strutture rinvenute,

credo sia giustificato ipotizzare

che quanto ritrovato siano i resti

di un opera difensiva

d’epoca indefinita,

anche se le misure sia del muro

sia della presunta torre,

sono abbastanza significative.


Sull’epoca di costruzione,

considerata la presenza di spezzoni di

laterizi d’origine romana

e la mancanza di calce,

credo sia corretto presumere di essere in presenza di una

fortificazione alto medioevale,

periodo in cui erano ancora usate comunemente le dimensioni della tradizione antica,

ma la mancanza di materiali

costringeva a ripiegare

su cose più umili,

quali appunto le pietre e la creta.


Ritenuta valida questa tesi,

il passo seguente

è senz’altro quello di attribuire al sito

un’epoca precisa,

Ritorniamo ipoteticamente all’anno

773 d.c.,
quando

Carlo Magno,

re dei Franchi,

sollecitato dal

Papa,

decide di ripercorrere le orme del suo predecessore

Pipino

e di scendere in Italia

per liberarsi di

Desiderio,

re dei Longobardi

e sino a poco tempo prima,

suo suocero.


Raccontano le antiche cronache

che il re,

riunito l’esercito a

Ginevra,

ne affida metà a suo

zio Bernardo,

ordinando al congiunto

di valicare

il Gran San Bernardo

e scendere

in Italia

attraverso la valle d’Aosta,

mentre lui farà la stessa cosa

attraverso la

valle di Susa,

serrando i nemici in una sorta di tenaglia nella pianura piemontese.


Per merito del

Manzoni

le gesta di questa guerra

sono universalmente note:

le chiuse

che sbarrano

la valle segusina

sono superate dai

Franchi

per il tradimento di un giullare,

il re Longobardo sconfitto

deve rinchiudersi in

Pavia,

dove dopo un lungo assedio, si arrende a

Carlo,

mentre suo figlio

Adelchi,

nella speranza di riprendersi il regno,

ripara a Bisanzio.


Sin qui tutti i manuali di Storia

concordano,

ma salvo rare monografie,

i testi tacciono

su una questione

che per noi

ha la massima importanza:

cosa fece l’esercito comandato da

Bernardo,

dove andarono

questi Franchi

dopo essere scesi lungo

la valle d’Aosta,

parteciparono o no

alla campagna contro

i Longobardi?


A chiarire la questione,

in nostro soccorso giunge tal

Jacopo da Acqui,

frate e contestato storiografo

del tardo medioevo,

il quale in una cronaca della guerra

condotta da

Carlo

contro i longobardi di Desiderio,

lascia intravedere una vicenda ben diversa da quella comunemente accettata.

In questo scritto si narra che

Bernardo,

superato

Bard,

piazzaforte gia in precedenza in mano degli invasori,

e presa

Ivrea,

si arrestò davanti alle chiuse predisposte dai Longobardi

dalle parti del

Lago di Viverone,

forse create sulla falsariga di altre più antiche,

costruite dai Bizantini

durante la loro breve permanenza

in Canavese.

Sulle rive di questo specchio d’acqua,

si svolsero varie aspre battaglie

che impedirono

ai due eserciti invasori di ricongiungersi,

finché dopo un ultimo sanguinoso sforzo,

i Franchi

superarono finalmente

il Sapel da Mur

e dilagarono nella pianura vercellese.

Fra Jacopo

afferma

che in occasione dell’ultima battaglia

ci fu un intervento diretto di

Carlo,

ma è più probabile ché

i Longobardi

dovettero ritirarsi

perché i Franchi,

sfondate le chiuse della valle di Susa,

avevano armai la strada aperta verso est,

rendendo vana ogni altra resistenza lungo la Dora.


E’ opinione comune degli autori che si sono cimentati su questo controverso argomento,

quali il Rondolino,

il Ramasco

e la Emanuela Mollo,

anche se quest’ultima

nega la veridicità della cronaca di

fra Jacopo,

ritenendola completamente frutto di fantasia,

che se le

chiuse Longobarde tra la Dora e la Serra

sono realmente esistite,

il loro scopo era di bloccare

il passaggio ad un esercito

proveniente dalla valle d’Aosta,

nel presupposto che

il fiume fosse

unicamente superabile

ad

Ivrea.

Orbene, come sanno gli abitanti dei paesi rivieraschi,

questo non è vero,

perché a

Mazzè

esiste un guado

che permette di valicare il fiume,

guado che quindi andava sicuramente presidiato,

se non si voleva che eventuali invasori,

avessero la possibilità di attaccare

i difensori delle chiuse di

Viverone

alle spalle,

rendendo vana la loro costruzione.


A questo punto

penso sia ormai chiaro al lettore dove voglia andare a parare il ragionamento,

perché la posizione del sito ritrovato

si adatta perfettamente allo scopo,

è sostenibile che

le rovine ritrovate

non siano altro che

quanto resta

di una fortificazione

Longobarda.


San Lorenzo

è indubbiamente il luogo

che meglio

si addiceva per insediare un campo trincerato,

avente lo scopo di contrastare

i Franchi

in cerca di un

guado sulla Dora,

distante poche centinaia di metri,

quindi se quanto sopra avrà delle conferme,

è ipotizzabile che anche

la chiesetta

sia stata fondata

nello stesso periodo,

il che ci permetterebbe

di retrocederne

la costruzione all’VIII secolo d.c.,

aggiungendo un altro tassello alla storia del paese.

Settembre 2004 Barengo Livio

 

Nota - Il ciottolo

di cui si propone la

fotografia,

è stato ritrovato inserito nel muro a sacco

descritto nell’articolo,

ed è sicuramente più antico del manufatto stesso.

 

Come spesso accade,

si tratta di materiale riutilizzato perché già sul posto

oppure comodamente trasportabile.

Il ciottolo con inciso una croce in genere veniva utilizzato come campione per una misura di peso.

 

Ipotesi
su rinvenimenti archeologici

venuti alla luce

nei pressi della chiesa dei

Santi Lorenzo e Giobbe a

Mazzè