



Papa Sisto II investe San Lorenzo
dei poteri di
"Amministratore dei beni
della Chiesa"
Guidolino di Pietro detto"Beato
Angelico"
(Vicchio di Mugello 1387-Roma
1455)
Dopo aver descritto la Chiesa
titolata ai Santi Gervasio e Protasio e quella dedicata a Santa
Maria, proseguo la rassegna trattando della cappella agreste dei Santi
Lorenzo e Giobbe.
E’ stato accertato dalla Sovrintendenza Archeologica del Piemonte, che
in alcune zone prospicienti la Dora, comprese nei Comuni di Mazzè e Villareggia,
esistesse in antico un lavaggio di placers auriferi (strati ghiaiosi-pietrosi
contenenti zone in cui era possibile rintracciare pepite o lamelle d’oro)
del tutto simili a quelli della
Bessa di Mongrando. Non si può affermare con certezza, come sostenuto
dal Pipino e da altri autori, che le miniere
di Mazzè siano quelle citate da Strabone, però la descrizione
fattane dal famoso geografo greco, calza perfettamente con la morfologia della
zona e l’ipotesi è tutt’altro che peregrina.
L’esistenza delle miniere d’oro, già sfruttate in epoca Salassa
e poi successivamente in epoca romana, congiuntamente alla presenza di un guado
sul fiume, probabilmente sostituito nel tardo Impero da un ponte, spiegano la
nascita del borgo celta-ligure di Mattiacos, nome poi mutato in quello di Mattiacus
al tempo della colonizzazione latina.
Gli scavi effettuati nelle regioni Piloni
e Resia, e nei pressi della chiesetta, dimostrano che in origine il paese
era localizzato nella pianura alluvionale e la popolazione dedita all’estrazione
dell’oro e poi, esauritesi il giacimento, alla coltivazione della vite
ed al cabotaggio sulla Dora, a quel tempo navigabile sino ad Ivrea.
Questo lungo preambolo spiega il motivo per il quale fu eretta una chiesa in
un luogo cosi isolato, e perché quella dei Santi
Lorenzo e Giobbe è considerata la parrocchia più antica di
Mazzè. Non devono trarre in inganno le sue dimensioni ridotte, dovute
al perpetuarsi della tradizione pagana, recitante che un tempio era la casa
di Dio e non quella dei fedeli, che potevano benissimo assistere alle funzioni
standosene all’aperto..
L’antichità della chiesa, probabilmente risalente al IX secolo,
è testimoniato, oltre al recentissimo ritrovamento nei suoi pressi di
tracce di costruzioni, forse d’epoca longobarda, dall’orientamento
est - ovest e da tratti della muratura perimetrale, edificati con materiale
di risulta d’origine romana. La presenza di due fondazioni, sempre d’origine
antica, a prolungamento verso ovest dei muri laterali, autorizzano l’ipotesi
che un tempo questa non fosse una chiesa ma che svolgesse le funzioni d’edicola
funeraria, come testimoniato dalla lapide
marmorea del II secolo d.c., ritrovata al suo interno una decina d’anni
fa, ora esposta nella chiesa parrocchiale.
Per maggior comprensione credo sia utile attingere a quanto riferito da F. Mondino,
sempre a proposito di questa chiesa, nella sua opera “Cenni sull’architettura
Sacra in Mazzè “:
“ Abbiamo, invece, importanti notizie trasmessaci da un documento redatto
a Borgomasino il 5 Gennaio 1349, nel quale questa chiesa è unita a quella
di San Gervasio. In quel giorno, il priore Oberto Francesco, Vicario del Vescovo
di Ivrea ecc…………Nell’ambito delle indagini che
egli stava conducendo, fu informato, per fide dignitas personas, sullo stato
della chiesa di San Gervasio e di quella di San Lorenzo. Venne così a
conoscenza che quest’ultima si trovava in precarissimo stato di conservazione,
nonostante che in passato fosse stata preposta alla cura delle anime, per l’esistenza,
nel suo territorio, di una popolazione “
Proseguendo:
“ Il documento, è di importanza storica, perché, tra l’altro,
c’informa che questa popolazione si trasferì, poi, a causa dei
pericoli delle guerre, nella parrocchia di Mazzè, dove continuò
a vivere costruendo nuove abitazioni e formando nuove famiglie”
E’ da notare che gli ultimi trasferimenti avvennero in tempi relativamente
moderni, perché a Casale, si tramanda ancora la credenza che i fondatori
del paese, edificarono le loro case lungo la
strada per Rondissone, dopo aver abbandonato la pianura adiacente a San
Lorenzo.
Dopo l’abolizione della parrocchia e l’assommarsi delle funzioni
di rettore di San Gervasio e di San Lorenzo nella persona del prete Giovanni,
a quel tempo parroco di Mazzè, la chiesetta decade rapidamente diventando
ricovero di romiti e di vagabondi, tanto che bisogna giungere sino alla fine
del XVIII secolo, perché il tempietto sia nuovamente in grado di ospitare
delle funzioni religiose.
Nel 1792, don Giuseppe Antonio Borga, parroco dal 1784 al 1818, viste le precarie
condizioni nelle quali versava la cappella titolata ai martiri Lorenzo e Giobbe,
provvide al restauro, sopraelevando il tetto e costruendo le volte a crociera
ancora oggi visibili. Nel 1889 fu edificata l’attuale recinzione e negli
anni sessanta del ventesimo secolo, fu eseguita un’ultima tornata di lavori
per merito di devoti. Recentemente è stato ricostruito il tetto del locale
sagrestia, adiacente alla chiesa, garantendone la conservazione.
La presenza del portichetto a vela
esterno, d’epoca indefinibile, può forse voler significare che
questa chiesa svolgeva anche una funzione d’ospizio per i pellegrini diretti
a Vercelli. Ad onor del vero, bisogna segnalare che il Prof. G.D. Serra, documenta
l’esistenza di un ramo di Via Francigena transitante per Mazzè,
ma questo transito valicava la Dora, sul ponte nei pressi della chiesa
di Santa Maria Maddalena, circa cinquecento metri a nord. Per avvalorare
questa ipotesi, bisognerebbe ammettere che la strada tardo romana Ivrea
- Quadrata, all’epoca della costruzione della cappella, fosse ancora
in qualche modo in funzione, ipotesi per il momento non assolutamente verificabile
e che se vera, sposterebbe ancora indietro nel tempo, la nascita della chiesa
dei Santi Lorenzo e Giobbe.
In conclusione è il caso di segnalare che nei secoli XVIII e XIX il tempio
è stato adibito, indubbiamente per merito della sua posizione decentrata,
a lazzaretto per i malati di pelagra e poi di colera. A tal epoca risalgono
i due piccoli locali a servizi, ricavati al fondo della sagrestia.
Fortunatamente la chiesa gode ancora delle attenzioni di un buon numero di devoti,
la maggior parte residenti a Casale, i quali, con continue opere di manutenzione
ne impediscono il degrado totale e la rovina completa, la qual cosa priverebbe
Mazzè della sua memoria più antica.
Barengo Livio
Novembre 2004
Ipotesi
Sulle recentissime scoperte archeologiche, venute alla luce nei pressi della
chiesa dei Santi Lorenzo e Giobbe
a Mazzè.
Chi percorre la strada statale 595
proveniente da Caluso, passato l’abitato di Mazzè, si ritrova a
dover scendere nel profondo vallone scavato dalla Dora, quindi giunto al fondo
e passato il fiume, risalire il versante opposto per tornare allo stesso livello
abbandonato in precedenza. Generalmente anche il viaggiatore più distratto,
non può far a meno di notare alla fine della discesa, una chiesetta
di poche pretese poco discosta dalla strada. La cappella, salvo il fatto
di essere situata in aperta campagna, non ha nulla d’eccezionale ed un
eventuale visitatore sarebbe attratto sicuramente più dall’amenità
del luogo, che dalle caratteristiche della costruzione.
Forse a causa dei racconti che testimoniano del suo uso come lazzaretto, questa
chiesa ha sempre avuto un alone di mistero, tant’è che gli abitanti
del circondario le attribuiscono delle vicende inverosimili, tralasciando forse
considerazioni sicuramente più interessanti. Altre notizie recitano che
il modesto tempio, titolato ai santi Lorenzo e Giobbe, fosse un tempo la parrocchiale
del paese antico, del quale si è completamente perso il ricordo, ma di
ciò, salvo uno scritto del XIV secolo, non si è mai avuto prova.
Nessuno conosce l’epoca nella quale la chiesa fu fondata, che però
stranamente conta ancora oggi dei devoti, tant’è che il parroco
di Mazzè vi officia la messa nella ricorrenza del martire Lorenzo, alla
presenza di un discreto numero di fedeli.
Al pari di tutti gli abitanti del luogo, anche io sono sempre stato incuriosito
da questo strano posto, e quando ne ho avuto la possibilità, mi sono
ingegnato a ricercare notizie sulla sua origine. Purtroppo la documentazione
raccolta è modesta, mentre un recente sopralluogo ha prodotto tali sorprese,
da lasciar intravedere una data di fondazione più antica di quanto si
poteva supporre.
Come ho detto, le ricerche archivistiche sono state avare di notizie, difatti
si appura unicamente che sino l’anno 1349, la chiesa dei santi Lorenzo
e Giobbe era accudita da un rettore e sede di una parrocchia, poi accorpata
con quella del martire Gervasio. Oltre, si può legittimamente dedurre
che, dopo l’abbandono del parroco, il tempio fu probabilmente adibito
a romitaggio e poi fu usato come lazzaretto, subendo un importante restauro
alla fine del XVIII secolo, mentre in quello successivo fu edificata la recinzione
in mattoni pieni che delimita il terreno di pertinenza.
Altre indicazioni sull’epoca di fondazione si ricavano dall’orientamento
est ovest della chiesa, sicuro indizio d’antichità, mentre per
quanto concerne la struttura dell’edificio, in gran parte edificato
con laterizi
d’origine romana, è stata troppo snaturata nel corso del restauro,
per fornire delle tracce utili sull’epoca di costruzione.
Qualche altra considerazione si può fare sul portico
a vela antistante la cappella, forse testimonianza di un transito di pellegrini,
ma anche in questo caso si potrebbe trattare della riedificazione di una struttura
più antica di difficile datazione. Da rimarcare invece il ritrovamento,
infissa nel pavimento della chiesa, di una lapide
in marmo d’epoca romana, attribuibile al II secolo d. C., nonché
l’esistenza all’esterno di muri di fondazione risalenti allo steso
periodo, testimonianze certe che il sito era già abitato nell’antichità.
Fortunatamente nella primavera del 2004, durante dei lavori di ripristino del
tetto della sacrestia, forse un tempo ricovero dei romiti, alcuni operai sono
saliti sul tetto del tempio, notando nel bosco a ponente dell’edificio,
una struttura lineare normalmente nascosta dal fitto fogliame. Incuriosito e
non riuscendo a fornire una spiegazione coerente a quanto visto dai suoi dipendenti,
l’impresario incaricato dei lavori, conoscendo le mie inclinazioni, si
è premurato di avvertirmi, al che ho provveduto per un sopralluogo.
Come potrà costatare chi vorrà avventurarsi sul posto, la chiesetta
è costruita su di un piccolo poggio sovrastante la pianura alluvionale,
ultima propaggine di una sorta di promontorio che origina dalla scarpata che
scende verso la Dora. Il sito, ampio circa sette giornate piemontesi, è
sempre stato un beneficio della Chiesa e condotto per gran parte a bosco, fornendo
ancora oggi legna da ardere al parroco di Mazzè.
Nel corso della visita, eseguita in collaborazione con un gruppo di volontari
composto dai Sig.ri Fogliatti Mario, Gelormini Elio e Lusso Antonio e con il
fattivo supporto della Sig.na Anna Actis Caporale, la struttura scorta dai muratori
si è rivelata essere la fondazione di un muro a sacco, con andamento
est ovest, largo tre piedi (circa novanta centimetri). Sfoltiti i rovi, si è
costatato che questo muro risale il promontorio per circa quaranta metri, quasi
argine di un contiguo piano inclinato in terra battuta mediamente largo a sua
volta una quarantina di piedi, interrotto alla sommità da un fosso d’irrigazione
scavato nei primi decenni del secolo scorso. Un’osservazione più
attenta rivelava spezzoni di laterizi, sicuramente romani, inseriti intenzionalmente
tra le pietre di fondazione; addirittura si ritrovava, oltre ad un ciottolo
inciso, un mattone quasi integro, nel quale l’antico fornaciaio aveva
impresso nell’argilla l’impronta della mano destra, forse per favorirne
l’uso una volta cotto.
Successivamente si chiariva che il muro a sacco proseguiva ben oltre il fosso
e che l’area interessata terminava alla base della scarpata distante un
centinaio di metri, qui una trincea semiriempita di terriccio impediva l’accesso.
Il gruppo di ricercatori, imbaldanzito da queste scoperte, procedeva alla pulizia
del piano inclinato, ma contrariamente alle attese, l’operazione non dava
luogo a ritrovamenti che chiarissero quale fosse in antico la sua funzione.
In ultimo, l’attenzione dei volenterosi era attirata da un altra scarpata
delimitante il promontorio a notte, nonché dal pietrame franato alla
sua base, quasi sicuramente i resti di un muro a secco corrente anticamente
sul crinale della voragine, ma anche in questo caso, salvo costatare la presenza
episodica di mattoni, le ricerche non ottenevano risultati significativi. Recentemente,
all’estremo limite di quest’ultima scarpata, è venuto alla
luce il basamento di una struttura collassata, forse i resti di una torre quadrangolare
avente 12 piedi di lato (Mt. 3,60 circa), debbo però aggiungere che l’indagine
è ancora in corso e proseguendo i lavori, le notizie potrebbero rivelarsi
inesatte o perlomeno incomplete.
Considerata la morfologia del territorio e la tipologia delle strutture rinvenute,
credo sia giustificato ipotizzare che quanto ritrovato siano i resti di un opera
difensiva d’epoca indefinita, anche se le misure sia del muro sia della
presunta torre, sono abbastanza significative.
Azzardando sull’epoca di costruzione, considerata la presenza di spezzoni
di laterizi d’origine romana e la mancanza di calce, credo sia corretto
presumere di essere in presenza una fortificazione alto medioevale, periodo
in cui erano ancora usate comunemente le dimensioni della tradizione antica,
ma la mancanza di materiali costringeva a ripiegare su cose più umili,
quali appunto le pietre e la creta.
Ritenuta valida questa tesi, il passo seguente è senz’altro quello
di attribuire al sito un’epoca precisa, al che spulciati i manuali di
storia e le monografie degli storici locali, mi azzardo a proporla, chiedendo
perdono se ulteriori scavi non la confermeranno.
Ritorniamo ipoteticamente all’anno 773 d.c., quando Carlo, che i posteri
chiameranno Magno, re dei Franchi, sollecitato dal Papa, decide di ripercorrere
le orme del suo predecessore Pipino e di scendere in Italia per liberarsi di
Desiderio, re dei Longobardi e sino a poco tempo prima, suo suocero.
Raccontano le antiche cronache che il re, riunito l’esercito a Ginevra,
ne affida metà a suo zio Bernardo, ordinando al congiunto di valicare
il Gran San Bernardo e scendere in Italia attraverso la valle d’Aosta,
mentre lui farà la stessa cosa attraverso la valle di Susa, serrando
i nemici in una sorta di tenaglia nella pianura piemontese.
Per merito del Manzoni le gesta di questa guerra sono universalmente note: le
chiuse che sbarrano la valle segusina sono superate dai Franchi per il tradimento
di un giullare, il re Longobardo sconfitto deve rinchiudersi in Pavia, dove
dopo un lungo assedio, si arrende a Carlo, mentre suo figlio Adelchi, nella
speranza di riprendersi il regno, ripara a Bisanzio.
Sin qui tutti i manuali di Storia concordano, ma salvo rare monografie, i testi
tacciono su una questione che per noi ha la massima importanza: cosa fece l’esercito
comandato da Bernardo, dove andarono questi Franchi dopo essere scesi lungo
la valle d’Aosta, parteciparono o no alla campagna contro i Longobardi?
A chiarire la questione, in nostro soccorso giunge tal Jacopo da Acqui, frate
e contestato storiografo del tardo medioevo, il quale in una cronaca della guerra
condotta da Carlo contro i longobardi di Desiderio, lascia intravedere una vicenda
ben diversa da quella comunemente accettata. In questo scritto si narra che
Bernardo, superato Bard, piazzaforte gia in precedenza in mano degli invasori,
e presa Ivrea, si arrestò davanti alle chiuse predisposte dai Longobardi
dalle parti del Lago di Viverone, forse create sulla falsariga di altre più
antiche, costruite dai Bizantini durante la loro breve permanenza in Canavese.
Sulle rive di questo specchio d’acqua, si svolsero varie aspre battaglie
che impedirono ai due eserciti invasori di ricongiungersi, finché dopo
un ultimo sanguinoso sforzo, i Franchi superarono finalmente il Sapel da Mur
e dilagarono nella pianura vercellese. Fra Jacopo afferma che in occasione dell’ultima
battaglia ci fu un intervento diretto di Carlo, ma è più probabile
ché i Longobardi dovettero ritirarsi perché i Franchi, sfondate
le chiuse della valle di Susa, avevano armai la strada aperta verso est, rendendo
vana ogni altra resistenza lungo la Dora.
E’ opinione comune degli autori che si sono cimentati su questo controverso
argomento, quali il Rondolino, il Ramasco e la Emanuela Mollo, anche se quest’ultima
nega la veridicità della cronaca di fra Jacopo, ritenendola completamente
frutto di fantasia, che se le chiuse Longobarde tra la Dora e la Serra sono
realmente esistite, il loro scopo era di bloccare il passaggio ad un esercito
proveniente dalla valle d’Aosta, nel presupposto che il fiume fosse unicamente
superabile ad Ivrea. Orbene, come sanno gli abitanti dei paesi rivieraschi,
questo non è vero, perché a Mazzè esiste un guado che permette
di valicare il fiume, guado che quindi andava sicuramente presidiato, se non
si voleva che eventuali invasori, avessero la possibilità di attaccare
i difensori delle chiuse di Viverone alle spalle, rendendo vana la loro costruzione.
A questo punto penso sia ormai chiaro al lettore dove voglia andare a parare
il ragionamento, perché la posizione del sito ritrovato si adatta perfettamente
allo scopo, è sostenibile che le rovine ritrovate non siano altro che
quanto resta di una fortificazione Longobarda.
San Lorenzo è indubbiamente il luogo che meglio si addiceva per insediare
un campo trincerato, avente lo scopo di contrastare i Franchi in cerca di un
guado sulla Dora, distante poche centinaia di metri, quindi se quanto sopra
avrà delle conferme, è ipotizzabile che anche la chiesetta sia
stata fondata nello stesso periodo, il che ci permetterebbe di retrocederne
la costruzione all’VIII secolo d.c., aggiungendo un altro tassello alla
storia del paese.
Settembre 2004 Barengo Livio
Nota - Il
ciottolo di cui si propone la fotografia,
è stato ritrovato inserito nel muro a sacco descritto nell’articolo,
ed è sicuramente più antico del manufatto stesso. Come spesso
accade, si tratta di materiale riutilizzato perché già sul posto
oppure comodamente trasportabile. Per il momento non esistono ipotesi sul significato
dell’incisione, il prof. G. Cavaglià sostiene trattarsi di un segnacolo
di confine delle antiche miniere d’oro Salasso-Romane.

