
Ipotesi
Sui recenti ritrovamenti archeologici, venuti alla luce nei pressi della
chiesa dei Santi Lorenzo e Giobbe a Mazzè.
Chi percorre la strada
statale 595 proveniente da Caluso, passato l’abitato di Mazzè,
si ritrova a dover scendere nel profondo vallone scavato dalla Dora, quindi
giunto al fondo e passato il fiume, risalire il versante opposto per tornare
allo stesso livello abbandonato in precedenza. Generalmente anche il viaggiatore
più distratto, non può far a meno di notare alla fine della discesa,
una chiesetta
di poche pretese poco discosta dalla strada. La cappella, salvo il fatto
di essere situata in aperta campagna, non ha nulla d’eccezionale ed un
eventuale visitatore sarebbe attratto sicuramente più dall’amenità
del luogo, che dalle caratteristiche della costruzione.

Forse a causa dei racconti che testimoniano del suo uso come lazzaretto, questa
chiesa ha sempre avuto un alone di mistero, tant’è che gli abitanti
del circondario le attribuiscono delle vicende inverosimili, tralasciando forse
considerazioni sicuramente più interessanti. Altre notizie recitano che
il modesto tempio, titolato ai santi Lorenzo e Giobbe, fosse un tempo la parrocchiale
del paese antico, del quale si è completamente perso il ricordo, ma di
ciò, salvo uno scritto del XIV secolo, non si è mai avuto prova.
Nessuno conosce l’epoca nella quale la chiesa fu fondata, che però
stranamente conta ancora oggi dei devoti, tant’è che il parroco
di Mazzè vi officia la messa nella ricorrenza del martire Lorenzo, alla
presenza di un discreto numero di fedeli.

Al pari di tutti gli abitanti del luogo, anche io sono sempre stato incuriosito
da questo strano posto, e quando ne ho avuto la possibilità, mi sono
ingegnato a ricercare notizie sulla sua origine. Purtroppo la documentazione
raccolta è modesta, mentre un recente sopralluogo ha prodotto tali sorprese,
da lasciar intravedere una data di fondazione più antica di quanto si
poteva supporre.
Come ho detto, le ricerche archivistiche sono state avare di notizie, difatti
si appura unicamente che sino l’anno 1349, la chiesa dei santi Lorenzo
e Giobbe era accudita da un rettore e sede di una parrocchia, poi accorpata
con quella del martire Gervasio. Oltre, si può legittimamente dedurre
che, dopo l’abbandono del parroco, il tempio fu probabilmente adibito
a romitaggio e poi fu usato come lazzaretto, subendo un importante restauro
alla fine del XVIII secolo, mentre in quello successivo fu edificata la recinzione
in mattoni pieni che delimita il terreno di pertinenza.
Altre indicazioni sull’epoca di fondazione si ricavano dall’orientamento
est ovest della chiesa, sicuro indizio d’antichità, mentre per
quanto concerne la struttura dell’edificio, in gran parte edificato
con laterizi
d’origine romana, è stata troppo snaturata nel corso del restauro,
per fornire delle tracce utili sull’epoca di costruzione.

Qualche altra considerazione si può fare sul portico
a vela antistante la cappella, forse testimonianza di un transito di pellegrini,
ma anche in questo caso si potrebbe trattare della riedificazione di una struttura
più antica di difficile datazione. Da rimarcare invece il ritrovamento,
infissa nel pavimento della chiesa, di una lapide
in marmo d’epoca romana, attribuibile al II secolo d. C., nonché
l’esistenza all’esterno di muri di fondazione risalenti allo steso
periodo, testimonianze certe che il sito era già abitato nell’antichità.
Fortunatamente nella primavera del 2004, durante dei lavori di ripristino del
tetto della sacrestia, forse un tempo ricovero dei romiti, alcuni operai sono
saliti sul tetto del tempio, notando nel bosco a ponente dell’edificio,
una struttura lineare normalmente nascosta dal fitto fogliame. Incuriosito e
non riuscendo a fornire una spiegazione coerente a quanto visto dai suoi dipendenti,
l’impresario incaricato dei lavori, conoscendo le mie inclinazioni, si
è premurato di avvertirmi, al che ho provveduto per un sopralluogo.

Come potrà constatare chi vorrà avventurarsi sul posto, la chiesetta
è costruita su di un piccolo poggio sovrastante la pianura alluvionale,
ultima propaggine di una sorta di promontorio che origina dalla scarpata che
scende verso la Dora. Il sito, ampio circa sette giornate piemontesi, è
sempre stato un beneficio della Chiesa e condotto per gran parte a bosco, fornendo
ancora oggi legna da ardere al parroco di Mazzè.
Nel corso della visita, eseguita in collaborazione con un gruppo di volontari
composto dai Sig.ri Fogliatti Mario, Gelormini Elio e Lusso Antonio e con il
fattivo supporto della Sig.na Anna Actis Caporale, la struttura scorta dai muratori
si è rivelata essere la fondazione di un muro a sacco, con andamento
est ovest, largo tre piedi (circa novanta centimetri). Sfoltiti i rovi, si è
costatato che questo muro risale il promontorio per circa quaranta metri, quasi
argine di un contiguo piano inclinato in terra battuta mediamente largo a sua
volta una quarantina di piedi, interrotto alla sommità da un fosso d’irrigazione
scavato nei primi decenni del secolo scorso. Un’osservazione più
attenta rivelava spezzoni di laterizi, sicuramente romani, inseriti intenzionalmente
tra le pietre di fondazione; addirittura si ritrovava, oltre ad un ciottolo
inciso, un mattone quasi
integro, nel quale l’antico fornaciaio aveva
impresso nell’argilla l’impronta della mano destra, forse per favorirne
l’uso una volta cotto.

Successivamente si chiariva che il muro a sacco proseguiva ben oltre il fosso
e che l’area interessata terminava alla base della scarpata distante un
centinaio di metri, qui una trincea semiriempita di terriccio impediva l’accesso.
Il gruppo di ricercatori, imbaldanzito da queste scoperte, procedeva alla pulizia
del piano inclinato, ma contrariamente alle attese, l’operazione non dava
luogo a ritrovamenti che chiarissero quale fosse in antico la sua funzione.
In ultimo, l’attenzione dei volenterosi era attirata da un altra scarpata
delimitante il promontorio a notte, nonché dal pietrame franato alla
sua base, quasi sicuramente i resti di un muro a secco corrente anticamente
sul crinale della voragine, ma anche in questo caso, salvo costatare la presenza
episodica di mattoni, le ricerche non ottenevano risultati significativi. Recentemente,
all’estremo limite di quest’ultima scarpata, è venuto alla
luce il basamento di una struttura collassata, forse i resti di una torre quadrangolare
avente 12 piedi di lato (Mt. 3,60 circa), debbo però aggiungere che l’indagine
è ancora in corso e proseguendo i lavori, le notizie potrebbero rivelarsi
inesatte o perlomeno incomplete.

Considerata la morfologia del territorio e la tipologia delle strutture rinvenute,
credo sia giustificato ipotizzare che quanto ritrovato siano i resti di un opera
difensiva d’epoca indefinita, anche se le misure sia del muro sia della
presunta torre, sono abbastanza significative.
Azzardando sull’epoca di costruzione, considerata la presenza di spezzoni
di laterizi d’origine romana e la mancanza di calce, credo sia corretto
presumere di essere in presenza una fortificazione alto medioevale, periodo
in cui erano ancora usate comunemente le dimensioni della tradizione antica,
ma la mancanza di materiali costringeva a ripiegare su cose più umili,
quali appunto le pietre e la creta.
Ritenuta valida questa tesi, il passo seguente è senz’altro quello
di attribuire al sito un’epoca precisa, al che spulciati i manuali di
storia e le monografie degli storici locali, mi azzardo a proporla, chiedendo
perdono se ulteriori scavi non la confermeranno.
Ritorniamo ipoteticamente all’anno 773 d.c., quando Carlo, che i posteri
chiameranno Magno, re dei Franchi, sollecitato dal Papa, decide di ripercorrere
le orme del suo predecessore Pipino e di scendere in Italia per liberarsi di
Desiderio, re dei Longobardi e sino a poco tempo prima, suo suocero.

Raccontano le antiche cronache che il re, riunito l’esercito a Ginevra,
ne affida metà a suo zio Bernardo, ordinando al congiunto di valicare
il Gran San Bernardo e scendere in Italia attraverso la valle d’Aosta,
mentre lui farà la stessa cosa attraverso la valle di Susa, serrando
i nemici in una sorta di tenaglia nella pianura piemontese.
Per merito del Manzoni le gesta di questa guerra sono universalmente note: le
chiuse che sbarrano la valle segusina sono superate dai Franchi per il tradimento
di un giullare, il re Longobardo sconfitto deve rinchiudersi in Pavia, dove
dopo un lungo assedio, si arrende a Carlo, mentre suo figlio Adelchi, nella
speranza di riprendersi il regno, ripara a Bisanzio.
Sin qui tutti i manuali di Storia concordano, ma salvo rare monografie, i testi
tacciono su una questione che per noi ha la massima importanza: cosa fece l’esercito
comandato da Bernardo, dove andarono questi Franchi dopo essere scesi lungo
la valle d’Aosta, parteciparono o no alla campagna contro i Longobardi?

A chiarire la questione, in nostro soccorso giunge tal Jacopo da Acqui, frate
e contestato storiografo del tardo medioevo, il quale in una cronaca della guerra
condotta da Carlo contro i longobardi di Desiderio, lascia intravedere una vicenda
ben diversa da quella comunemente accettata. In questo scritto si narra che
Bernardo, superato Bard, piazzaforte gia in precedenza in mano degli invasori,
e presa Ivrea, si arrestò davanti alle chiuse predisposte dai Longobardi
dalle parti del Lago di Viverone, forse create sulla falsariga di altre più
antiche, costruite dai Bizantini durante la loro breve permanenza in Canavese.
Sulle rive di questo specchio d’acqua, si svolsero varie aspre battaglie
che impedirono ai due eserciti invasori di ricongiungersi, finché dopo
un ultimo sanguinoso sforzo, i Franchi superarono finalmente il Sapel da Mur
e dilagarono nella pianura vercellese. Fra Jacopo afferma che in occasione dell’ultima
battaglia ci fu un intervento diretto di Carlo, ma è più probabile
ché i Longobardi dovettero ritirarsi perché i Franchi, sfondate
le chiuse della valle di Susa, avevano armai la strada aperta verso est, rendendo
vana ogni altra resistenza lungo la Dora.

E’ opinione comune degli autori che si sono cimentati su questo controverso
argomento, quali il Rondolino, il Ramasco e la Emanuela Mollo, anche se quest’ultima
nega la veridicità della cronaca di fra Jacopo, ritenendola completamente
frutto di fantasia, che se le chiuse Longobarde tra la Dora e la Serra sono
realmente esistite, il loro scopo era di bloccare il passaggio ad un esercito
proveniente dalla valle d’Aosta, nel presupposto che il fiume fosse unicamente
superabile ad Ivrea. Orbene, come sanno gli abitanti dei paesi rivieraschi,
questo non è vero, perché a Mazzè esiste un guado che permette
di valicare il fiume, guado che quindi andava sicuramente presidiato, se non
si voleva che eventuali invasori, avessero la possibilità di attaccare
i difensori delle chiuse di Viverone alle spalle, rendendo vana la loro costruzione.
A questo punto penso sia ormai chiaro al lettore dove voglia andare a parare
il ragionamento, perché la posizione del sito ritrovato si adatta perfettamente
allo scopo, è sostenibile che le rovine ritrovate non siano altro che
quanto resta di una fortificazione Longobarda.
San Lorenzo è indubbiamente il luogo che meglio si addiceva per insediare
un campo trincerato, avente lo scopo di contrastare i Franchi in cerca di un
guado sulla Dora, distante poche centinaia di metri, quindi se quanto sopra
avrà delle conferme, è ipotizzabile che anche la chiesetta sia
stata fondata nello stesso periodo, il che ci permetterebbe di retrocederne
la costruzione all’VIII secolo d.c., aggiungendo un altro tassello alla
storia del paese.
Settembre 2004 Barengo Livio

Nota - Il
ciottolo di cui si propone la fotografia,
è stato ritrovato inserito nel muro a sacco descritto nell’articolo,
ed è sicuramente più antico del manufatto stesso. Come spesso
accade, si tratta di materiale riutilizzato perché già sul posto
oppure comodamente trasportabile. Per il momento non esistono ipotesi sul significato
dell’incisione, il prof. G. Cavaglià sostiene trattarsi di un segnacolo
di confine delle antiche miniere d’oro Salasso-Romane.

I Longobardi in Canavese

La storiografia descrive i Longobardi come un popolo barbaro, poco conosciuto,
calato in Italia sulle ceneri dell’Impero romano, al quale si riconosce,
dopo la sconfitta subita dal loro ultimo re, Desiderio e l’esilio di suo
figlio Adelchi, il solo merito di aver contribuito alla grandezza di Carlo Magno,
calato in Italia coi suoi Franchi a difesa del Papato.
In realtà con la loro sconfitta, ai Longobardi fu impedito di fungere
da coagulo nella formazione di uno stato unitario, similmente a quanto avvenne
in Francia e Spagna, e nulla valse il tardivo tentativo d’Arduino d’Ivrea,
indirizzatosi sulla stessa via duecento anni dopo. Pur non essendo gli stati
nazionali esenti da pecche, devo rimarcare che questo è il motivo per
cui l’Italia, ebbe a subire le catastrofi che la posero ai margini dell’Europa.

Raccontano i manuali di Storia, che la calata di Carlo Magno in Italia, avvenne
nella primavera dell’anno 773, su richiesta di Papa Adriano I, ultimo
Pontefice a datare i documenti con l’anno di regno del Basileus, in quel
momento regnante a Bisanzio, riconoscendone cosi la sovranità sul ducato
di Roma.
Raccontano le cronache, che Carlo, visti inutili i tentativi di pacificazione
tra il re longobardo Desiderio ed il Papa, riunì il suo esercito, probabilmente
composto di poche migliaia di cavalieri, a Ginevra ed affidatone la metà
allo zio Bernardo, si mise in viaggio verso la Tarantasia, con l’intenzione
di valicare il Moncenisio e penetrare in Italia dalla Valle di Susa.
Bernardo, da parte sua, iniziò a risalire verso il passo del Gran San
Bernardo, con l’intenzione di invadere l’Italia attraverso la Valle
d’Aosta, già parte del regno franco sino a Bard.
Il re franco, arrestatosi davanti alle Chiuse della valle di Susa, le superò
per merito di un giullare, che gli indicò il sentiero adatto per cogliere
alle spalle il nemico. Sia vera o no questa versione, fornita nell’XI
secolo da un monaco della Novalesa, poco importa, ricordo però che una
manovra simile era realmente avvenuta nel luglio del 754, al tempo dell’invasione
franca capitanata da Pipino ed è strano che i Longobardi si siano lasciati
sorprendere allo stesso modo. Forse è più realistico pensare al
tradimento di qualche duca longobardo, notoriamente personaggi molto turbolenti
ed infidi.

In questa sede interessano però di più le mosse di Bernardo, il
quale, una volta superato Bard ed investita Ivrea, si trovò nel dover
scegliere se proseguire verso sud, attraverso l’antica strada romana di
Quadrata o dirigersi ad est, percorrendo la Via Francesa, diretta verso Vercelli
e Pavia, capitale del regno Longobardo. Sappiano dalla “ Chronicon Imaginis
Mundi “ di fra Giacomo da Acqui che lo zio di Carlo scelse questa seconda
opportunità, arrestandosi davanti alle Chiuse che i Longobardi avevano
costruito, per ordine di re Desiderio, tra
Dora Baltea e la Serra.
Probabilmente a causa dell’affanno a glorificare la figura di Carlo, da
parte dei biografi francesi, per secoli si è sorvolato sulla figura di
Bernardo, ribadendo invece quella del mitico giullare, quasi si fosse trattato
di un intervento divino. La vicenda dello zio del re, fermato in Canavese da
un efficace sistema di fortificazioni, cadde quindi nell’oblio e con lui
il vallo fatto costruire da Desiderio, probabilmente sulle tracce di uno presistente,
forse dovuto ai bizantini.
Ispirandoci agli studi del Rondolino, del Ten. Colonnello Guido Amoretti e del
Generale Clemente Ramasco, autore di una pregevole relazione dalla quale sono
stati estratti le mappe ed i disegni inseriti di seguito, esaminiamo adesso
a fondo i motivi strategici che possono aver consigliato i Longobardi ad edificare
una tale opera.
Ricordo che le chiuse di Bard erano già in mano franca e che Ivrea non
ha mai avuto molta efficacia nello sbarrare il passo ad esercito invasore proveniente
dalla Valle d’Aosta. Per comune ammissione la localizzazione della città
è giustificata unicamente dal ponte sulla Dora, perché a valle,
solo a Mazzè esiste la
possibilità di passare il fiume prima della sua confluenza col Po.

Ovviamente, se s’intende evitare l’invasione della Pianura Padana,
si deve presidiarne gli accessi, fortificandoli, cosa che appunto fecero i Longobardi,
seguendo la tradizione ereditata dai secoli precedenti. Costruendo in Canavese
un Vallo dalla Dora alla Serra
ed un campo trincerato a Mazzè, re Desiderio impediva ad eventuali attaccanti,
provenienti da nord, di passare il fiume e prendere alle spalle i difensori
delle fortificazioni principali.
A questo punto ritengo sia opportuno rileggere cosa argomentava nel 1334 fra
Giacomo da Acqui, anno in cui compose la sua “ Chronicon imaginis mundi
“, opera rivelatrice, anche se ritenuta fantasiosa da molti commentatori
e totalmente falsa dalla Emanuela Mollo, ritenendola imperniata su racconti
popolari non documentati.
“ Nell’ingresso della Lombardia (ricordiamo che allora per Lombardia
si intendeva tutta la parte nord occidentale dell’Italia), dalle parti
d’Ivrea, esiste una grande clausura di pietre ammucchiate in grande quantità
fra la Dora e la costa che dicesi Calamaz (La Serra), sicché essa correva
da Cavaglià alla Dora da una parte, e dall’altra corre la costa
di Calamaz. Nel mezzo è costruito un muro grandissimo, lungo largo di
pietre grosse e piccole adunate a mo’ di macerie, e sopra di esso sorgevano
molti castelli di legno cosi che veruno che venisse a piedi od a cavallo poteva
passarvi. Nel mezzo del muro sopra la strada regia eravi una gran porta chiusa
di muro forte calcinato che vietava l’ingresso e l’uscita ed era
munita di porta di ferro. Loggie ( dal francese antico loges, tende, accampamento,
alloggi) dicesi ancora oggi la fabbrica di cotal muro e tali loggie vedemmo
perché di esse rimangono tuttodì in molti luoghi le vestigia “

La precisione nella descrizione dei luoghi è incontrovertibile e dimostra
che fra Giacomo si recò di persona ad ispezionare il sito, ricavandone
le notizie e le impressioni che riferisce nella sua opera. Dopo varie divagazioni
la cronaca prosegue in questi termini:
“ Scendono i gallici (franchi) con Carlo Magno loro re e prendono senza
indugio la città d’Ivrea. Poscia pongono la massima parte dell’esercito
loro fuori dai muri delle predette Loggie, mentre dentro il muro stassi re Desiderio
con i suoi Longobardi “
Detto del modo in cui erano composti i due eserciti e di quello che il Papa
teneva a Bologna, il frate di Acqui prosegue:
“ Tediato Carlo dal lungo combattere che vi si faceva da tre anni, raccolse
cinquecento giovani nobili e cavalieri donandoli di molti monili e maggiori
promettendone loro se senza indugio fossero penetrati nel chiuso di dette Loggie.
Nel giorno assegnato a tal fatto cominciossi da Galli (Franchi) a pugnare dal
fuori e dai Longobardi da dentro del luogo; e fu gran pugna nella quale morivansi
e si feriva con dardi e con pietre, e dei cinquemila (sic) giovani che tutto
il peso della lotta portavano, duemila (sic) vi morirono prima che potessero
conquistare il luogo delle Loggie. Entraronvi alfine a tutta forza con sì
gran strage di Longobardi che re Desiderio, vedute perdute le chiuse, retrocedè
coll’esercito suo fino a Santa Agata (Santhià). Inseguillo re Carlo
fino a disopra di San Germano nel luogo detto bosco di Carlo e dove tuttodì
è un monticello; e quivi i due eserciti pugnarono di continuo per trenta
(sic) giorni ed altrettanti notti, divisi solamente da una gran fossa profonda
un cubito e colma d’acqua”
In quest’ultimo brano l’autore riporta chiaramente varie inesattezze:
i giovani dai cinquecento di prima diventano cinquemila e proporzionalmente
i morti saranno stati duecento e non duemila. La pugna a San Germano, secondo
fra Giacomo, dura ben trenta giorni mentre è più ammissibile la
durata di tre, ma sopratutto cita Carlo al posto di Bernardo, anche se è
possibile che il re, scardinate le Chiuse della Valle di Susa, sia corso in
soccorso dello zio, fermo col suo esercito davanti alle fortificazioni canavesane.
Nonostante gli svarioni, quanti nel corso del XX secolo hanno scritto della
vicenda delle chiuse longobarde canavesane, non limitandosi a ricerche d’archivio,
ma perlustrando il territorio di persona e qui cito nuovamente per inciso Ferdinando
Rondolino, Guido Amoretti, Clemente Ramasco e quant’altri si sono occupati
dell’argomento, si trovano tutti concordi nel ritenere in generale veritieri
i fatti raccontati da fra Giacomo. Le inesattezze contenute nella Chronicon
imaginis mundi, probabilmente ispirata alla “ Chevalerie d’Ogier
de Danemarche “ una - chanson de geste – del XII secolo, non sono
superiori a quelle inserite nelle opere di altri autori medievali, tesi, a moltiplicare
il numero dei morti, ed a magnificare altri particolari truculenti, allo scopo
di inorridire lettori ed ascoltatori.

Tutti gli autori, dai più antichi ai contemporanei, a sostegno delle
loro argomentazioni sulla opportunità dei Longobardi di predisporre le
Chiuse canavesane, affermano che la Dora a quel tempo era molto più ricca
d’acqua ed era transitabile unicamente ad Ivrea, dimenticando o ignorando
che questo era possibile anche a
Mazzè. La cosa è abbastanza strana, anche perché la
possibilità era certamente nota nel medioevo, essendo citata anche dall’Azario,
nella sua cronaca delle guerre canavesane. Addirittura pare che lo stesso Arduino
di Ivrea ne abbia usufruito durante la campagna contro gli imperiali, attestati
nel Monferrato.
Naturalmente la possibilità che si potesse passare comodamente la Dora
a sud di Ivrea rendeva strategicamente inutili le Chiuse, perché il nemico,
una volta conquistata questa città, poteva comodamente recarsi a Mazzè
percorrendo l’antica strada romana per Quadrata, passare il fiume e cogliere
alle spalle i difensori del vallo. A meno che, reso inutilizzabile il favoloso
Pons Copacij, il guado fosse stato guarnito e fortificato in modo da impedire
ai Franchi questa manovra.
Scartata l’ipotesi di predisporre uno sbarramento sulla sponda vercellese
perché paludosa e scarsamente difendibile, non restava che la possibilità
di costruire un campo trincerato sulla sponda occidentale della Dora, cercando
di impedire alla cavalleria pesante franca, notoriamente in grado di frantumare
qualsiasi ostacolo, di lanciarsi in una carica devastante.
In questi ultimo tempi, l’ipotesi sta avendo conferma e tracce del castella
stanno venendo alla luce, oltre se ne fornisce una descrizione sommaria, naturalmente
aggiornabile e modificabile nel proseguo delle ricerche.

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Il Castella fortificato in regione Rèsia
del Comune di Mazzè

Le ricerche, tese a riportare alla luce la strada
romana Quadrata-Eporedia, iniziate nel 1997, giunte in regione
Résia, desolato agro del Comune di Mazzè descritto a Catasto
ai fogli 38 - 39 e 40, resero subito evidente che in questo sito l’antropizzazione
aveva seguito varie fasi interagenti fra loro. Risultava particolarmente interessante
il ritrovamento di rilevati rettilinei di pietrame, simili a quelli descritti
dal Rondolino, costituiti prevalentemente da pietre usurate e lavorate recanti
tracce di incendio. Non era possibile confondere questi accumuli con quelli
relativi allo sfruttamento dei lavaggi auriferi, perché il materiale
usato era stato chiaramente tratto da strutture cadute in rovina. Come è
noto, le ricerche relative alla strada ebbero buon esito, ma complicarono ancor
di più la situazione, perché fu subito evidente che l’antica
via di comunicazione interagiva con gli accumuli, senza però lasciarne
trasparire la funzione.
Attualmente, dopo due anni di lavoro eseguito manualmente, con la preziosa collaborazione
della ditta Bruno Roberto di Tonengo di Mazzè, si è in grado di
proporre questa relazione, ribadendo che non è assolutamente esaustiva,
e che certamente sarà oggetto in futuro d’integrazioni, se non
di modiche sostanziali.

a) Ritrovamento di un selciato, certamente non stradale, pavimentante la zona
nord-est del mappale F. 39 n 129, a conforto dell’ipotesi sulla presenza
in loco di antichi edifici, aventi però una funzione al momento completamente
sconosciuta.
b) Messa in luce di un muro a secco, posto quasi a ridosso nel confine est del
mappale F 39 numero 129, lungo di una decina di metri e largo 1,80 (6 piedi
romani). Costruito con pietre, macerie e quant’altro, il tutto legato
con argilla cruda. La funzione di questo vallo è di sbarrare una strada,
però al momento non si è in grado di precisare se trattasi della
via romana o di un percorso d’arroccamento.
c) Scoprimento di due tratti di fondazione, una posta sull’allineamento
del muro b) e l’altra ortogonale alla prima. A prima vista queste fondazioni
suggeriscono di datare la loro costruzione in un periodo diverso rispetto a
quello attribuibile al muro a secco, quasi si trattasse dei resti di una costruzione
addossata a rovine più antiche.
d) Pulizia della parte superiore di un tratto ad est della masera (muro a secco)
posta al confine nord del mappale F. 39 numero 129. Dopo lunghe riflessioni,
si è compreso che questa struttura interagisce col muro b) ed è
simile alle fondazioni c) e svolge le funzioni sia di sostegno dell’antico
riporto su cui poggia il selciato a) e sia di fondazione perimetrale di un edificio.
Considerata la consistenza, due pietre di notevoli dimensioni accoppiate di
piatto, si esclude che la masera sia sorta in funzione degli appezzamenti confinanti.
Certamente, almeno nella sua parte inferiore, la struttura preesisteva ai frazionamenti
dei terreni circostanti, appartenenti un tempo alla Comunanza ed è naturale
che i contadini l’abbiano sopraelevata accatastando contro di essa le
pietre di risulta tratte dai campi.
e) Dopo imponenti lavori di pulizia, si è costatato che l’allineamento
di pietre che segna, od almeno vorrebbe segnare, il confine tra i mappali F.
39 numero 129 e F. 38 numero 100 ha un andamento corretto solo nella sua parte
centrale. Le testate nord e sud hanno un andamento divergente e si presumono
coeve del muro a secco b). Invece, probabilmente, la parte centrale del rilevato
è stata costruita dal contadino in tempi relativamente recenti, demolendo
quanto restava del basolato stradale romano.
f) La testata a nord dell’allineamento e), lunga una decina di metri,
è un muro a sacco della larghezza di quattro piedi (mt 1,20) ed era certamente
un opera di carattere militare a difesa d’attacchi provenienti da est.
g) Identica cosa si deve riferire per la testata sud, lunga circa otto metri,
dove è nuovamente presente un muro a sacco della larghezza di quattro
piedi. In questo caso però la struttura è più complessa
e risvolta ortogonalmente verso est, quasi si trattasse della parte inferiore
di una sovrastruttura di legno, distrutta nell’incendio detto avanti.
h) All’interno dei mappali F. 39 numeri 120, 122 e 123 esistono accumuli
rettilinei non ancora indagati, il più visibile è un muro a secco
corrente lungo il confine ovest dei mappali 122 e 123. La larghezza del rilevato
è nuovamente di circa quattro piedi, ma, essendo stato parzialmente restaurato,
conserva ancora una discreta altezza. Inoltre questo manufatto va ad interrompere
la strada romana, ripetendo quanto fatto dal muro b) un centinaio di metri avanti.
i) Esiste la traccia di un muro a sacco della larghezza di tre piedi (mt 0,90),
contornante il lato sinistro della strada tendente al guado o pontile sulla
Dora. Non è chiaro se quest’opera era posta a difesa della strada
stessa, oppure tesa ad impedire che eventuali nemici provenienti dal fiume invadessero
a sorpresa le fortificazioni.
j) I frammenti di ceramica ritrovati, spaziando dalla tarda antichità
all’epoca moderna, non permettono di datare compiutamente le strutture,
ma dato il numero relativo dei ritrovamenti, confermano l’uso militare
del sito.
Viste le difficoltà, si ritiene che si giungerà ad una datazione
definitiva solo quanto si porterà alla luce, in un tempo al momento imprevedibile,
la totalità delle strutture.
Barengo Livio
Novembre 2004
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