



"Assunta"
Greco
(Domenico Theotokopoulos, detto el)
Pittore, scultore ed architetto spagnolo d'origine greca (Candia
c.1545-Toledo 1614)
La parrocchiale
titolata ai martiri Gervasio e Protasio, è nata circa mille anni fa come
cappella gentilizia dei conti Valperga, unendo le sue sorti a quelle dei Signori
di Mazzè, perciò non credo sia possibile parlarne, senza la premessa
di un sintetico resoconto della storia del paese.
In antico, il castelliere salasso di Mattiacos, non era situato alla cima del
colle, ma era nella piana formata dalla Dora, nei pressi della
chiesetta dedicata ai santi Lorenzo e Giobbe. In epoca romana la situazione
non mutò, allora Mattiacus era formato da una villa rustica di proprietà
dei Macionis, famiglia salasso-romana di notevoli possibilità e dalle
casupole dei loro dipendenti. Esauritesi le miniere d’oro di Bose, o meglio
divenuta antieconomica la loro coltivazione, gli abitanti di Mattiacus si rivolsero
probabilmente al cabotaggio sulla Dora, a quei tempi navigabile sino ad Ivrea,
ed alla coltivazione dell’aminea gemella, l’attuale erbaluce, vitigno
originario dell’Italia meridionale, ambientato dai romani in Canavese.
Nel tardo Impero transitò per Mattiacus, la strada
militare Quadrata-Eporedia, recentemente portata alla luce per merito dell’Associazione
F. Mondino, ed in epoca longobarda si procedette alla costruzione di fortificazioni,
allo scopo di controllare il guado sulla Dora.
All’inizio del secondo millennio la situazione muta sostanzialmente, esisteva
ancora l’abitato salasso-romano di Macciacus, ma era ormai semi deserto,
perché non difendibile. La stessa sorte coinvolse anche il borgo di San
Pietro, paesetto agricolo sulla strada militare, a sud dell’abitato principale.
La popolazione, dopo le scorrerie degli ungari del IX e del X secolo, si era
rifugiata alla sommità della collina di San Michele, costruendovi un
ricetto fortificato, ad uso
di tutti gli abitanti del circondario. Ricordo che queste fortezze di origine
contadina, non erano costruzioni imponenti, ma consistevano in semplici spazi
rettangolari, difesi da fossati e terrapieni sormontati da rovi, racchiudenti
al loro interno capanne e spazi per il bestiame.
Similmente ad altri casi, è probabile che dopo la costruzione del ricetto,
sia sorta nella gente la necessità di erigere una cappella, dedicata
poi al martire Gervasio, titolazione successivamente ampliata anche al fratello
Protasio, due legionari romani martirizzati a Milano in epoca indefinita. Già
all’origine la chiesetta era quasi sicuramente in muratura, anzi forse
era l’unico edificio in muratura della fortezza, ed era certamente orientata
in direzione inversa all’attuale, con pavimento in terra battuta e nudo
tetto, nonché di dimensioni del tutto simili a quella dei martiri Lorenzo
e Giobbe, ancora oggi esistente.
Nel dicembre dell’anno 1110, una bolla dell’imperatore Enrico IV,
infeuda Mazzè ai conti del Canavese,
progenitori dei Valperga, quindi è facile dedurne che un ramo di questa
famiglia si era gia installato in paese, facendo nascere la necessità
di una cappella gentilizia
Nel 1286 la chiesa di San Gervasio, è citata in un documento del priore
della collegiata di Sant’Orso di Aosta, mentre nel 1349 la parrocchia
dei Santi Lorenzo e Giobbe, per mancanza di fedeli, è abolita ed unita
a quella del martire Gervasio.
Nello specifico, una prima considerazione da farsi è certamente quella
attinente alla titolazione, abbastanza inusuale in Piemonte, trattandosi, Gervasio
e Protasio, di santi milanesi. E’ probabile che questa scelta sia da attribuire
ai conti Valperga, perché, oltre a vincoli parentali coi Visconti, che
potrebbero giustificare una simile decisione, era consuetudine dei nobili di
origine franca, adottare patroni di conclamante virtù belliche. Per comprendere
meglio, è significativo l’esempio delle molte chiese titolate a
san Michele, proprio a causa dei trascorsi guerrieri di questo santo pugnace.
La cappella originaria non superava le dimensioni dell’attuale presbiterio,
e considerati i diversi livelli del terreno, è molto probabile che sotto
l’altare maggiore della parrocchiale ne esistano ancora i resti, magari
sotto forma di cripta. Come già detto, oltre alla piccole dimensioni,
la chiesa gentilizia era certamente orientata in maniera diversa, per comprenderci
meglio, la porta d’ingresso doveva prospettare verso Via
delle Scuole e l’altare guardare verso levante.
La forma a tre navate ed il ribaltamento dell’orientamento, furono realizzati
almeno trecento anni dopo, al tempo di Giorgio Valperga, quando i conti di Mazzè
ebbero la possibilità di finanziarie lavori di questa portata. D’altronde
l’attuale forma è già presente quando monsignor Angelo Peruzzi,
vescovo di Sarzana, visitatore apostolico, nel 1585 viene a Mazzè ed
oltre ad abolire la parrocchia di santa Maria, trova la chiesa del martire Gervasio
in cattive condizioni. La relazione del presule precisa che l’altare maggiore
è posto sotto una regolare volta, forse si trattava ancora di quella
della cappella antica, ma gli altri quattro sono in condizioni indecenti. La
sagrestia era situata alla base del campanile, collocato a quel tempo a sinistra
della porta d’entrata, pressappoco dove adesso si trova la cappella del
Sacro Cuore.
Non si hanno notizie della data in cui sono state inglobate le edicole laterali,
probabilmente nate come cappelle cimiteriali. Da una planimetria redatta nell’anno
1750 circa, si deduce che l’abside, l’attuale sagrestia e la parte
finale della navata sinistra non erano edificate, mentre la parte destra del
falso transetto, era occupata da una sagrestia di fortuna fatta costruire una
cinquantina di anni prima da Don Olearis, parroco di Mazzè dal 1695 al
1746, mentre erano ancora libere le zone dell’attuale battistero e della
cappella dell’Assunta.
Costruito il nuovo portico verso la Via delle Scuole, sorse il problema del
transito verso il sagrato, cosicché nel 1744 l’antico campanile
è abbattuto, ed a questa funzione è adibita l’antica torre
del ricetto, ormai inutile ai fini difensivi.
Nella prima metà del XIX secolo è edificata l’attuale sagrestia
ed occupati gli spazi liberi a lato dell’entrata. Infine, negli anni ottanta
dello stesso secolo, dopo aver unito tra loro le cappelle laterali, sino allora
separate le une dalle altre, è costruita l’abside e portata a termine
la facciata barocca, mentre il piano di calpestio è abbassato di circa
un metro, rendendo inutile la scala esterna sul sagrato.
Incredibilmente, dopo questa miriade d’interventi, l’edificio ha
assunto un assieme armonico e, perlomeno all’interno, una notevole grandiosità,
quasi che ogni epoca abbia lasciato una sua traccia, senza cancellare le precedenti.
Degni di nota: la statua
di legno dorato dell’Assunta, ricavata probabilmente da un solo ceppo
di castagno e la cappella successiva dedicata a San Sebastiano ed a San Vicenzo,
nonché la cosiddetta cappella del castello, dedicata ai conti Valperga
Mazzè, con la tomba
dell’ultimo di loro. E’ doveroso rilevare il valore artistico e
religioso della cappella dedicata a San Sebastiano, forse la più interessante
dell’intera chiesa, un tema sottolineante i legami di Mazzè con
la Lombardia o perlomeno col vercellese. Da visitare il battistero con la lapide
marmorea romana, databile al II secolo d.C., recentemente ritrovata a San
Lorenzo.
Di discreta fattura alcuni quadri di scuola piemontese del XVIII secolo, presenti
nelle varie cappelle, abbastanza anonimo il lavoro di Agostino Visetti, raffigurante
l’Assunta,
con i martiri Gervasio e Protasio, posto sopra l’altare maggiore.
Recentemente si è appurato che sulle facce interne dei due muri delimitanti
il presbiterio, esistono delle pitture raffiguranti l’ultima cena e le
nozze di Cana, obliterate dalla tinteggiatura fatta eseguire una cinquantina
di anni fa dal parroco don Bocca. Sarebbe certamente doveroso riportarle alla
luce, anche per dare una giusta prospettiva all’interno del tempio.
La bellezza e l’imponenza di questa
chiesa, non sono certamente riconducibili
ad uno stile definito, perché pare che ogni tendenza architettonica germogliata
tra i secoli X e XX, abbia lasciato il suo segno, ma nella notevole testimonianza
che essa dà delle generazioni passate, amalgamando nel suo assieme ogni
intervento, ogni restauro, quasi che all’origine esistesse un progetto
per giungere a questo risultato.
Barengo Livio
Novembre 2004
I lavori di ristrutturazione della chiesa parrocchiale
di Mazzè
Qualche mese addietro, l’Arch. Franco Carra e lo scrivente
furono interpellati dai membri di una sorta di comitato spontaneo, formatosi
in occasione del subentro di Don Jacek a Don Gioachino Mellano, quale titolare
della parrocchia di Mazzè Capoluogo. La questione verteva essenzialmente
sullo stato degli immobili di proprietà della parrocchia e sulla possibilità
di provvedere a riparazioni, ove se ne rivelasse la necessità.
A noi si unirono in secondo tempo, il Geom. Alfredo Bertone,
il quale aveva già dato la sua disponibilità in precedenza e successivamente
il Geom. Giuseppe Eusebio in quanto aveva già svolto, per conto di Don
Gioachino Mellano, vari incarichi professionali a favore della Parrocchia di
Mazzè.
Il sopralluogo evidenziò che le due strutture principali,
rappresentate dalla chiesa madre titolata ai martiri Gervasio e Protasio, situata
in Piazza Camino e Prola e dalla proprietà ex Galimberti, localizzata
in Via Boglietto, erano in condizioni preoccupanti. Le altre chiese, la canonica
e la casa di Barengo, affittata a terzi, erano invece in condizioni discrete,
nulla che eccedesse una buona manutenzione.
Il problema sollevato dalla chiesa madre era sostanzialmente
il tetto, al quale per decenni non si era fornita la manutenzione necessaria,
salvo il poco che si era potuto fare mediante volontariato ed il dissesto del
pavimento della sagrestia, centinatosi sia per il peso di un mobile centrale
adibito alla conservazione dei paramenti sacri e sia per l’ apertura dei
muri perimetrali.
Per la casa ex Galimberti il problema era diverso e se possibile
più complesso, in quanto, da parte di Don Mellano, si era iniziata un’opera
di restauro allo scopo di trasformare lo stabile in oratorio ed abitazione del
parroco, sistemando il piano terra.
Purtroppo però, abbastanza incomprensibilmente, durante
i lavori non si era intervenuti sul tetto, ormai in condizioni precarie, tanto
da creare seri dubbi sulla agibilità dell’edificio, non potendosi
escludere il crollo della copertura sul sottostante plafone. In compenso si
era edificato, lungo il lato nord, un seminterrato adibito a servizi e spogliatoi
per il campo di calcio attiguo. Il primo piano era stato tramezzato a stanze,
dimenticando che il plafone sovrastante, salvo la parte rifatta perché
crollata durante i lavori, non era più certamente atto a svolgere le
sue funzioni.
Facendosi carico di una situazione che non concede rinvii,
i quattro tecnici si sono impegnati a produrre i progetti e le relazioni necessarie
per porvi rimedio che però saranno inutili se non si procederà
ad iniziare i lavori, che attualmente non si sa come finanziare. Un primo risultato
si è già attenuto in quanto l’Arch. Carra, in un colloquio
col funzionario addetto, ha appurato che la Soprintendenza per i beni ambientali
e culturali del Piemonte, data l’importanza storico-artistica della chiesa
di Mazzè e dell’ambiente circostante, non intende autorizzare lavori
di ripristino non conformi alla struttura. In parole povere la Soprintendenza
non accetta che il pavimento della sagrestia sia sostituito con una soletta
in c.a., ma chiede che venga rifatto a padiglione come in origine, con i costi
che tutti possono immaginare.
Certamente, aldilà di ogni considerazione di ordine
religioso, sarebbe molto grave che la comunità di Mazzè non riuscisse
a mantenere integro quanto creato dai suoi avi nei secoli passati, in condizioni
economiche certamente peggiori delle attuali.
Luglio 2002
Geom. Livio Barengo
