Negli ultimi anni si è riproposto all’attenzione degli studiosi il problema della localizzazione del sito o dei siti, in cui potevano essere situati i lavaggi auriferi  Salassi, segnalati da Strabone più di duemila anni fa. Come è facilmente intuibile, questo rinnovato interesse non è unicamente dettato da interessi culturali, anche se indubbiamente questi restano di primaria importanza, ma bensì da più prosaici motivi economici, basti pensare a quanto la scoperta gioverebbe in termini di fruizione turistica, ai Comuni compresi nella zona delle antiche aurifodine.

Recentemente si è constatato che lungo gli scarichi glaciali che incidono l’anfiteatro di Ivrea, sono presenti tracce di ricerche aurifere, indubbiamente motivate dalla presenza, nel versante meridionale della morena, di  un placer aurifero sfruttabile. La zona dove le tracce sono più consistenti, è quella dove la Dora ha inciso più profondamente la collina, creandosi un varco verso la pianura. Con questi presupposti, risulta ovvio che i Comuni maggiormente indiziati ad ospitare le antiche aurifodine Salasse sono Mazzè e Villareggia, e che a tali Comuni spetterebbe l’onere del recupero  di queste antiche vestigia, allo stato dell’arte però l’operazione dovrà necessariamente avere un riscontro economico, pena il fallimento dell’iniziativa.

Indice

CRONISTORIA

MORFOLOGIA  DEL TERRITORIO

CENNI STORICI

FONTI ANTICHE

BIBLIOGRAFIA

Testi di Livio Barengo

Scrittore, storico ed appassionato archeologo.
Ha pubblicato nel 1998 "Giorgio dei Conti di Valperga, Signore di Mazzè. Un europeo del XV secolo", "Ypa, Morrigan Salassa" nel 2002, "La stirpe di Ypa, ovvero la nascita del Canavese" ed "Eugenio Brunetta d'Usseaux. Il fondatore del movimento olimpico in Italia", quest'ultimo in collaborazione con Danilo Alberto e Mario Fogliatti nel 2006. Del 2010 è invece "Racconti fantastici, storie popolari del Canavese e di altre terre", illustrato dalla pittrice Anna Actis Caporale. Nel 2012 "Le stelle negli occhi. Ricordi di emigranti canavesani nel primo Novecento". Ultima fatica è il libro " Mazzè, porta del Canavese "
Il saggio tratta sostanzialmente della storia di Mazzè vista non a livello locale, ma nell'ambito dei potentati di cui il paese ha fatto parte nel corso dei secoli a partire dall'epoca Salassa sino a giungere alla seconda guerra mondiale. È tra i fondatori delle associazioni “F. Mondino” e Mattiaca ed è presidente di quest'ultima, mentre dal 2009 al 2013 è stato presidente di Via Romea Canavesana, che ha contribuito a creare, venendo eletto poi presidente emerito.

 

 

RELAZIONE SULL'ORO ALLUVIONALE IN PIEMONTE: ANNO 1786

CAVALIER SPIRITO NICOLIS DI ROBILANT

 

LE AURIFODINE DI MAZZE'

NEL SETTORE FRONTALE ESTERNO DELL'ANFITEATRO MORENICO DI IVREA

di FRANCO GIANOTTI

Franco Gianotti, ha studiato la Bessa (Gianotti, 1992, 1993 e 1996) ed attualmente sta cercando di risolvere la complessa storia geologica dell’Anfiteatro morenico di Ivrea, sulla scia di illustri studiosi quali Luigi Bruno di Ivrea, Baretti, Novarese, Federico Sacco e, molto più recentemente, del suo maestro Francesco Carraro.

 

Introduzione

 

Chi sostiene che a Mazzè siano presenti delle miniere d’oro, coltivate in epoca antica?

Quali sono le evidenze di terreno che dimostrano l’effettiva esistenza delle miniere di Mazzè?

Quando furono sfruttate le miniere d’oro?

Dove, come e perchè si formarono i placer auriferi?

Perchè questi placer si trovano molto distanti dai corsi d’acqua che li formarono, oppure  a quote molto più alte?

Come si presenta l’oro nelle aurifodine?

Che caratteristiche hanno le varie aurifodine?

Perchè si utilizzarono diversi metodi, per sfruttare dei giacimenti simili, tutti di genesi alluvionale (cioè formati dall’attività di corsi d’acqua)?

Motivi giacimentologici di ordine geologico, geomorfologico e idrologico:

Motivi giacimentologici di ordine economico:

Motivi tecnologici:

Con quale sistema veniva recuperato l’oro nella Bessa e a Mazzè?

Quali differenze esistono tra Bessa e Mazzè?

Dove venivano captate le acque di lavaggio per le aurifodine di Mazzè?

Bibliografia  

 

 

Glossario

 

 

 

 

 

 

 

Analisi approssimativa dell'oro estratto nelle aurifodine di Mazzè-Villareggia

 

 

 

 

 

 

LE AURIFODINE DI CASALE (GIANOTTI 2006) MAPPA 1

 

LE AURIFODINE DI CASALE (GIANOTTI 2006) MAPPA 2

 

CANTIERE 1

 

CANTIERE 2

 

CONOIDI

 

PALEOALVEO DORA TONENGO

 

ANFITEATRO MORENICO DI IVREA 

 

Sito archeologico della Rèsia, Aurifodine romane:

indicazione dell'area di cui si propone il vincolo, e dell'area di proprietà comunale.

 

 

ITINERARIO L'ORO DEL GHIACCIAIO

 

 

 

 

 

La Bessa

http://www.bessa.it

 

 


    CRONISTORIA

Nell’inverno del 1997, ricerche intraprese in regione Resia del Comune di Mazzè, da un gruppo di volontari diretti dal prof. Giorgio Cavaglià, portarono al ritrovamento di alcuni tratti di selciato con andamento curvilineo, sito presso un guado della Dora, ancora usato dai locali quasi sino ai giorni nostri. La tipologia costruttiva e la notevole distanza dei muri di sostegno dall’asse stradale, nonché la presenza di cocci laterizi negli interstizi dei basolati, fecero immediatamente attribuire il manufatto all’epoca antica, come poi certificato dalla Sovrintendenza Archeologica del Piemonte nella persona del dott. F. M. Gambari, nonché recentemente dalla dott.sa Peyrani, attuale funzionario di zona. Nei mesi successivi, per merito dell’Associazione F. Mondino, si scopri poco oltre un altro tratto rettilineo di tracciato stradale, questa volta costruito su di un rilevato palesemente più antico,confermando cosi l’antichità  della prima scoperta.

La morfologia dell’ambiente, presentando moltissime similitudini colla Bessa di Mongrando, destò nei ricercatori notevole interesse e consigliò di eseguire dei sopralluoghi più approfonditi. Al termine dei riscontri, le similitudini con la Bessa furono tali, che si ritenne di poter ipotizzare che in antico tutta la zona fosse stata un’aurifodina e che l’antropizzazione del sito avesse seguito cinque fasi ben distinte.

1)       Periodo della coltivazione dei lavaggi auriferi da parte prima dei Salassi e poi dei Romani e forse episodicamente in precdenza, nel corso del Bronzo finale, dagli autoctoni Liguri ( IX – I sec. a C.)

2)       Periodo della navigabilità della Dora, con la costruzione di un attracco per le chiatte transitanti sul fiume (I – III sec. D.C.)

3)       Periodo della costruzione della strada militare Quadrata Eporedia, avvenuta probabilmente inglobando tronchi di strade locali gia esistenti (IV sec. D.C.)

4)       Interruzione della strada in epoca barbarica e fortificazione del sito con la costruzione di muri di sbarramento. ( VII – VIII sec. D.C.)

5)       Accumulo di pietre e ciottoli sull’area interessata dalle ricerche, operazione forse portata a termine dai contadini alla ricerca dell'oro rimasto.

Torna su

 MORFOLOGIA  DEL TERRITORIO

Già poco dopo l’inizio della strada dei Boschetti, diramatesi dalla strada provinciale Caluso – Cigliano poco oltre Mazzè al Km 5,800, si possono osservare numerosissime tracce di scavi e di accumuli di pietrame, indubbi testimoni di antiche opere minerarie a cielo aperto. Particolarmente interessante nella zona nord (Carta 2) è la presenza di sei conoidi di deiezione che si protendono verso la Dora,collegando il giacimento alla pianura alluvionale sottostante. Invece nella zona sud (Carta 3) sono  osservabili conformazioni simili ma meno leggibili, forse perché il fiume nel corso del tempo ha spostato il suo alveo verso ovest,  erodendo un buon tratto del giacimento aurifero.  Lunghi serpentoni di materiale di risulta, su cui spesso sono state tracciate delle strade, tra cui la stessa provinciale Caluso-Cigliano, che solo recentemente il geologo F. Gianotti, ha  potuto studiare a fondo, ottenendo la certezza dell’ intervento della mano umana nella loro formazione.

Ponendo come termine di riferimento i confini della la zona sconvolta dagli scavi, si deduce che superficie complessiva dell’aurifodina assommava a circa 200 ettari, situati su entrambe le sponde del corso d’acqua, alla quota di circa 230/240 metri s.l.m (Carta 1, per quanto attiene il versante mazzediese). Il nucleo meglio conservato, forse perché di proprietà comunale, è localizzato nei pressi del capoluogo di Mazzè, in regione Bose (Carta 2, zona delimitata a linea continua), adiacente all’area in cui sono state ritrovate le tracce di selciato romano descritte prima. A grandi linee, sul versante ovest del vallone  percorso dalla Dora, l’area interessata dalla antica aurefodine  risulta  compresa tra la provinciale Caluso - Cigliano, la strada che da Mazzè conduce a Rondissone, la strada vicinale  del consorzio irriguo di Chivasso e l’attuale alveo del fiume. Abbastanza recentemente, all’estremo sud della zona descritta, sono avvenuti ritrovamenti di sepolture ad incinerazione di epoca romana, che hanno confermato l’esistenza di un insediamento, denominato poi San Pietro in epoca alto medioevale e  probabilmente abbandonato nel corso del X secolo, a seguito delle scorrerie ungare.

 

 

Torna su

                                            CENNI STORICI

Nel medio III millennio a. C. migrazioni provenienti dalle rive del mar Nero, e dalla penisola Anatolicain precedenza sicuramente venute in contatto con la Mesopotamia, giunsero nelle nostre regioni portando con se un tipo di cultura che comprendeva l’uso della metallurgia del rame e l’erezione di steli antropomorfe. Questi stranieri eressero sul loro cammino dei monumenti megalitici, quali steli e dolmen e soprattutto diffusero i miti di Giasone e di Eracle, tramandatesi sino in epoca moderna, per merito degli autori classici. Poiché i più comodi itinerari di penetrazione erano i fiumi, le testimonianze di questa venuta vanno ricercate lungo i corsi d’acqua, luoghi ideali per tracciare sentieri e creare punti di scambio con le popolazioni locali.

Lungo il corso della Dora Baltea, con il  ritrovamento della stele di Mazzè,  il recupero di quella di Chivasso e la scoperta degli allineamenti di Cavaglià si è certamente autorizzati ad ipotizzare che questo fiume fosse una delle vie preferite da questi antichi viaggiatori, tanto più che è possibile seguirne il cammino sino nei presi di Aosta, a Saint Martin de Corléans. In questa località, fu realizzato intorno al 2900 a C., un luogo di culto con l’erezione di stele antropomorfe decorate  e menhir, area poi riutilizzata da altri gruppi umani giunti all‘inizio del secondo millennio. Poiché il motivo dominante, che spingeva questi antichi mercanti a recarsi in terre sconosciute, era la ricerca dei metalli, si pensa sia  corretto associare la loro venuta alla nascita del mito degli Argonauti ed alla ricerca del Vello d’Oro (la pelle d’animale attraverso la quale erano filtrate le sabbie dei fiumi). D’altronde, come appunto dimostrato a San Martin di Corleans, il rito che precedeva l’innalzamento delle steli megalitiche, consisteva nell’aratura del terreno circostante, sul quale poi erano seminati denti umani, esattamente come fecero gli Argonauti, durante la cerimonia che precedette la conquista del Vello d’Oro.

E’ però innegabile che la presenza di megaliti a Mazzè ed a Chivasso, la scoperta di un Cromlech a Cavaglià, supportata dal recente ritrovamento di due steli antropomorfe a Vestignè, nonché la presenza della Pietra Conca sulle colline di Borgomasino, autorizzino a pensare che in antico questi luoghi non fossero unicamente luoghi di transito, ma interessanti per la presenza di placer auriferi. In ogni caso i ritrovamenti provano una intensa frequentazione dell’ area, che dopo il V – IV secolo a.C. si ritiene soggetta ai Salassi, gente di origine celto-ligure, mentre più a sud, oltre l’anfiteatro morenico, il territorio era occupato dai Libui, altra popolazione di origine celta dedita prevalentemente all’agricoltura.

 

Torna su

                          

                                      FONTI ANTICHE

 

Strabone, (64 a.C. -21 d.C.) autore di cultura greca contemporaneo di Cristo e di Ottaviano Augusto, nato sulle rive del Mar Nero e trasferitosi a Roma in giovane età, universalmente accreditato come uno dei più autorevoli eruditi dell’antichità, nella sua opera titolata " Geografia " descrive il mondo quale conosciuto a suo tempo. Parlando dell’Italia nord occidentale, l’autore, probabilmente attingendo le notizie dalle opere di Polibio ( 205 – 123 a.C.) e di Posidonio (135 – 50 a. C.) e forse di Livio (59 a C. – 17 d.C.)  segnala in varie occasioni l’esistenza di miniere d’oro, localizzandole nel circondario di Vercelli. Per maggior chiarezza trascrivo i brani che da secoli sono motivo di controversia tra gli storici interessati alle vicende dei Salassi.

 

" Il paese dei Salassi ha pure delle miniere, di cui un tempo, quando ancora erano potenti, i Salassi erano padroni, cosi come erano padroni dei valichi alpini. Nella produzione mineraria era loro di grande aiuto il fiume Duria per il lavaggio dell’oro; perciò in molti punti, dividendo l’acqua in canaletti, svuotavano la corrente principale. Questo serviva a quelli per la produzione dell’oro, ma danneggiava gli agricoltori che coltivano le pianure sottostanti, privati dell’acqua di irrigazione; il fiume difatti era in grado di irrigare la terra perché la corrente scorreva ad un livello superiore. Per questo motivo vi erano continui conflitti tra le due popolazioni "

Strabone - Geografia libro IV

 

" Dopo la vittoria dei Romani, i Salassi furono cacciati dalle miniere e dal territorio circostante, ma poiché continuavano ad occupare i monti, fino a poco fa vendevano l’acqua ai pubblicani che avevano appaltato i lavori delle miniere d’oro e vi erano continue liti coi Salassi per la cupidigia dei pubblicani. Cosi accadeva che i comandanti romani mandati in quei luoghi avessero facili pretesti per fare guerre "

Strabone – Geografia libri IV, 6.7

 

" Quando allo sfruttamento delle miniere, oggi non avviene più come prima, perché quelle dei Celti transalpini e parimenti quelle dell’Iberia sono più proficue. Una volta invece, quando anche a Vercelli c’era una miniera d’oro, era in vigore tale sfruttamento.

Vercelli è un villaggio vicino ad Ictimuli che pure è un villaggio: entrambi sono vicini a Piacenza"

Strabone – Geografia libro V, 1.12

 

Chi è interessato alla storia locale comprenderà immediatamente che le liti citate da Strabone sono quelle storiche avvenute tra Salassi ed i Libui o Libici di Vercelli, sfociate nel 143 a C. nella sfortunata campagna militare del console romano Appio Claudio Pulcro, sconfitto dai Salassi nei dintorni di Verolengo. Ripresa la guerra nel 140 a C., dopo un cruento rito propiziatorio, i nostri progenitori furono però a loro volta sconfitti dai romani, capitanati dallo stesso console voglioso di rivincite.

Ovviamente, quando Strabone parla di miniere d’oro e cita Ictimuli intende la moderna Bessa di Mongrando, luogo fuori del bacino imbrifero della Dora Baltea e probabilmente non soggetto alla tribù dei Salassi. Altra questione importante è la minuziosa descrizione del fiume che secondo l’autore, scorreva ad un livello più alto della pianura circostante, permettendo l’irrigazione delle terre dei Libui, ostacolati dai Salassi che sottraevano ed inquinavano l’acqua della Dora.

Nel secolo scorso, alcuni eruditi hanno ipotizzato che questi lavaggi auriferi fossero addirittura situati in Valle d’Aosta, ma premettendo che non erano in grado di spiegare come sarebbero potute sorgere liti con i Libui, essendo questa popolazione stanziata molto più a valle, oltre l’anfiteatro morenico, quasi alla confluenza della Dora col Po. Un punto dove l’acqua usata dai Salassi, ormai rifluita nel fiume, sarebbe dovuta giungere copiosa e priva di ogni forma d’inquinamento.

L’opinione più accreditata, formulata dal Pais e da altri autori nei primi decenni del XX secolo, è quella che quelle citate da Strabone siano in realtà un'unica miniera e che le liti sorsero perché i Salassi deviavano periodicamente il corso del torrente Viona per permettere i lavaggi delle sabbie alla Bessa, facendole  defluire nella Dora o in Elvo a seconda delle necessità. In questo caso l’operazione avrebbe danneggiato, seppure modestamente, gli agricoltori del vercellese, ma data la portata della Viona non mi pare che questo potesse essere motivo sufficiente per scatenare una guerra. Oltretutto, pur ammettendo che la deviazione della Viona avvenisse realmente e che erroneamente Strabone attribuisca la diminuzione di portata alla Dora, la diatriba avrebbe dovuto riguardare gli Ictimuli, controversa popolazione di terrieri cercatori d’oro, almeno formalmente padrone della Bessa sino all’arrivo dei romani. 

E' però evidente che, stante la minuziosa descrizione sul metodo usato dai Salassi per captare le acque della Dora, l’autore deve necessariamente riferirsi ad un posto diverso, un luogo dove il fiume scorresse in pianura e fosse possibile captare l’acqua per irrigare i campi. E’ però doveroso chiarire che la Viona fu effettivamente deviata in epoca romana, per alimentare l’antico acquedotto di Ivrea, e questo probabilmente autorizzò il Pais a supporre  che una simile operazione avesse potuto essere stata fatta anche in precedenza, ma il motivo del contendere  non è se il torrente sia stato o meno deviato, ma bensì rispondere allo domanda se quella della Bessa, sia veramente l’ aurifodina di proprietà dei Salassi, di cui parla il geografo greco.

Considerato che Strabone colloca a Vercelli una miniera d’oro e scartate per il momento  le localizzazioni ipotizzate in precedenza, si giunge facilmente alla conclusione che gli attriti tra Salassi e Libui  avvennero lungo il corso inferiore della Dora, oltre l’anfiteatro morenico d’Ivrea, naturale linea di confine tra i due popoli. D’altronde il recente ritrovamento della stele di Mazzè, monolite con funzioni di cippo di confine e di segnacolo funerario, non lascia dubbi sulla  esistenza di un limes su queste colline, delimitante il territorio delle due etnie. Il fatto che l’autore collochi Vercelli ed Ictimuli (forse l’attuale San Secondo di Salussola) nelle vicinanze di Piacenza non deve stupire, questa città era una colonia fondata da cittadini romani e come tale, riferimento per tutti i luoghi dell’Italia nord-occidentale.

Alla deduzione precedente, si opponevano sino a qualche tempo fa due fatti incontrovertibili: lungo il corso inferiore della Dora non si aveva notizia di luoghi in cui fosse stato praticato in antico il lavaggio aurifero in modo continuo, e l’altezza delle sponde del fiume sono tali, da non permettere di dedurre canali prima di Mazzè. In letteratura, il solo autore che riferisse d’antichi lavaggi era il Bertolotti, notizia poi ripresa anche dal Mondino, il quale segnalò l’esistenza di una tradizione locale circa antiche ricerche aurifere in regione Bose.

Nel mese di marzo dello scorso anno, per merito della gentilezza del sig. Merlo, vice presidente del C.A.I. di Rivarolo, si è venuti in possesso della copia di un manoscritto redatto da don Pietro Solero (1911 -1973), religioso nato a Tonengo di Mazzè, eclettica figura di sacerdote noto quale fotografo di montagna, alpinista, cappellano militare ed archeologo dilettante, che aggiunge un altro tassello alla conoscenza della vicenda. Nell’ opera, redatta nel 1933 e mai pubblicata, don Solero, dopo aver citato il Durandi ed il Casalis trattando della storia di Tonengo di Mazzè, si esprime in questi termini circa i lavaggi auriferi lungo la Dora.

“ Anticamente le sabbie della Dora erano assai ricche di depositi d’oro e d’argento ( pagliette, granellini informi ) che le acque, in cui si sciolsero i ghiacciai del Monte Bianco, vi portarono staccandole dalle miniere del Monte Bianco e degli altri colossi alpini. Infatti, Polibio scrisse di miniere d’oro nel paese dei Taurini, specie presso i Salassi. E’ naturale quindi (già fin d’allora doveva essere grande la potenza dell’oro!) che lavoratori industriosi accorressero a cercare e ad estrarre il prezioso metallo dalle sabbie aurifere della Dora. Questi lavoratori detti Ittimoli si stanziarono con tutta probabilità in questa regione: questi Ittimoli non erano un popolo od una tribù speciale venuta nella Valle Padana cogli Iberi o con i Galli, ma erano gente del paese, terrieri, così chiamati dal loro mestiere  che professavano, di lavorare le miniere e ricercarvi l’oro. Ancora presentemente chi da Tonengo si rechi in quell’ estesa, squallida e deserta regione che chiamasi Bose e che trovasi a levante della strada che tende a Rondissone ( non è la regione Bose di Mazzè, ma una zona omonima con la stessa morfologia  a valle di Casale), oltre a sentirne tutta la tristezza dell’abbandono e della solitudine, resta quasi colpito e impressionato dallo spettacolo che gli si offre allo sguardo: immensi cumuli di grossi ciottoli, che quasi alla rinfusa, la allineati e in qualche luogo disposti con un certo ordine – Che stanno a fare quei sassi? Come se ne spiega l’esistenza? Quei sassi ci parlano di tutto un passato, di tutta una meravigliosa e febbrile attività svoltasi in quella regione per la ricerca dell’oro. Questa opinione è confermata dal Casalis, che nel suo Dizionario Geografico, a proposito della regione Bose, da per certo che questo territorio sia stato intieramente smosso al tempo in cui i Romani mandarono i loro schiavi ad estrarre l’oro dal Vercellese, e lungo il fiume Dora”.

Per dare maggior peso alla sua tesi, don Solero non si fa scrupolo di riportare integralmente quanto scritto dal  Casalis (Saluzzo 1781 – Torino 1856), nel suo monumentale Dizionario geografico, statistico, commerciale degli Stati di S.M. il re di Sardegna:

“ IL fatto è – scrive sempre il Casalis  nel 1840 – che proseguesi tuttora a cogliere una certa quantità d’oro su certe falde, lunghesso il fiume, in questo territorio, lacchè forma una delle rendite della famiglia dei conti Valperga, signori di Mazzè “

Abbastanza recentemente, per merito delle ricerche effettuate dal dott. G. Pipino, sono tornati alla luce due importanti incartamenti settecenteschi, i quali hanno dato nuovo impulso alle ricerche. Il primo è una relazione del tenente Vallino, ufficiale del Genio di sua maestà il re di Sardegna, il quale il 12 novembre 1763, su ordine del suo comandante, il generale Benedetto Spirito Nicolis, cavaliere di Robilant, venne a Mazzè e dopo un attento sopralluogo scrisse:

“ Solo quest’anno riconosciuta la presenza nel vivo degli strati delle pianure attigue ai rivi auriferi, ma da lavaggi in tempi antichi forti lavature nel vivo dei terreni, delle quali rimangono tutt’ora le spoglie dei sassi ammontonati dei rigetti. Esempi in Transilvania, dove 5000 zingari sono addetti a simili lavature, il Brasile dove le miniere d’oro sono semplici lavature di campagna e molti altri paesi. D’ordine di Nicolis di Robilant andato a visitare i terreni auriferi nel Canavese e nel Biellese, cominciando dal territorio di Massé. (Carta 4).

Massé, la superficie del terreno si vede essere stata lavata in tempi antichi, infatti diversi abissi attorniati da cumuli di sassi di rigetto, lungo la ripa vestigia di un antico ruscello che si inoltra fra i cumuli,  e secondo tradizione locale si estendono per 200 e più trabucchi in lunghezza e 100 in larghezza (Una superficie di circa 200.000 mtq.) Terreno deserto, da un anno e più un certo Borelli ha impiantato tre piccoli lavatoi con costruzione di un canale di considerevole spesa è stato il primo a cui si debbono questi tipi di lavature nei terreni nello strato lungo l’alveo della Dora, poco elevato a valle di Mazzè”

IL secondo incartamento è una relazione dello stesso Spirito Nicolis cavaliere di Robilant, illustre personaggio nato a Torino nel 1722 ed ivi morto nel 1801, membro dell’Accademia delle Scienze, generale dell’esercito sardo, studioso di mineralogia ed autore di importanti pubblicazioni, che in data 13 Marzo 1786 invia al re di Sardegna una relazione sulla situazione delle miniere d’oro in Piemonte, citando Mazzè in questi termini:

“ Dirimpetto al luogo di Massé le ripe che costeggiano la Dora Baltea sono altissime eccedendo forse li 102 trabucchi di verticale ed in vari luoghi sono tagliate a picco, ove si scorgono li veri indizi dell’esistenza dell’oro: ivi si può congetturare dell’immensa molle di ciottoli sparsa su quelle campagne inferiori, che de ciottoli di rifiuto per lo più di natura granitica e di quarzo. In queste ripe si vedono bocche d’antiche gallerie state spinte sotto tali pianure per lo scavamento di tali stati li quali regnano ivi ad una vertical proffondità considerevole sotto la superficie delle medemme. E’ ivi grande ampiezza dello strato delle terre rosse variamente intersecato da vene e rame di terre nere nelle quali si scorgono trovanti di quarzo, e rognoni di Piriti, calcedonie ed altre qualità; e dunque anche fuori dubbio che nell’intimo questi strati siano auriferi, il che ne fa vedere l’importanza, e conferma ciò che si disse superiormente  sula immanenza dello strato aurifero sotto queste pianure. Non mancano tali indizi nelle gran ripe di questo fiume alla dritta salendo superiormente a detto luogo; a Vische, sotto Candia, e fino a Strambino; e cosi viceversa dal luogo di Massé retrogradando a Riva rotta sino a Verolengo si scorgono apparenze che ponno animarvi li tentativi; tutte lozioni ponno farsi con facilità da che per ogni parte si ponno tagliar alvei per le acque del fiume principale:  le particelle d’oro sono dal fiume portate sino al Po in faccia a Crescentino.

Li bordi opposto della Dora così le ripe di sinistra sono una continuazione dello stesso strato della dritta, ragion vuole che sino analoghe in natura di queste, onde si può concludere che li medemmi strati auriferi che esistono alla destra del fiume ricompaiano alla sinistra, perché l’osservazione locale rende evidente che un tempo erano contigui, e tal valle od interruzione ebbe origine dalla medemma cattastroffe. A Villa Reggia che è quasi in faccia al luogo di Massè tali strati ricompaiono di bel nuovo, e continuando sotto Moncrivello e Cigliano, passando sotto le pianure di Alice, Cavaglià, S.yà e cosi permante sino al torente Cervo, scorrendo attorno a Salussola, lungo l’Elvo sino a Biella.”

La conferma definitiva dell’esistenza di placer auriferi nella zona di Mazzè Villareggia, è stata però la pubblicazione del resoconto delle prospezioni petrolifere eseguite negli anni passati della Società SNAM per conto della Regione Piemonte. Oltre lo scopo principale, le trivellazioni avevano anche il compito di segnalare eventuali tracce di giacimenti minerari, scoprendo in quest’area la presenza di placers auriferi, confermando cosi le relazioni  del cavaliere di Robilant e del tenente Vallino.  Per smorzare facili entusiasmi si tenga presente che, se coltivato, il giacimento non avrebbe una resa abbondantissima (circa O,3/0,5 grammi d’oro per tonnellata di materiale, percentuale simile a quella della Bessa) ma la notizia è ugualmente importante perché finalmente ci permette di localizzare l’antica miniera. Contrariamente a quanto si può credere i placers non sono situati a livello del fiume, ma giacciono circa 30/40 metri più in alto, e sono costituiti da materiale sospinto sin qui da una delle glaciazioni antecedenti a quella Wurmiana, i cui effetti si sono esauriti circa diecimila anni fa.

Il giacimento, presente su ambedue le sponde del fiume, è costituito da depositi terrazzati a grossi ciottoli, nei quali l’oro che interessa non è tanto quello fine, distribuito più o meno uniformemente tra le sabbie e le ghiaie, ma quello contenuto sotto forma di pepite in precise zone d’arricchimento. Siti detti pay streaks o bande paganti e talmente imprevedibili da sfuggire anche alle prospezioni eseguite con i metodi più moderni.

A livello d’ipotesi prudenziale, presupponendo che alla Bessa siano state estratte in tutta la sua lunga storia, circa 50 tonnellate d’oro, non è azzardato pensare che l’aurifodina di Mazze-Villareggia potrebbe aver reso circa 50 quintali del prezioso metallo. Non è una quantità molto rilevante, ma certamente sufficiente perché i Salassi decidessero di impiantare un cantiere e creare problemi d’acqua ai Libici. Altri autori, tenendo presente che la  resa di un giacimento in presenza di bande paganti è ben maggiore di quella mediamente accertata, valutano l’oro ritrovato alla Bessa  pari a 200 tonnellate, per cui seguendo questo ragionamento, anche la quantità di metallo ritrovato a Mazzè Villareggia dovrebbe essere moltiplicata per quattro.

Nella zona la ricerca del minerale dovrebbe essere iniziata con l’arrivo dei primi Celti in Canavese, databile all’incirca agli inizi del VI secolo a.C., e proseguita sino a quando i Romani scoprirono le miniere d’oro dell’Iberia. In precedenza è indubbiamente difficile che gli autoctoni Liguri fossero depositari della tecnologia necessaria, mentre si ha notizia della nascita di un’elaborata tecnica di lavaggio per merito dei Celti orientali, stanziati in Tracia e in Norico, ai primordi dell’età del ferro (circa 1000 a C.).

I lavori sono presumibilmente iniziati su ambedue le sponde del fiume, alla quota di circa 230/240 mt s.l.m., per progredire anche a livelli inferiori. Uguale discorso si può fare per Villareggia, dove la ricerca aurifera dovrebbe essere stata attuata nelle regioni Maddalena e Frascaia, ma qui il reperimento di tracce d’antropizzazione è più difficile, perché la costruzione del Naviglio d’Ivrea e poi della diga sulla Dora hanno completamente sconvolto la morfologia del territorio. Secondo il dott. Gionotti, autore di una tesi di laurea sulla Bessa di Mongrando e di vati articoli su riviste specializzate, a monte dello sbarramento che genera il canale Depretis, esistono tracce di lavaggi antichi, però eseguiti con una tecnica diversa da quella usata dal lato mazzediese.

In ultimo è necessario ipotizzare come poteva avvenire la captazione dell’acqua necessaria per la lavorazione del materiale e dove potevano essere alloggiate le persone addette ai lavori di lavaggio. In epoca Ligure, l’acqua, nella ricerca episodica di pay streaks era quasi inutile, ma quando i Salassi e poi i Romani, come testimoniano i conoidi di deiezione, iniziarono a demolire il fronte  delle colline, immettendo acqua in pozzi e canali scavati sul ciglio delle scarpate, questa divenne indispensabile.  Scartata come abbastanza improbabile, la costruzione di una sorta di antenato del canale di Caluso, prelevante l’acqua dall’Orco, a nostro avviso, l’acqua fu ricavata immettendo in bacini d’accumulo, i rigagnoli provenienti dalle risorgive sgorganti a monte dei cantieri, molto numerose sino a pochi decenni fa. A conferma, i resti dei canali di adduzione ai pozzi, probabilmente scambiati dal Robilant per cunicoli, sono ancora visibili nella pareti delle antiche cave di Mazzè e della regione Giaretto di Casale (Carta 3). Recentemente è stato forse anche scoperto il canale citato dal tenente Vallino, il cui andamento conferma appunto la funzione di addurre l’acqua dalle risorgine ai bacini di accumulo.

Contrariamente a quanto detto per i pozzi, l’acqua per lavorare il materiale  precipitato dalla collina, veniva quasi sicuramente fornita diramando canali dal corso principale del fiume. Anticamente la Dora, superava la soglia della forra di Mazzè ad una quota quasi pari a quella creata dall’attuale invaso, e la captazione non doveva presentare eccessive difficoltà. Una volta usata, l’acqua mista a residui argillosi e ghiaiosi, veniva immessa  nuovamente nel fiume, provocando le proteste degli agricoltori a valle. Altro effetto dell’inquinamento delle acque fu   che i detriti defluendo, favorirono il progressivo spostamento dell’alveo del corso d’acqua verso est, sino a ridosso della collina di Villareggia, contribuendo a creare la regione Boschetti, nota per l’assoluta mancanza di ciottoli (Carta 2, zona tratteggiata).

Esiste anche la possibilità che in epoca preistorica una frana avesse sbarrato la forra di Mazzé, creando un bacino lacustre nella piana contenuta dall’anfiteatro morenico, e che la Dora defluisse verso la pianura vercellese per mezzo di un emissario situato nei presi di Cavaglià, detto Dora Morta. In questo caso il livello del lago poteva certamente permettere di addurre acqua verso i cantieri di Bose e rendere inutili le risorgive, però di questa ipotesi non esiste prova, salvo leggende locali. E’ ovvio che se il mito corrispondesse a realtà tutto avrebbe una spiegazione: il ramo della Dora scorrente dalle parti del Sapel da Mur, irrigante i campi a Cavaglià e di Santhià, si dissecca a causa dei prelievi fatti a Mazzè dai Salassi, il che provoca l’ira dei Libui ed il successivo intervento dei romani come raccontato da Strabone. Non bisogna però dimenticare che per superare l’ostacolo, la Dora avrebbe dovuto scorrere perlomeno 20/30 metri più in alto del livello attuale, il che avrebbe provocato l’allagamento di tutta la piana sino ad Ivrea. E’ invece del tutto inverosimile che l’acqua necessaria ai lavaggi provenisse dallo scarico glaciale della Valle della Motta, sito ad ovest di Mazzè, perché il livello in cui sfocia nella pianura questo antico passaggio d’acqua è addirittura superiore di alcune decine di metri, alla soglia della Dora Morta.

Per quanto concerne invece gli alloggi dei lavoratori impiegati nei lavaggi, tenendo presente che le zone nelle immediate prossimità del fiume non sono adatte, perché insalubri e facilmente esondabili, credo sia doveroso esaminare quanto sostenuto da don Solero, prima di evidenziare quanto scoperto di recente.

 Nel suo scritto il sacerdote sostiene che i lavoranti, detti ittimuli, erano alloggiati nel villaggio di San Pietro, situato al limite meridionale del giacimento aurifero. Il religioso porta a sostegno della sua tesi  il ritrovamento in quel luogo di reperti d’origine romana, scoperta poi confermata sessanta anni dopo dal rinvenimento nel corso di  lavori agricoli, di varie tombe a cassetta del tipo ad incinerazione. Salvo novità, le argomentazioni di don Solero cozzano però contro incontrovertibili  dati di carattere storico-archeologico in quanto i reperti ritrovati sono databili al secondo od al massimo al primo secolo dopo Cristo, mentre il giacimento è stato sicuramente  abbandonato almeno due secoli prima, quando il Senato romano impose la chiusura di tutti i siti auriferi italiani. Vista la morfologia della regione è probabile che a san Pietro esistesse una villa rustica, una sorta di fattoria ospitante qualche decina di persone al servizio di un proprietario romano, insediatosi in quel luogo dopo la centuriazione della pertica di Ivrea.

Attualmente, già durante le ricerche effettuate nel 1997, erano state ritrovate le tracce di probabili fondi di capanna, dopodichè  l’inverno scorso, durante un sopralluogo eseguito in occasione della visita del dott. Giuseppe Pipino, geologo, autore di varie pubblicazioni sugli antichi giacimenti auriferi, si è incidentalmente scoperto un pianoro disseminato di piccoli massi sparsi a casaccio. Eseguiti dei lavori di pulitura si è scoperta la fondazione di un muro perimetrale a sacco dello spessore di due piedi (circa 60 cm.) e tratti di selciato di difficilissima lettura. Altri lavori di pulitura eseguiti in un pianoro sottostante hanno portato alla luce una fondazione e dei tratti di selciato molto leggibile, tanto da far pensare alla esistenza in antico di una struttura complessa, simile a quelle adibite al ricovero degli schiavi nella Bessa di Mongrando. Indubbiamente ogni conclusione è affrettata, ma i ritrovamenti e la posizione dei pianori autorizzano a candidare questi luoghi con quelli più adatti ad ospitare degli insediamenti, anche se il mancato ritrovamento di ceramica o di altri oggetti significativi rendono impossibile una datazione.

Tornando a quanto detto da Strabone, forse è meglio supporre che in antico gli attriti tra Salassi e Libui, siano sorti a causa delle fertili terre irrigabili create dalla Dora lungo il suo corso inferiore, probabilmente zone abitate da ambedue i popoli e dove l’attività degli agricoltori rendeva impossibile quella dei minatori e viceversa. Considerato che Vercelli dista  una trentina di chilometri dal placer aurifero di Mazzè-Villareggia e che nell’antichità, come dimostra il caso di Piacenza, le localizzazioni proposte dai geografi erano abbastanza soggettive, pensiamo sia legittimo concludere che queste potrebbero essere le miniere d’oro citate da Strabone come di proprietà dei Salassi, risolvendo cosi definitivamente una vertenza in essere da vari decenni.

In ultimo, considerato  il carattere di questa relazione, si vorrebbe proporre al lettore una riflessione: la Bessa di Mongrando è visitata da circa quarantamila persone ogni anno e la loro presenza hanno fatto lievitare l’economia dei paesi limitrofi. Pulendo a fondo la zona dei lavaggi e le “ dita del diavolo “, così erano chiamati un tempo i conoidi di deiezione, quando la zona era coperta da vigne o non da boscaglie impenetrabili, attrezzando le aree di sosta con panchine e tavoli, creando dei sentieri facilmente percorribili dotati di cartelli esplicativi ben fatti, non è probabile che con un’adeguata pubblicità, si possa ottenere anche qui l’afflusso di un certo numero di visitatori?

Ultimo aggiornamento, giugno 2006.

Barengo Livio  

 

LE AURIFODINE DI MAZZE'

NEL SETTORE MORENICO ESTERNO DELL'ANFITEATRO MORENICO DI IVREA

 

FRANCO GIANOTTI

Vai all'inizio del capitolo

 

Per apprezzare la significatività delle aurifodine (miniere d’oro, traduzione delle aurifodinae di Plinio) di Mazzè è indispensabile, in primo luogo, comprenderne la costituzione e poi collocarle nel contesto geo-giacimentologico che a loro compete: quelle dei placer auriferi dell’Anfiteatro morenico di Ivrea. Queste miniere a cielo aperto costituiscono infatti una testimonianza esemplare di un’attività mineraria tra le più notevoli e meglio conservate del mondo antico, che interessò vari areali (di estensione da ettometrica a plurichilometrica) distribuiti sul perimetro esterno dell’anfiteatro morenico. Comparando il sito di Mazzè con quello della Bessa in provincia di Biella, di gran lunga più noto ed importante (dal 1985 Parco Regionale), si riesce in primo luogo a decifrarne la morfologia e a delimitarlo: la bellezza del sito, che deriva dalla sua valenza archeologica, attualmente in parte incompresa dai più, sconosciuta o negata da altri, appare allora in tutta la sua evidenza. Tale valenza può essere sintetizzata nella seguente affermazione: il sito di Casale di Mazzè rappresenta l’area-tipo (cioè da prendere a modello) per aurifodine sfruttate mediante canali d’acqua su rilevati; questi sono infatti l’elemento meglio conservato, maggiormente distribuito e morfologicamente caratterizzante questo sito (corrispondono ai “conoidi a cordone” di Gianotti, 1996, distinti nella Bessa).

Ma andiamo per ordine, affrontando il discorso sotto forma di risposte di un geologo del Quaternario (il periodo Quaternario corrisponde agli ultimi 1,8 milioni di anni della storia geologica) a una serie di domande. Queste sono le credenziali di chi scrive: ho studiato la Bessa (Gianotti, 1992, 1993 e 1996) ed attualmente sto cercando di risolvere la complessa storia geologica dell’Anfiteato morenico di Ivrea, sulla scia di illustri studiosi quali Luigi Bruno di Ivrea, Martino Baretti, Vittorio Novarese, Federico Sacco e, molto più recentemente, del mio maestro Francesco Carraro.

 

Chi sostiene che a Mazzè siano presenti delle miniere d’oro, coltivate in epoca antica?

In un famoso passo di Strabone (Geografia, IV,6.7), lo storico greco dà notizia dell’attività di sfruttamento dell’oro alluvionale da parte dei Salassi con utilizzo delle acque della Dora, ma non fa riferimento diretto a siti particolari. Al contrario Plinio il Vecchio (N.H. XXXIII, 4) e lo stesso Strabone in un passo successivo (Geografia, V,1.12) citano le aurifodine di Ictimuli o Ictumuli, senza riferimento ai Salassi, poi identificate con la regione Bessa. É solo in età moderna che il sito minerario di Mazzè viene finalmente ad essere documentato. De Robilant (1786), ispettore del Corpo Reale delle Miniere del Regno Sabaudo, interpreta le manifestazioni metallifere della pianura pedemontana come facenti parte di un livello continuo di strati auriferi, legato geneticamente ad un catastrofico evento “diluviale” e sepolto sotto la pianura tra il T. Malone ed il Sesia; elenca quindi un gran numero di località dove questo livello affiora (incluse Mazzè e Villareggia), perchè sezionato dai corsi d’acqua, e dove si potrebbero intraprendere attività estrattive. Per quanto riguarda invece le tracce di passate attività minerarie, De Robilant, che conosceva l’esistenza di antichi sfruttamenti auriferi dall’opera di Plinio e Strabone, descrive brevemente discariche a cumuli di ciottoli soltanto nella Bessa e fa un fugace e prudente accenno a quelle di Mazzè: “Dirimpetto al luogo di Massè... Ivi si può congetturare dell’immensa molle di ciottoli sparsa su quelle campagne inferiori, che de ciottoli di rifiuto, per lo più di natura granitica, e di quarzo”. Una descrizione poco più dettagliata compare in una precedente relazione tecnica del 1783 del tenente Vallino, sottoposto di De Robilant (le relazioni sono riportate in Pipino, 1989 e sul sito www.Mattiaca.it). Vent’anni prima Durandi (1764) aveva per primo descritto l’ambiente della Bessa (peraltro già nota agli eruditi locali) e soprattutto aveva riconosciuto la presenza di altri scavi minerari “specialmente nel sito sui confini di Alice, e Cavaglià appellato di Torano”. Riferimenti a Mazzè si trovano in Casalis (1856), Bertolotti (1867-1878) e, soprattutto, Solero (1933; pubblic. postuma su www.Mattiaca.it, 2005). Bruno (1877) allude al placer di Villareggia, quando cita “un’altra minima area della stessa natura ed apparenza” della Bessa “posta rimpetto a Mazzè, sulla sponda sinistra del fiume Dora. Più recentemente anche Gianotti (1996) accenna al sito minerario del terrazzo di Villareggia. Pipino (1998, 2001) individua questi ed altri depositi di ciottoli “... lungo il fronte meridionale dell’anfiteatro morenico di Ivrea... nei pressi di Castellamonte, Mazzè, Busasse, Bose, Torano”. Notizie sui reperti archeologici rinvenuti nel sito delle discariche minerarie di Mazzè, legate ad indagini di Cavaglià nel 1997 e proseguite dall’Associazione Mondino, riferiti ad età romana imperiale (I-IV sec. d.C.), sono riportate sul sito internet dell’Associazione Mattiaca a cura di Barengo (1998, 2006), che tratta diffusamente di molti aspetti della questione miniere.

 

Quali sono le evidenze di terreno che dimostrano l’effettiva esistenza delle miniere di Mazzè?

Si guardi la mappa allegata, rappresentate uno schema delle aurifodine di Mazzè, nel settore di Casale.

Circa 15 m di dislivello al di sotto dell’altopiano su cui è sito Casale (superficie Cd; a q. 355-350 m s.l.m.) si estende una superficie sub-pianeggiante (E), distribuita su due livelli tra le quote di 250 (a monte) e 237 m (a valle). Questa superficie è in realtà piuttosto articolata nel dettaglio, in parte per motivi naturali legati all’originaria dinamica fluviale (ad esempio è incisa da un paleoalveo dell’antica Dora), ma soprattutto perchè è stata sottoposta ad escavazioni per lo sfruttamento dell’oro (E2). Di conseguenza la piana è parzialmente coperta da cumuli di ciottoli, accatastati a mano: rappresentano gli scarti dello sfruttamento minerario, vere e proprie discariche di miniera, ma sono talmente sottili e discontinue, che qualche perplessità sulla loro origine può insorgere anche in chi conosce bene la Bessa. Questi cumuli di ciottoli si vedono bene in sezione sul fronte di una cava recente abbandonata, scavata per 5-6 m di profondità sul bordo orientale della piana: i cumuli di ciottoloni, spessi poco più di un metro, poggiano su ghiaie fluviali a piccoli ciottoli, poco alterate, e queste a loro volta su ghiaie fluviali profondamente alterate dalla pedogenesi (formazione di suolo) e dunque assai antiche; ma soprattutto i cumuli seppelliscono resti di muri accoppiati (di canali), in stretta analogia a quanto si può osservare nella Bessa (la cui identità di aurifodina nessuno si sognerebbe più di contestare). La piana E termina a lato sul ciglio di un’altra scarpata, di origine assolutamente naturale (Fd; d sta per “in destra idrografica” rispetto alla Dora): è infatti di erosione fluviale, modellata dalla Dora a partire da 18.000 anni fa, e sospende la piana dei cumuli di ciottoli di circa 30-35 m di dislivello sulla piana alluvionale attuale della Dora (alveo a q. 210 m circa; quest’ultima corrisponde alla regione Boschetti; H). Da notare come la scarpata Fd non sia continua, come accade per le normali scarpate di piana alluvionale di età non troppo antica: si faccia il confronto con l’alta scarpata Ds del fianco opposto della Dora, tra Villareggia e Gerbido, che, pur essendo una forma più vecchia (è contemporanea, nella sua parte superiore, alla scarpata Dd), è assai più continua e regolare. Infatti la scarpata che terrazza le aurifodine è interrotta e solcata da profonde incisioni, che nascono sulla superficie della piana sovrastante E2 e vanno approfondendosi verso il piede della scarpata. Tali forme non sono naturali, ma sono anch’esse prodotto degli scavi minerari: sul fondo di queste vallecole (nella Bessa possono essere enormemente sviluppate) correvano i canali di lavaggio impiegati per il recupero dell’oro e l’evaquazione dello sterile. Scendiamo infine sulla piana sottostante (G), percorrendo una di queste vallecole, verso quote sempre più prossime a quelle della Dora, ma ancora assai distanti dal suo alveo; è proprio qui che abbiamo l’evidenza più incontestabile dell’attività di sfruttamento minerario, e ciò che fa del sito un esempio meraviglioso di applicazione tecnologica nell’antichità, perfettamente conservato: i rilevati antropici canalizzati. Allo sbocco delle vallecole si dipartono, in continuità con il fondo di queste, altrettanti grandi “cordoni” di ghiaie e ciottoli, coperti da una fitta boscaglia: sono rilievi alti fino a 6-7 metri, larghi oltre una ventina di metri alla base e lunghi tra 100 e 350 m; sono pertanto delle forme lunghe e strette, la cui cresta, larga 4-5 m e spesso sdoppiata (in mezzo ci dovrebbe passare un solco canalizio, ora semisepolto e quasi invisibile), corre in lieve inclinazione verso la Dora, allontanandosi dalla scarpata. I loro fianchi sono rivestiti da ciottolame privo di matrice (probabilmente derivante dal rigetto, eseguito a mano, dei ciottoli che colmavano i canali dopo ogni processo di lavaggio). Posso affermare tranquillamente che in natura non esiste alcun agente in grado di formare rilievi di tale forma e dimensione: essi non sono nè forme di accumulo, come morene, nè forme di erosione, come lembi di depositi terrazzati. Devono per forza essere rilevati, per l’intero loro spessore, costruiti ad arte dall’uomo allo scopo di sostenere altri canali. Sono del tutto analoghi ai “conoidi a cordone” della Bessa  utilizzati per la coltivazione di settori ristretti del terrazzo superiore, prospicienti alla scarpata (il termine da me a suo tempo coniato però è inappropiato e va sostituito, in quanto non sono conoidi). Alcuni sembrano poggiare su sottostanti veri conoidi, costituiti da sedimenti di scarto fluitati (come accade sui conoidi antropici della Bessa).  Resta da capire se questi canali inferiori servissero per la concentrazione dell’oro (probabile) o soltanto per l’evaquazione ordinata dello sterile. Per togliere ogni dubbio sulla loro costituzione e dunque origine e funzione, occorrerebbe sezionarne uno e studiarlo nel dettaglio. A partire da Nord verso Sud si contano almeno 8 sicuri rilevati canalizzati: il primo è stato poi utilizzato come rilevato per l’attuale strada statale che unisce Mazzè a Villareggia (probabilmente con aggiunte di materiale per allungarlo); sulla sommità distale del terzo cordone si erge la chiesetta di San Lorenzo e Giobbe. Su quello più meridionale, infine, passa la strada romana scoperta nel 1997: dunque, per superare il dislivello tra i due terrazzi, approfittarono degli antichi rilevati (romani repubblicani o pre-romani?) già anche i Romani imperiali di almeno quattro o cinque secoli dopo, e non solo i nostri moderni costruttori di strade. Stupendo!

 

Quando furono sfruttate le miniere d’oro?

Per quanto riguarda la Bessa, i reperti rinvenuti nelle discariche di miniera (in particolare le monete), indicano che la coltivazione risale ad un periodo di non oltre un secolo, a cavallo tra II e I sec. a.C. (sotto Roma repubblicana) (Calleri, 1985). Un settore della Bessa posto all’estremità settentrionale del terrazzo appare però legato a lavori precedenti (come desunto da scavi della Soprintendenza Archeologica Regionale allo straordinario edificio noto come “castelliere” di Mongrando, 2005-2006, Gambari, conferenza). Per gli altri siti non si hanno al momento elementi di datazione relativi direttamente a fasi di coltivazione mineraria. Un’età ante quem è però disponibile per le miniere di Mazzè, in quanto una strada ed altri reperti, probabilmente risalenti ad età romana imperiale (Barengo, 1998), forniscono un’età minima delle aurifodine (in quanto quei reperti si sovrappongono alle discariche minerarie, che dunque sono anteriori). Questi ed altri ritrovamenti (iscrizione su pietra e tracce di centuriazione della piana alluvionale inferiore; Cavaglià, com. pers.) non fanno che aggiungere interesse ad un’area già di per sè carica di suggestione, ampliandone il periodo di occupazione, senza intaccare sensibilmente le vestigia più antiche. In base alle notevoli similitudini tra Bessa e Mazzè, appare verosimile che anche queste ultime coltivazioni risalgano, almeno come fase principale, alla stessa epoca romana repubblicana.

Più in generale mi sembra ragionevole supporre che, una volta accortisi della presenza di oro nei depositi alle falde delle colline moreniche, i primi cercatori si siano messi sulle sue tracce un po’ dappertutto nell’anfiteatro, inaugurando una vera e propria corsa all’oro, saggiando e iniziando tentativi di sfruttamento. Successivamente (II sec. a.C.) i Romani si sostituirono ai Celti nella gestione dei vari siti già individuati come giacimenti, inaugurando una fase di sfruttamento intensivo ed altamente organizzato e proseguendo le ricerche. Probabilmente si privilegiarono condizioni morfologiche analoghe a quelle dei giacimenti veri e propri, ma non solo: infatti imbocchi di gallerie sono presenti anche sui fianchi di morene, così come tracce di scavi, fosse e di cumuli, per quanto esili e dubbie, si possono incontrare anche passeggiando tra i rilievi dell’anfiteatro (non tutto, naturalmente, può essere però ricondotto a quei lavori).

 

Dove, come e perchè si formarono i placer auriferi?  

 

Naturalmente è necessario che a monte del placer ci sia una sorgente primaria di oro e che un agente di trasporto (fiume o ghiacciaio) prelevi il materiale aurifero e lo trasporti sino al luogo di deposizione finale. L’oro si forma cristallizzando da fluidi idrotermali di alta temperatura, che risalgono le rocce in profondità attraverso fratture. Questi vengono ad affiorare in montagna (come in Val d’Ayas) in forma di filoni di quarzo a solfuri ed oro: rappresentano i giacimenti primari, coltivati in galleria nelle note miniere del distretto aurifero del M. Rosa.

Dall’erosione, trasporto e sedimentazione delle rocce aurifere, ridotte in frammenti, derivano i giacimenti secondari, i così detti placer auriferi, che possono distare parecchio dalla loro sorgente primaria. Se le particelle di oro fossero trasportate a valle dai corsi d’acqua, di piena in piena si assottiglierebbero sempre di più, triturate tra i ciottoli che cozzano l’un contro l’altro, fino a diventare delle lamelle finissime. Trasportati dai ghiacciai, invece, possono percorrere distanze di decine di km (dalle valli alpine all’anfiteatro di Ivrea) senza troppo modificarsi, perchè il ghiacciaio si comporta come un nastro trasportatore. Dunque nei torrenti di montagna, subito a valle del giacimento primario, capita di trovare dell’oro in grossi cristalli, ancora attaccati alla loro matrice rocciosa (solitamente su quarzo). Poi i granuli di oro presenti negli alvei torrentizi si fanno ben presto sempre più fini con la distanza, come nella Dora Baltea in Valle d’Aosta e, ancor di più, nella conca interna dell’anfiteatro. Solo nelle morene dell’anfiteatro di Ivrea, edificate dal ghiacciaio balteo attraverso l’accumulo dei detriti di trasporto glaciale, si possono ritrovare pepite e grandi lamelle, anche se in concentrazione troppo bassa per rappresentare un giacimento (cioè sono in genere ancora troppo dispersi nel sedimento per essere economicamente sfruttabili). All’opera di concentrazione ci pensano però i corsi d’acqua, che, erodendo i depositi glaciali ed allontanandone le parti più “leggere”, possono infine accumulare sedimenti notevolmente arricchiti del prezioso metallo: nascono così i placer. Infine, allontanandoci dall’anfiteatro verso valle, la granulometria dell’oro torna a diminuire: alla confluenza della Dora Baltea nel Po si raccolgono solo più innumerevoli pagliuzze finissime. Un altro esempio è rappresentato dal T. Elvo, corso d’acqua biellese, che presenta oro grossolano in alveo a partire dal momento in cui riceve le acque del Viona (torrente che attraversa il settore sinistro dell’anfiteatro) o inizia a erodere direttamente sul fianco i depositi dell’anfiteatro di Ivrea (proprio nel tratto dove si estende la Bessa).

Ecco perchè i vari placer auriferi finora identificati si distribuiscono tutti al margine esterno dell’anfiteatro: solo qui i depositi contengono granuli di oro abbastanza grandi ed in concentrazioni soddisfacenti. Si tratta di settori attualmente di pianura sospesa perchè terrazzata, ma un tempo (nel Pleistocene medio) occupati da morene ancora più distali ed antiche, poi completamente demolite dall’erosione fluviale. Un chiaro esempio della passata maggiore estensione dell’anfiteatro morenico è osservabile nella cava Gariglio tra Maglione e Borgo d’Ale, dove affiora un livello di depositi glaciali sepolto in piena pianura, 1 km a valle dell’anfiteatro. I placer però non occupano in modo indifferenziato tutta la fascia di prima pianura al piede delle morene, ma solo quei settori, del tutto limitati arealmente, in cui un corso d’acqua fluvioglaciale è uscito dall’anfiteatro attraverso un varco tra le morene: questi varchi sono detti sfioratori  e corrispondono ai valichi, notevolmente ribassati rispetto alle creste, dove ora passano strade e mulattiere. Limitandoci al settore frontale presso Mazzè, si riconoscono facilmente tre sfioratori principali: quello dove passa la strada Caluso-Candia, la Valle della Motta e la forra di Mazzè (l’unico attualmente in attività, in quanto ci passa la Dora Baltea).

Dunque i placer derivano dalla demolizione delle antiche morene, portata magari avanti per più cicli di erosione e risedimentazione: essi rappresentano ciò che resta, profondamente rielaborato, di un complesso di depositi glaciali e fluvioglaciali originariamente più potente; la maggior parte dei depositi è stata erosa e trasportata verso valle dagli antichi corsi d’acqua, in occasione delle piene, mentre nella parte prossimale (quasi sul posto) si è accumulato il residuo più grossolano (ghiaie con blocchi in matrice sabbiosa medio-grossolana), caratterizzato nella matrice sabbiosa da maggiori concentrazioni dei granuli di minerali densi e pesanti (ossidi, granati, epidoti, solfuri, oro, ecc.).

Il processo di risedimentazione e concentrazione dei depositi deve essere iniziato, per opera dei corsi d’acqua di fusione glaciale, già contemporaneamente all’edificazione delle morene: è il caso della maggior parte dei piccoli placer non terrazzati (quali Torre Canavese, ecc.): teoricamente questi non dovrebbero essere molto ricchi in oro, in quanto subirono verosimilmente un solo processo di risedimentazione. Si poterono invece ripetere diversi cicli di erosione-risedimentazione, là dove uno sfioratore abbia continuato a funzionare come sbocco delle acque fluviali  nel corso di glaciazioni successive e degli interglaciali (come nei placer di Mazzè e di Villareggia, legati all’attività dello sfioratore di Mazzè). Nella Bessa una fase fondamentale di formazione del placer è proseguita per l’attività di corsi d’acqua (Viona, Olobbia e Riale della Valle Sorda), forse ormai del tutto (o quasi) scollegati dal ghiacciaio balteo, quando scorrevano ancora ad un livello di alcune decine di metri più alto degli alvei attuali.

 

Perchè questi placer si trovano molto distanti dai corsi d’acqua che li formarono, oppure  a quote molto più alte?

I corsi d’acqua si spostano lateralmente, modificando il loro alveo soprattutto in occasione delle grandi piene, ed inoltre ad un certo punto si possono approfondire, creando nel tempo delle pianure a livelli più bassi ed abbandonando relitti delle pianure precedenti sospesi a livelli altimetrici più elevati. É il cosidetto processo di terrazzamento.

Le fasi di approfondimento erosionale sono una risposta all’interazione tra sollevamento tettonico dell’area e locale carenza di apporti detritici. I maggiori placer auriferi (Bessa e Mazzè), che in fase di formazione erano attraversati dai corsi d’acqua (Viona e Olobbia; Dora Baltea), attualmente si trovano a 20-50 m sopra gli alvei degli stessi torrenti e costituiscono la sommità di alti terrazzi. Più precisamente i depositi del placer di Mazzè (q. 245-240 m circa) costituivano l’alveo (o meglio, più alvei ritagliantisi) della Dora Baltea nel corso dell’ultima glaciazione (25-18.000 anni fa); la Dora successivamente si è approfondita di 30-35 m: a ulteriore testimonianza dell’antico passaggio della Dora a quelle quote è conservato un suo bellissimo paleoalveo confinato tra le aurifodine e la sovrastante scarpata di Casale (vedi mappa).

Gli altri placer minori (Torre Canavese, Borgo d’Ale, ecc.) si distribuiscono allo sbocco di sfioratori attivi in una sola fase, perchè legati all’attività momentanea di antichi torrenti glaciali durante gli stadi di massima espansione del ghiacciaio balteo, torrenti che uscivano all’esterno dell’anfiteatro attraverso gli sfioratori: al ritiro del ghiacciaio questi torrenti si riversarono all’interno dell’anfiteatro: il processo di terrazzamento locale è così abortito, lo sfioratore si è “fossilizzato” e i placer si sono conservati circa allo stesso livello della piana che li circonda a valle.

 

Come si presenta l’oro nelle aurifodine? 

 

 I depositi auriferi sono depositi alluvionali (cioè trasportati e sedimentati da un corso d’acqua, fiume, torrente o ruscello che sia, di origine glaciale oppure no): sono costituiti da frammenti arrotondati di rocce, di varia granulometria: prevalgono i ciottoli e i blocchi (fino a veri e propri trovanti: testimoni che i depositi alluvionali derivano da originari depositi glaciali) che poggiano uno sull’altro, spesso embricati (cioè disposti a tegola); il poco spazio che rimane tra i ciottoli è colmo di sabbie prevalentemente grossolane (1-2 mm) e selezionate. I granuli di sabbia sono costituiti da un gran numero di minerali (principalmente da quarzo, miche, feldspati, anfiboli, pirosseni, ossidi, ecc.) o di frammentini di rocce (graniti, gneiss, metabasiti, marmi, ecc.). Granuli e lamelle di oro (ovvero pepite e pagliuzze), con dimensioni dal limite del visibile (100 micron) a vari millimetri, fanno parte di tale matrice sabbiosa: sono solo alcuni tra i tanti granuli di sabbia, quelli però che l’uomo cercò avidamente di separare e recuperare. Va da sè che l’oro si concentra di preferenza nella matrice dei livelli di ghiaie alluvionali più grossolane, quelle cioè costituite prevalentemente da blocchi e grandi ciottoli, mentre manca o è finissimo negli strati sabbiosi o di ghiaie fini: ad esempio è inutile cercarlo nella grande coltre superficiale di sabbie medio-fini di esondazione, che tappezza la piana più bassa ai due lati dell’attuale alveo della Dora.

I depositi alluvionali auriferi, da grossolanamente a ben stratificati, spessi fino ad alcuni metri, poggiavano su depositi fluviali più antichi ed alterati. La loro superficie sommitale costituiva un piano terrazzato, sospeso sopra un’alta scarpata nel caso di Mazzè, Villareggia e Bessa. L’aspetto che dovevano avere tali depositi è del tutto analogo a quello osservabile negli alvei dei corsi d’acqua attuali. Questo era il placer aurifero soggetto a coltivazione:

 

Che caratteristiche hanno le varie aurifodine?

Dovendo ordinare le varie situazioni che ho personalmente osservato in anfiteatro, mi sembra al momento soddisfacente individuare tre tipologie di aurifodine, differenziate in base al sistema di sfruttamento minerario (“coltivazione”) adottato ed alla conseguente morfologia che ne deriva:  (i) aurifodine sfruttate tramite canali d’acqua corrente, a cantieri separati, ognuno con discariche a cumuli e a conoidi (Bessa e Mazzè); (ii) aurifodine sfruttate tramite acqua corrente, a cantiere unico omogeneo e continuo, in canali paralleli ravvicinati, con o senza cumuli (Barraccone sulla Dora Baltea di Villareggia); (iii) aurifodine sfruttate senza canali d’acqua, a fosse chiuse e cumuli (regione Frascheia di Villareggia-Moncrivello, Madonna della Cella a Borgodale, Ronchi di Torre Canavese-Baldissero ed altri siti minori). In breve, queste tipologie le chiamerò tipo Bessa, tipo Barraccone e tipo Villareggia, rispettivamente.

La Bessa, sul fianco biellese dell’anfiteatro morenico, è l’”area tipo” per la coltivazione di placer tramite l’utilizzo di acqua corrente canalizzata. Le aurifodine di Mazzè sono di questo tipo. Come nella Bessa, il deposito alluvionale aurifero formava la sommità pianeggiante di un terrazzo, sospeso a parecchie decine di metri sopra l’alveo del corso d’acqua che  lo ha formato (i torrenti Viona, Elvo ed Olobbia per la Bessa; la Dora Baltea per le aurifodine di Mazzè). Conseguenza dell’adozione di analogo sistema di coltivazione, condotto a cielo aperto e non in sotterraneo, è la presenza, in entrambi i siti, di due tipi di discariche di miniera: i cumuli di ciottoli e i conoidi antropici.

 

Perchè si utilizzarono diversi metodi, per sfruttare dei giacimenti simili, tutti di genesi alluvionale (cioè formati dall’attività di corsi d’acqua)?

Si possono solo fare delle ipotesi, però suffragate da vari elementi, in mancanza di studi di dettaglio e di documentazione archeologica sufficiente a datarli:

Motivi giacimentologici di ordine geologico, geomorfologico e idrologico

diverse tipologie di coltivazione furono adottate in differenti contesti geomorfologici e idrologici. Ad esempio la metodologia impiegata al Barraccone risulta adattarsi alla coltivazione di lembi alluvionali poco potenti (massimo 2-3 m), dalla superficie sommitale ampia e pianeggiante e sospesa di pochi metri direttamente sull’alveo del corso d’acqua. Tale è anche la situazione di un altro sito (l’unico del genere ad essere già noto) nell’alveo del T. Diveria in Val d’Ossola (si veda foto in Gianotti, 1996). In entrambi i casi si è in presenza di terrazzi relativamente bassi, sospesi direttamente sui corsi d’acqua (di circa 5 m di altezza sulla Dora Baltea, e di 1-2 m soltanto sull’alveo del T. Diveria): doveva quindi essere agevole apportare acque fluviali sulla superficie del terrazzo, captandole poco più a monte dall’alveo del torrente sottostante. In verità per il Barraccone l’operazione rimane complessa, se si considera l’attuale topografia. Comunque la tipologia del Barraccone (sito straordinario, mai segnalato in precedenza) deve essere ancora del tutto compresa, in quanto non nota in Bessa, che è l’unico sito finora effettivamente studiato. Lembi terrazzati più potenti e/o maggiormente sospesi venivano invece coltivati con il sistema dei cantieri singoli, facenti perno su profonde fosse percorse da acqua corrente canalizzata, ove questa fosse disponibile in sufficiente quantità, altrimenti scavando e portando le ghiaie al fiume per il lavaggio.

Motivi giacimentologici di ordine economico

di volta in volta, in base alla presunta ricchezza del giacimento (dimensioni del lembo aurifero e concentrazioni in oro, basate su saggi) e alla facilità/possibilità di approvigionamento delle acque, si stabiliva se fosse conveniente apportare ingenti quantità di acqua da siti di approvigionamento anche molto distanti, oppure limitarsi a scavare e trasportare “a mano” la matrice aurifera al più vicino corso d’acqua o pozza per il successivo “lavaggio”. É evidente che portare acqua alle miniere traendola da un torrente poteva essere relativamente agevole e vantaggioso per la Bessa, dato che tale grande terrazzo è circondato da corsi d’acqua perenni (Viona ed Olobbia), che verso monte in breve raggiungono le stesse quote della sommità del placer: in questo caso fu sufficiente sbarrare l’alveo del T. Viona a meno di 2 km di distanza a monte dell’estremità settentrionale della Bessa, per distribuire ai vari cantieri l’acqua necessaria. La stessa operazione risulterebbe al contrario impraticabile, perchè economicamente insostenibile, per le aurifodine degli altri siti, a parte evidentemente Mazzè, in quanto le distanze da superare sarebbero proibitive.  Caso esemplare è appunto quello delle aurifodine dello sfioratore di Mazzè: depositi alluvionali di genesi del tutto analoga (se si eccettua la posizione più esterna e distale di Mazzè rispetto allo sfioratore), e dunque forse con tenori simili in oro, furono sfruttati in modo sistematico mediante canali d’acqua a Mazzè, e solo scavati a mano a Villareggia, evidentemente per l’estrema difficoltà di portare acque fluviali sul fianco sinistro, difficoltà invece superabile per il fianco destro.

Motivi tecnologici

differenti tipologie di coltivazione riflettono fasi di coltivazione risalenti a diverse età e effettuate da genti differenti: così la tipologia “Villareggia” (riscontrabile però anche in certi settori della Bessa) potrebbe risalire al periodo pre-occupazione romana (vedi Salassi o genti limitrofe), mentre la tipologia “Bessa” ai Romani, notoriamente ottimi ingegneri idraulici (si vedano anche, a tal proposito, le aurifodine dell’Iberia romana, di due secoli più recenti della Bessa, con canali d’acqua lunghi fino a 15 km nel caso del distretto di Valduerna; Domergue, 1978). Questa ipotesi però sembra scontrarsi con l’affermazione di Strabone sull’utilizzo delle acque della Dora da parte dei Salassi ai fini minerari.

 

Con quale sistema veniva recuperato l’oro nella Bessa e a Mazzè?  

 

In seguito allo sfruttamento minerario, le discariche minerarie andranno a coprire un’area ben più vasta dell’originario placer, a causa delle metodologie adottate. Due tipi fondamentali di discariche vennero prodotte dall’accumulo degli scarti di coltivazione: cumuli di ciottoli e conoidi antropici s.l.. É dal loro studio e dalle forme di erosione collegate che si può capire il sistema di coltivazione.

In figura (da Gianotti, 1996) è schematizzato in pianta e in sezione il cantiere in uso nella Bessa (ed in parte, con dei distinguo, anche a Mazzè). Come prima operazione, si sbancava la coltre alluvionale aurifera, probabilmente già facendola incidere dall’acqua corrente in fossati, liberandola dai ciottoli di maggiori dimensioni (superiori cioè a circa 15-20 cm di diametro) e dai blocchi: questi venivano accatastati a lato, su aree già sfruttate, a formare dei cumuli di ciottoloni, privi di matrice (e pertanto estremamente permeabili): in tal modo si formò la discarica a cumuli di ciottoli, quella più evidente e che colpisce il visitatore, almeno nel caso della Bessa. Questa discarica copre sostanzialmente lo stesso areale precedentemente occupato dal placer: si distribuisce pertanto alla sommità del terrazzo alto, e può venire definita come “discarica superiore a cumuli di ciottoli”. Il resto del sedimento (ciottoli di taglia minore e sabbie aurifere) veniva sottoposta a “lavaggio” entro canali di acqua corrente, che sul terrazzo superiore coincidono con le fosse citate: queste infine confluiscono in un canalone che va approfondendosi verso il ciglio del terrazzo. I minerali più densi e pesanti tendevano a raccogliersi in apposite “trappole di concentrazione”, collocate nel primissimo tratto dei canali (come insegnano i cercatori, i granuli d’oro, smossi dal sedimento, si depositano immediatamente e non si muovono più). Comunque il dettaglio di queste operazioni è ancora tutto da ricostruire. La restante parte del detrito, ormai privato della maggior parte dell’oro, defluiva nei canali, fino al loro sbocco, oltre il quale sedimentava liberamente in forma di conoide alluvionale, poggiando a monte sulla superficie della scarpata ed andando verso valle a seppellire la piana sottostante. Si forma così la seconda tipologia di discarica, quella che ho genericamente definito “a conoidi antropici” (Gianotti, 1992): essa si distribuisce a valle della discarica a cumuli, a quote nettamente più basse, con la superficie sommitale inclinata che tende a raccordarsi gradualmente a quella del più basso terrazzo alluvionale. Un conoide mostra in pianta una forma a ventaglio aperto o a sezione di cono (da cui il nome), con l’apice (il punto in cui inizia) allo sbocco del canalone del terrazzo alto e l’unghia (cioè la parte distale) verso il corso d’acqua sottostante; in sezione longitudinale il conoide ha una forma triangolare. A differenza dei cumuli di ciottoli, che sono privi di struttura al loro interno (sono massivi o caotici), la discarica a conoidi antropici è formata da ghiaie sabbiose ben stratificate, con gli strati inclinati verso valle di 10-15°. Essi ricordano molto i conoidi alluvionali naturali (che si formano allo sbocco delle valli o di incisioni minori), perchè i depositi che li costituiscono sono sedimentati da correnti trattive analoghe a quelle di un corso d’acqua; solo che in questo caso si tratta di acque canalizzate dall’uomo e pertanto i conoidi vanno distinti come “conoidi antropici”. Ad un certo punto della coltivazione i canali del terrazzo superiore venivano prolungati verso valle, sul dorso dei materiali di rigetto della discarica inferiore.

Ora nella Bessa esistono due tipologie  di discarica inferiore: quella a conoidi veri e propri, estesi a ventaglio e costituiti da ghiaie sabbiose stratificate, evidentemente sedimentati da acqua corrente: ogni conoide fa capo ad un ampio sistema di fosse e canaloni del terrazzo superiore; la seconda tipologia è quella a rilevati, della cui struttura interna si sa poco o nulla, ma che certamente supportano anch’essi dei canali: ogni rilevato fa capo ad un singolo breve canalone, utilizzato per la coltivazione di un settore poco esteso. Bisognerebbe praticare uno scavo in sezione o, per cosi dire, affettare uno di questi rilevati, per capire, dalla disposizione delle ghiaie, se si tratta di materiale sedimentato anch’esso dall’acqua corrente (poco probabile, a giudicare dalla forma allungata e dai fianchi ripidi) oppure di un manufatto edificato direttamente dall’uomo per sostenere dei canali, oppure ancora di una forma complessa, di genesi mista (ad es. sedimentata alla base e costruita nella parte superiore).

 

Quali differenze esistono tra Bessa e Mazzè?  

 

Innanzitutto la posizione dei placer rispetto all’anfiteatro morenico: quello della Bessa si allunga nel settore laterale sinistro, mentre quello di Mazzè in posizione frontale.

Una seconda differenza tra Bessa e Mazzè, senz’altro la più evidente, sta nelle dimensioni delle discariche: quelle della Bessa sono molto più estese, complessivamente circa 9 km2 (5,2 km2 di cumuli più 3,9 km2 di conoidi), mentre a Mazzè superano di poco 1 km2 (un’area comunque  considerevole): più in dettaglio, l’area della discarica superiore, a cumuli di ciottoli, che coincide con il settore soggetto a sfruttamento minerario, si distribuisce su 40 ettari (compresi limitati settori in continuità morfologica, che attualmente non appaiono coperti da cumuli di ciottoli); l’area interessata dalla discarica a conoidi antropici (discarica inferiore) o, più esattamente, dai rilievi antropici canalizzati con morfologia “a rilevato”, è quantificabile in 35 ettari o più. Le due discariche minerarie di Mazzè quindi coprono complessivamente 0,75 km2. Una stretta fascia di terrazzo fluviale, che si prolunga tra Campagnetti e La Gabriella, mostra morfologie analoghe (rilevati per canali), ben rintracciabili già dall’osservazione di una cartografia a curve di livello (la migliore è la Carta Tecnica della Provincia di Torino a scala 1:5.000); ha inoltre restituito reperti provanti l’espansione delle attività estrattive più a Sud: in particolare sul fronte di una cava abbandonata è stata individuata  una sezione di canale (Barengo, com. pers.). Considerando quindi anche questo settore, l’estensione delle miniere raggiunge i 1,275 km2. Nel presente articolo vado a descrivere più specificatamente il settore settentrionale delle aurifodine, prossimo a Mazzè e a Casale, in quanto non ho ancora eseguito rilevamenti di terreno nei settori a Sud della cava Campagnetti. Un altro lavoro necessario per  il futurò sarà quello di eseguire un rilievo da fotointerpretazione sul complesso dell’area.

La terza differenza riguarda l’evidenza della discarica superiore a cumuli di ciottoli: mentre la Bessa conserva potenti ed estesi accumuli di ciottoli, localmente non coperti dalla vegetazione per decine di ettari (ed è questo l’aspetto che colpisce il visitatore), le discariche a cumuli di ciottoli di Casale sono talmente sottili (in una cava abbandonata si misura un metro o poco più di spessore, che sembra avvicinarsi già al valore massimo) e discontinue, da apparire ben poca cosa al confronto. Inoltre molti settori probabilmente sono stati successivamente “bonificati”, asportando completamente la coltre ciottolosa, e la vegetazione ha potuto crescere ovunque rigogliosa. Penso che sia proprio questo il motivo che fa venire molti dubbi sull’esistenza effettiva delle miniere in quel sito, almeno ad un’analisi superficiale, dubbio però che viene fugato quando si scopre la costituzione del settore posto a quota sottostante, in direzione della Dora.

La quarta ed ultima differenza, a cui voglio accennare, è la più importante per la caratterizzazione del sito di Mazzè: essa riguarda il dettaglio delle discariche minerarie inferiori (quelle dei conoidi antropici): non volendomi dilungare, dirò solo che, mentre nella Bessa prevalgono i conoidi antropici a ventaglio (anche se non mancano affatto le forme a rilevato, poggianti sui conoidi o isolate), a Mazzè risaltano soprattutto le forme a rilevato, in una successione morfologicamente ben esposta e conservata, direi eccezionale nel contesto dell’anfiteatro (e cioè dell’area che conosco direttamente) e a livello perlomeno nazionale (si dovrebbero cercare degli esempi analoghi nelle numerose miniere d’oro romane di Spagna).

 

Dove venivano captate le acque di lavaggio per le aurifodine di Mazzè?

Questo è uno dei problemi più affascinanti, anche perchè porta ad allargare notevolmente l’area di ricerca sul terreno. Nel caso si volesse utilizzare l’acqua della Dora Baltea, in riferimento al passo di Strabone, bisognerebbe sbarrarne l’alveo perlomeno a monte di Quassolo, anche ipotizzando un’inclinazione bassissima del canale, per poi condurre quest’ultimo sul fianco interno destro dell’anfiteatro in condizioni spesso morfologicamente difficili. Per confronto, l’attuale Naviglio d’Ivrea  prende origine dalla Dora Baltea a Ivrea a q. 231 e passa tra Villareggia e Mazzè a q. 226 m, dunque oltre 15 m più in basso della sommità del terrazzo delle aurifodine di Mazzè, con un gradiente medio di appena 18 cm/km (rapporto di 5 m di dislivello su una lunghezza di 28 km). Per inciso, le lunghezze dei canali reali o virtuali che riporto, sono solo indicative, non precisissime e certamente approssimate per difetto (le ho ricavate disegnando delle linee spezzate sulla cartografia al computer usando un programma GIS). É facile dimostrare che sarebbe comunque assurdo captare la Dora Baltea, in quanto a distanza molto più breve dalle aurifodine si incontrerebbe un altro corso d’acqua di notevole portata: il T. Chiusella. Si noti che questo non è un discorso pour parler, in quanto proprio sull’utilizzo delle acque della Dora Baltea si fonda l’ipotesi di identificazione delle miniere d’oro salasse citate da Strabone con il sito di Mazzè ed altri minori, Bessa esclusa, sostenuta da Pipino (1998, 2001 e articolo più recente pubblicato su internet). Immaginiamo quindi di progettare una captazione d’acqua dall’alveo del Chiusella, per esempio a q. 275 m (a monte di Peronetto), per portarla attraverso Candia, Vische e la gola di Mazzè al terrazzo sospeso poco a monte delle aurifodine (circa q. 265 m): sono almeno 34 km di lunghezza di canale. Anche accontentandosi delle acque di altri ruscelli che nascono dal fianco interno dell’anfiteatro, che il canale attraverserebbe prima di incontrare il Chiusella (Rio Rudo a Perosa e Rio Borriana a Pranzalito), le condizioni non migliorano sensibilmente (rispettivamente 28 e 30 km di lunghezza).

Piuttosto oneroso risulterebbe anche l’approvigionamento da ovest, in un diverso bacino idrografico: quello dell’Orco. Infatti l’attuale Canale di Caluso, edificato nel 1556-60 per l’irrigazione della campagna tra San Giusto, Caluso e Rodallo, prende l’acqua dal T. Orco, superando una distanza di 28 km (considerando il tratto dalla captazione di Spineto fino a Caluso e poi la diramazione di Mazzè, anno 1796, fino al Mulino Nuovo), ed evitando con galleria e ponti gli avvallamenti di San Giorgio.

Eppure  le evidenze di terreno provano che, nel caso delle aurifodine di Mazzè, vennero adoperati canali d’acqua nella coltivazione del placer aurifero: volendo scartare l’ipotesi di approvigionamento da corsi d’acqua importanti (decisamente per la Dora Baltea, con qualche dubbio per Orco o Chiusella, almeno fino a nuove evidenze), rimane tutta una serie di possibilità, che, al momento, mi sembrano di gran lunga le più probabili: l’acqua veniva captata cioè da uno o più corsi d’acqua minori, che in gran parte nascono direttamente dalla superficie della coltre fluvioglaciale antistante le morene frontali. La ricostruzione “di massima” prevede, ad esempio, che l’acqua venisse captata dal T. Malesina (questo nasce però dalla valle di Campo Canavese) poco a valle della confluenza con i rii Vodopiano e Molinatto (ad una quota intorno ai 260 m, e cioè di 10-15 m superiore  alle aurifodine di Mazzè). Lungo il tragitto si potevano eventualmente raccogliere anche le acque di altri modestissimi rii (Morello e Valle Morello, presso San Giacomo;  Denoglio e Brueglio; Staglia e Vallunga) prima di passare a Nord dell’attuale Rodallo e poi per Arè giungere poco a sud del cimitero di Tonengo (a q. circa 252 m), con un percorso di 20 km per coprire una distanza di 12 km in linea d’aria. Qui il canale si doveva dividere in due rami: verso NE e poi Nord per le aurifodine di Casale e verso SE per quelle di  Torino Nuovo-La Gabriella.

Una ricostruzione “di minima” (Barengo, 2006) prevede invece la possibilità di sfruttamento di sorgenti locali, poste al piede della morena frontale di Mazzè-Caluso (operazione meno onerosa, ma da verificare per quanto riguarda l’entità delle portate sfruttabili e necessarie). Tra le due ipotesi esiste tutta una gamma di possibilità intermedie, alla ricerca di un compromesso economicamente valido: ad es. captazione dal Rio Valle Morello a q. 275 m, presso il Pilone Vala, e tragitto di “soli” 12 km passando poco sotto il Mulino Nuovo di Mazzè). In ogni caso l’acqua doveva venire trasportata mediante uno o più canali ed infine stoccata all’interno di bacini artificiali, posti a monte del placer, per essere utilizzabile per il “lavaggio” delle ghiaie aurifere. Attualmente tali bacini, se conservatisi integralmente e solo colmati di sedimenti (probabilmente  più fini di quelli all’esterno), dovrebbero apparire come piani perfettamente orizzontali.

É da considerare anche l’ipotesi, completamente differente, di Pipino (1998), per cui, oltre (?) alle acque della Dora Baltea si sarebbe utilizzata l’acqua di un lago, attualmente estinto, attraverso lo sfioratore della Valle della Motta tra Caluso e Mazzè; quest’ipotesi deriva da quella introdotta dal notaio Azario (1339-1362), contemporaneo di Dante Alighieri, e poi ripresa da vari geologi del passato (Martins & Gastaldi, 1850; Gastaldi, 1865; Baretti, 1877; Bruno, 1877, 1883; Marco, 1892; Sacco, 1927 e, soprattutto Sacco, 1928; invece Baretti, 1893, nega questa possibilità) sull’esistenza di un grande lago cataglaciale, che avrebbe occupato la conca interna dell’anfiteatro morenico di Ivrea, in seguito al ritiro del ghiacciaio balteo alla fine dell’ultima glaciazione (ritiro avvenuto tra i 18.000 e i 16.000 anni fa circa); una situazione simile cioè a quella della maggior parte degli altri anfiteatri morenici pedemontani, denominati appunto dal grande lago che occupa la loro depressione interna (Garda, Verbano, Lario, Iseo e Orta). Però, per soddisfare le esigenze di sfruttamento delle aurifodine, si dovrebbe supporrre che il lago fosse sopravvissuto fino ad epoca storica o proto-storica, con livello molto più alto di quello attuale di Candia (q. 226 m s.l.m.) e in particolare posto, secondo Pipino (1998), alla quota dello sfioratore di Valle Motta tra le morene di Caluso e di Mazzè (q. 275 m s.l.m.): ne consegue che tale massa d’acqua avrebbe dovuto colmare tutta la conca interna dell’anfiteatro fino a Pont Sant Martin in Valle d’Aosta. Da notare che nessuno dei geologi citati ipotizza un prolungamento della fase lacustre fino in epoca storica, e Bruno (1877) nega espressamente l’intervento umano: il lago si sarebbe svuotato naturalmente per approfondimento dello sfioratore di Mazzè (Bruno, 1877; Marco, 1892). All’ipotesi di uno svuotamento artificiale del lago è legata la leggenda della Regina Ypa, diffusa in ambito locale.

I seguenti dati di ordine geologico negano questa possibilità. Un unico grande lago con livello a q. 275 (quota dello sfioratore di Valle Motta) non può essersi formato al termine dell’ultima grande espansione glaciale (nota come LGM- Last Glacial Maximum o come Würm superiore) e, tanto meno, conservatosi fino ad epoche recenti: tale glaciazione ha infatti generato, come effetto della massima espansione del ghiacciaio balteo, la cerchia morenica di Andrate-Bollengo (la “Piccola Serra”)-Strambino-Parella, quando più a valle la gola di Mazzè era già incisa al di sotto di tale quota e dunque funzionante come sfioratore attivo a quel momento (cioè da lì uscivano tutte le acque di fusione glaciale). I terrazzamenti distribuiti a quote molto elevate sul fianco interno delle morene, come quelli di Valle Motta addotti da Pipino a prova del livello alto del lago, sono in realtà lembi di depositi glaciolacustri (morfologicamente terrazzi di kame) sedimentati in piccoli laghi marginali effimeri, generati tra il ghiacciaio e la morena immediatamente più esterna, appena deposta: sono dunque riferibili ad un momento immediatamente successivo all’acme di una data glaciazione, che nel caso in esame, è certamente anteriore ai 60.000 anni fa (verosimilmente si tratta della terz’ultima di una decina di grandi espansioni glaciali, avvenute tra 900.000 e 11.500 anni fa: è quella verificatasi intorno a 145-126.000 anni fa). Depositi glaciolacustri del tutto simili, costituiti da sabbie fini e silt, in parte laminati, contenenti rari dropstones (ciottoli che cadono da piccoli icebergs) e del tutto privi di resti organici, si distribuiscono a gradinata sul fianco interno delle morene fino a quote molto basse verso la conca interna ed il Lago di Candia. Le oscillazioni di livello di quest’ultimo, durante l’Olocene (gli ultimi 11.500 anni) e, a maggior ragione, storica, non possono che essere state di ordine sub-metrico. L’ipotesi della derivazione di acque da un grande lago è pertanto del tutto infondata sia geologicamente che, aggiungerei, storicamente. Anche la formazione di un lago di sbarramento da frana, per un evento catastrofico che avrebbe sepolto la forra di Mazzè (Barengo, 2006), appare largamente improbabile (occorrerebbe il distacco di milioni di m3 di materiale, evento mai verificatosi da una morena) e non documentato da alcun indizio; inoltre un tale accumulo di prevalenti sabbie fini sarebbe stato reinciso in breve da un corso d’acqua come la Dora Baltea, una volta formatosi il lago ed impostatosi un emissario.

è doveroso infine ritornare all’interessante ed annosa questione della localizzazione delle miniere d’oro dei Salassi citate da Strabone (Geografia, IV): dai dati sopracitati emerge che, se si vuole interpretare alla lettera il passo dello storico greco, non è possibile collegare le miniere d’oro dell’anfiteatro a quelle dei Salassi: infatti in nessuno dei casi noti è praticabile l’utilizzo delle acque della Dora Baltea per la coltivazione mineraria, se non a prezzo di oneri esorbitanti e, in parte, assurdi. Con ogni probabilità furono invece utilizzate acque di altri bacini, però confinanti con quello della Dora (il Viona, per la Bessa; forse il Malesina per Mazzè), oppure di ruscelli nati direttamente dai rilievi dell’anfiteatro o dalla sua coltre fluvioglaciale esterna (certamente Olobbia, Valle Sorda e Riale Candelero per siti adiacenti alla Bessa; Valle Morello od altri rii per Mazzè). Un ulteriore indizio, a conferma di questa ipotesi, sta nel fatto che le aurifodine prive di evidenze di canalizzazioni e di conoidi corrispondono a quei settori preclusi dall’approvvigionamento di acqua (Villareggia, Borgo d’Ale, Torre Canavese, ecc.), se non dalla Dora Baltea o dal T. Chiusella, che, evidentemente, non furono captati. Per inciso, risulterebbe possibile alimentare il sito di Torre Canavese dal T. Chiusella, soltanto con la realizzazione di un acquedotto sospeso (lungo circa 125 m ed alto non meno di 15 m) per l’attraversamento della vallecola di Pramonico. Dunque: o le miniere di Strabone vanno cercate in altri settori lungo la Dora Baltea (fondovalle montano, conca interna dell’anfiteatro o pianura esterna distale), per cercare conferme ad una interpretazione letterale del passo, oppure si deve ammettere (Gianotti, 1996; e, in parte, Brecciaroli Taborelli, 1988 e 1995, e Domergue, 1998) che Strabone si riferisse genericamente ad un complesso di attività minerarie facenti perno sul (o meglio: intorno al) bacino alluvionale della Dora Baltea, ma nella pratica tutte scollegate da quel fiume: le miniere dei Salassi sono dunque quelle del bordo esterno dell’anfiteatro morenico di Ivrea, probabilmente compresa la Bessa, che era di gran lunga la principale (netta distinzione tra Bessa ed altre miniere è invece sostenuta da Calleri, 1985, e Pipino, 1988 e 2001). Infine, se è valida questa interpretazione e tenendo per buono il resoconto di Strabone, si deve concludere che si fece uso di canalizzazioni anche nelle coltivazioni pre-romane.

 

 

 

 

 

 

Bibliografia

 

Azario P. (1339-1362) – De Bello Canapiciano. Pubblicato in: La guerra nel Canavese, Lions Club, Ivrea, 1970.

 

Barengo L. (1988) –. www.Mattiaca.it

 

Baretti M. (1877) – Studi geologici sul Gruppo del Gran Paradiso. Mem. R. Acc: Lincei, 3(1), Roma.

 

Bertolotti A. (1867-1873) – Passeggiate nel Canavese. 7 voll..

 

Brecciaroli Taborelli. (1995) – La Bessa. Indagine nell’area della miniera d’oro romana. Quederni della Soprintendenza Archeologica del Piemonte, 13.

 

Bruno L. (1877) – I terreni costituenti l’anfiteatro allo sbocco della Dora Baltea. Tip. F.L. Curbis, Ivrea, 65 pp.

 

Bruno L. (1881) – L’era lacustre nell’Anfiteatro della Dora Baltea. Boll. CAI, 50.

 

Calleri G. (1985) – La Bessa. Documentazione sulle aurifodinae romane nel territorio biellese. Tip. Unione Biellese, Biella.

 

Domergue C. (1998) – La miniera d’oro della Bessa nella storia delle miniere antiche. In: Archeologia in Piemonte, vol 2, Tip. Allemandi, Torino.

 

Domergue C. & Herail G. (1978) – Mines d’or romaines d’Espagne. Le district de la Valduerna (Leon). Univ. Toulouse –Le Mirail, série B, tome 4, 299 pp.

 

Durandi J. (1766) – Dell’antica condizione del Vercellese e del borgo di Santhià. Aldina, Torino.

 

Gianotti F. (1992) – Le coltivazioni romane del placer aurifero della Bessa. In: Dal Piaz G. V. (ed.), Le Alpi dal Monte Bianco al Lago Maggiore. Soc. Geol. It., Guide Geologiche Regionali, 3 (a): 196-197. BEMA, Milano.

 

Gianotti F. (1993) – Ricostruzione dell’evoluzione quaternaria del margine esterno del settore laterale sinistro dell’Anfiteatro Morenico d’Ivrea. Tesi di Laurea inedita, Università di Torino, 73 pp.

 

Gianotti F. (1996) – Bessa, paesaggio ed evoluzione geologica delle grandi aurifodine biellesi. Quaderni di Natura Biellese, Eventi e Progetti Ed., Biella, 83 pp.

 

Lami A., Marchetto A., Lo Bianco R., Appleby P.G. & Guilizzoni P. (2000) – The last ca 2000 years paleolimnology of Lake Candia (N. Italy) : inorganic geochemistry, fossil pigments and temperature time-series analyses. J. Limnol., 59 (1): 3-46.

 

Marco C. (1892) – Studio geologico dell’anfiteatro morenico d’Ivrea. Tipografia Garda, Ivrea, 55 pp..

 

Pipino G. (1989) – Ricerca mineraria e ricerca storico-mineraria. . Boll. Ass. Miner. Subalpina , 26, 1.

 

Pipino G. (1998) – L’oro della Bessa. Notiziario di Mineralogia e Paleontologia , 12.

 

Pipino G. (2001) – Exploitation of gold-bearing terraces in the Cisalpine Gaul region. Newsletter of the International Liason Group on Gold Mineralisation, 32.

 

Pipino G. (?) – Le aurifodinae dei Salassi e quelle della Bessa. Museo Storico dell’Oro Italiano, Lerma.

 

Sacco F. (1927) – Il glacialismo nella Valle d’Aosta. Min. LL. PP., Uff. Idrog. Po.

 

Sacco F. (1928) – I grandi laghi postglaciali di Rivoli e d’Ivrea. L’Universo, Milano.

 

Solero P. (1933) – Appunti sulla storia di Tonengo Canavese. Pubblicazione postuma a cura di Associaz. Mattiaca, www.Mattiaca.it, Mazzè, 2005.

 

 

 

 

 

 

 

               

 

Torna su

BIBLIOGRAFIA

Bibliografia:

Pietro Azario       - La guerra del Canavese – Ivrea 1970

Nicolis di Robilant – Relazione sull’oro alluvionale in Piemonte – Associazione

                        mineraria subalpina anno XXVI Numero 1 – 1989

Goffredo Casalis   - Dizionario storico geografico, statistico, commerciale degli 

                         stati di S. M. il re di Sardegna – Maspero, Torino – 1856

F. Mondino          - Mazzè, memorie della mia terra – Falciola, Torino anno  

                         1998

F.M. Gambari       - La preistoria e la protostoria nel bielllese: breve

                         aggiornamento sulle ricerche nel territorio – Bollettino della

                         Società piemontese di archeologia e belle arti n XLIV –

                         1990-1991.

Autori vari           - La stele megalitica di Mazzè – Associazione culturale F.

                         Mondino – Anno 1993

Giorgio Cavaglià      -Contributi sulla romanità nel territorio di Eporedia – Get

                         Chivasso – anno 1998

Giuseppe Pipino      - Ictimuli: il villaggio delle miniere d’oro vercellesi ricordate

                         da Strabone e da Plinio – Estratto dal Bollettino Storico 

                         Vercellese – n 2 – Anno 2000.

Giuseppe Pipino       - Oro, Miniere, storia – Miscellanea di giacimentologia e

                          Storia mineraria italiana – Ovada 2003.

M. Baio-F. Gianotti  - Studio geologico e giacimentologico dell’area della “Bessa”

                           Geologia Insubrica n 1 – Biella 1996

F, Gianotti            - Bessa. Paesaggio ed evoluzione geologica delle grandi

                           aurifodine biellesi – Quaderni di natura biellese n 1                                      

                           Biella 1996.

Pietro Solero         - Appunti - Storia di Tonengo Canavese - Manoscritto

                          inedito.

Autori vari            - Evoluzione del reticolo idrografico nell’anfiteatro morenico                         

                          di Ivrea dalla fine dell’era terziaria ai giorni nostri –

                          Sopra e sotto terra n. 1 – Cossavella - Ivrea 1999.

Torna su

RELAZIONE SULL’ORO ALLUVIONALE 

          IN PIEMONTE          

 ANNO 1786

 

 CAVALIER 

SPIRITO  NICOLIS DI ROBILANT

 

 

 

 

 

Torna su

HOME PAGE