Mazzè , feudo e vedetta canavesana
durante la II guerra d'indipendenza.
Tratto dal libro "Mazzè memorie
della mia terra"
di Francesco Mondino

1859
L'Austria, decisa a stroncare le "provocazioni"
dei Piemontesi, dopo una serrata campagna diplomatica, aveva inviato a Cavour
l'ultimatum di disarmare entro tre giorni, latori il barone Kellesberg
e il conte Ceschi di Santa Croce, inviati straordinari.
Napoleone
III, col quale il Piemonte aveva stretto un patto di alleanza politica
e militare, a Plombières il 21-7-1858, considerò l'intimazione
austriaca come un'aggressione e ordinò alle sue truppe di passare le
Alpi.
Vittorio
Emanuele II, che aveva pronunciato il grande discorso alla Corona,
affermando di voler mutare il regno di Sardegna in regno d'Italia, decretò
che il suo regno fosse pronto a marciare contro gli austriaci, che da tempo
stavano ammassando truppe ai nostri confini, con l'intenzione di sfondare fino
alla capitale (Torino).
L'esercito piemontese, aspettando l'arrivo
dei francesi, scelse la sua posizione difensiva sulla riva destra del Po. L'imperatore
Napoleone III a sua volta, ordinò di dividere il suo esercito in due
grossi blocchi: uno venne trasportato per mare a Genova, sotto il comando del
maresciallo Baraguay d'Hilliers, l'altro si portò in Piemonte, giungendo
a Susa attraverso i colli del Moncenisio e del Monginevro, agli ordini del maresciallo
comandante Canrobert Certain.
Il 23 aprile, la Camera dei Deputati
aveva conferito al Re i pieni poteri. Il 26, il ministro Cavour aveva consegnato
al barone Kellesberg, la risposta negativa all'ultimatum, e il Re aveva nominato
suo cugino, il Principe di Carignano, luogotenente del regno, durante la guerra.
Il 27, un proclama che era suonato come uno squillo di tromba, annunziava che
l'esercito era pronto a battersi contro l'Austria, che aveva osato minacciare
l'indipendenza e la dignità della patria. "I Francesi-diceva il
proclama-saranno nostri compagni anche in questa guerra, giusta e santa, il
suo grido sarà: Indipendenza d'Italia".
Vittorio Emanuele II partì quindi
da Torino e si avviò al campo. Occorreva impostare con la massima tempestività
una difesa capace di contenere l'irruenza del nemico, numericamente superiore.
Intanto Firenze, al grido di allarme,
non era rimasta inerte. Il 24 aprile, per mezzo del suo ministro plenipotenziario,
il Boncompagni, aveva chiesto una alleanza offensiva e difensiva della Toscana
durante la guerra, che si preannunciava imminente.
Il Granduca Leopoldo II aveva risposto
negativamente, preferendo mantenersi in una posizione neutrale. Cosimo Ridolfi,
già precettore del principe ereditario, aveva allora scritto al Granduca
(27 aprile) una lunga lettera nella quale gli palesava il proposito dei Toscani
di prendere parte alla guerra sotto la bandiera italiana. Il popolo dimostrava
pubblicamente in piazza Barbano a favore della guerra, a fianco dei Piemontesi
e dei Francesi, salutando con gioia ed entusiasmo l'indipendenza d'Italia. Il
Granduca abbandonò la Toscana con la famiglia e il Comune di Firenze,
conferì provvisoriamente il governo della cosa pubblica ad Ubaldino Peruzzi,
Vincenzo Melenchini e Alessandro Danzini, che inviarono subito una petizione
a Re Vittorio, invitandolo ad assumere la dittatura del Granducato.
Il governo piemontese nominò
il Boncompagni commissario straordinario e il generale Girolamo Ulloa comandante
in capo dell'esercito toscano. Venne anche composta una consulta di governo
sotto la presidenza del venerando Gino Capponi.
Gli Austriaci, nel frattempo, avevano
predisposto i propri piani per avanzare ed attaccare le truppe piemontesi, che
si erano ammassate
tra Alessandria e Casale, sulla riva destra del Po.
Una divisione piemontese era stata posta sulla riva sinistra della Dora Baltea,
per costituire l'ultimo baluardo difensivo e allontanare il pericolo micidiale
dell'invasione.
Il 29 aprile, l'esercito nemico, agli
ordini del generale Giulay, passò il Ticino
a Pavia, a Bereguardo, a Vigevano e a Buffalora
e avanzò fin nei pressi di Chivasso,
nella speranza di battere l'esercito piemontese, prima che giungessero gli aiuti
dei Francesi.
Ma trovò un ostacolo inatteso
nelle misure adottate dai Piemontesi, che, nel frattempo avevano attuato alcuni
accorgimenti disposti qualche anno prima da Alessandro La Marmora e dettati
con ritmo telegrafico, in quel frangente, dal fratello Alfonso.
Eccone alcuni:
-mandar l'equipaggio dei ponti per
acqua (del Po) a Chivasso;
-far venire per strada ferrata i
zappatori, far fortificare la linea della
Dora(Baltea),
messo i posti a Massè, Moncrivello, e Caluso;
-combinare con gli ingegneri civili
il modo d'allagare tutte le risaie fra Cigliano,
Saluzzola, e Saluggia;
-requisir tutti i cavalli disponibili
e darli all'artiglieria, perchè la batteria parta almeno con 6 pezzi;
-il quartiere generale a
Rondissone.
La Dora Baltea apparve così la
più valida e munita linea di difesa, mentre le campagne vercellesi furono
destinate ad essere trasformate in un grande lago artificiale.
Il piano e l'esecuzione di questo allagamento
furono studiati da un brillante ufficiale del Genio militare italiano, Federico
Menabrea, una figura di patriota nobile e ingegnoso , al quale, per merito di
questa strategica difesa, sarà più tardi conferita la corona di
Marchese di Valdora.
A ispezionare e a verificare le opere
di questa difesa approntata dal Menabrea, conversero su questa vetta
canavesana, Re
Vittorio Emanuele II con tutti i nostri migliori comandanti,
La Marmora, Della Rocca, Cialdini, Menabrea, Pastore, Luserna D'Angrogna, Righini
di San Giorgio, e molti altri. Da parte francese giungeva Niel e il maresciallo
Canrobert con il suo stato maggiore, latore di una lettera dell'Imperatore al
nostro Re, nelle quale così si esprimeva:
"J'autorise le Marèchal
Canrobert a concourir avec les truppes de V.M. à la dèfense de
la ligne de la Dora Baltea, s'il juge la position offrant des chances serieuses
de rèsistance".
Vittorio Emanuele II consultò
immediatamente Canrobert, Niel e il generale del genio francese Frossard, insieme
ai nostri La Marmora, Della Rocca, Cialdini, Menabrea, e Pastore. La divisione
del generale Cialdini, che era appostata sulla Dora, doveva tenersi pronta,
in caso di necessità, ad unirsi alle altre appostate sulla destra del
Po.
Il corteo militare, compostosi alla
stazione di Caluso, dove era sceso proveniente da Torino, il Maresciallo Canrobert,
si avviò al Castello di Mazzè, tra l'esultanza delle truppe e
della popolazione che era accorsa per salutare Vittorio Emanuele II. Salì
quindi, sulla vetta mazzediese, divenuta osservatorio per le operazioni di allagamento
della campagna vercellese, a contemplare il piano che da un momento all'altro
si sarebbe tramutato in mortale trappola per gli invasori.
"Il gran Re si appressa all'orlo
della specola- ci descrive il senatore Faldella- e piglia una grande fiatata
e coglie una grande occhiata di questo
magnifico
panorama orientale....Vittorione
è circondato da La Marmora, Canrobert, Niel, Frossard....Freme
insieme una folta siepe di ufficiali. Discutono: allungano le braccia; allargano
le mani, appuntano le dita; si ergono sui cavalli; fissano gli occhi, si adattano
i binocoli per cogliere e dilatare i più lontani punti del panorama.
Re Vittorio, oltre che dai presenti, si sente assiepato, affollato dagli spiriti
della storia, dalle indicazione del Destino, o meglio dalle promesse della Provvidenza.
Una sensazione di ombre da Re Arduino, gli insolca l'animo di brividi luminosi.
Egli tende più acuto lo sguardo verso il Lombardo Veneto, sua santa preda
per la libertà".
"Ma nitriscono più impazienti
i cavalli legati ai platani; e giunge il messaggio che gli Austriaci traboccano
dal Ticino....".
E' l'ora della riscossa.
Il Comando della Brigata Savona, che
aveva preso dimora nel Castello di Mazzè, predispone gli ordini di attacco.
-Quanti sono gli Austriaci?
-Centocinquanta, duecentomila.
-E quanti siete Voi?
I nostri si contano.
Si narra che Enrico Cialdini contraddicesse,
a proposito del numero dei soldati nostri e degli Austriaci, Canrobert e, più
ancora, Frossard. Vittorio Emanuele II, che al suo coraggio univa l'occhio della
lince e una notevole sagacia, intervenne per sedare la disputa, dando ragione
ai Francesi per non pregiudicare la preziosa alleanza.
E guardando con sicurezza la linea della
Dora e l'agro vercellese, sospirò innalzando una preghiera allo Spirito
delle Acque.
Lo stato delle forze nazionali della
difesa della Dora Baltea, fornito dal pittore di storia militare Quinto Celli,
risultò essere di 18.600 fanti, 3320 cavalli da battaglia e 200 cannoni
tra difesa stabile e difesa mobile, pronto a muoversi alla carica, quando dalla
vedetta mazzediese fosse stato dato il segnale.
Furono traforate le sponde dei canali,
si ruppero le strade , la campagna vercellese venne trasformata in un lago strategico
che impantanò gli invasori stranieri.
Vittorio Emanuele II e il maresciallo
Canrobert, coi rispettivi stati maggiori, ammirarono dal
Castello
di Mazzè il vasto piano che si protendeva
loro davanti, assaporando nei battiti del cuore, in palpitante silenzio, l'emozione
e l'ansia patriottica per l'esito di quella operazione che avrebbe arrestato
la tracotante minaccia degli Austriaci.
Poi, il regale corteo scese da Mazzè,
tra una folla esultante, per avviarsi lungo la strada ferrata Novara-Torino,
passò per Rondissone, fortemente presidiata, giunse alla stazione di
Torrazza di Verolengo e ritornò a Torino.
Lungo il percorso, le truppe piemontesi,
scaglionate da Mazzè a Calciavacca, esultavano festose il passaggio del
Re, e fraternizzavano con i soldati francesi.
Il bollettino di guerra del 30 aprile
annunciava: "Il Re andò ieri sulla Dora (Baltea) in compagnia del
maresciallo Canrobert e del generale Niel. Inutile dire come fosse accolto e
festeggiato dalle truppe".
Il 22 maggio trovò morte gloriosa
in combattimento, a Borgo Vercelli, il capitano Edoardo Brunetta d'Usseaux.
La storica scena del Castello di Mazzè,
resterà sempre un avvenimento di grande importanza nella storia della
seconda guerra d'indipendenza.
Così, ancora, il libro di scuola
"L'umana conquista" di Carlo Negro, Editore Paravia, con tono più
distaccato, descrive in poche righe la seconda guerra d'indipendenza e ricorda
anche l'allagamento descritto da Francesco Mondino nel suo libro: "Mazzè
memorie della mia terra".
La seconda guerra d'indipendenza (1859)
Così in quella fine del mese
di aprile, mentre le cancellerie europee si consultavano affannosamente per
evitare una guerra di imprevedibili proporzioni, il generale austriaco Gyulai
passò il Ticino e aggredì il Regno di Sardegna.
Era il 29 aprile; l'austriaco aveva
già perso tre giorni; altri ne perse in strane manovre del suo esercito,
dal nord al sud del fronte, addentrandosi fin verso Ivrea,
non lontano da Torino, tornando indietro, cercando di impedire il congiungimento
delle forze piemontesi e francesi, tentando di indovinare che cosa avrebbero
fatto i soldati di Napoleone, che intanto giungevano per mare e per terra, via
Moncenisio, al ritmo di diecimila al giorno.
Nell'attesa i Piemontesi, schierati
su di una linea difensiva, avevano allagato, con un piano predisposto da tempo,
le vaste risaie tra i fiumi Sesia
e Dora Baltea.
Ora si trovano 160.000 Austriaci contro
80.000 Piemontesi comandati dal re Vittorio
Emanuele II e 110.000 Francesi, sotto il comando
personale di Napoleone
III.
Gyulai finalmente decise che il nemico
avrebbe tentato di sfondare a sud e andò ad incontrarlo. Allora i Francesi
presero il treno (fu proprio così) verso il nord e sfondarono dall'altra
parte.
Intanto i Piemontesi sostennero due
scontri di scarsa importanza, a Mombello il 20 maggio ed a
Palestro
il 31: in questa occasione il re Vittorio si mostrò
tanto valoroso che un reggimento di zuavi francesi, ammirato, lo nominò
sul campo suo "caporale".
Passato il Ticino, gli alleati si scontrarono
col nemico, accorso in forze, il 4 giugno, a Magenta:
fu una battaglia sanguinosa, che si risolse in una vittoria in seguito all'intervento
tempestivo delle truppe del generale francese Mac Mahon. Ma sul campo restarono
10.000 uomini dalle due parti.
Ora era aperta la via di Milano: Vittorio
e Napoleone III vi fecero un
ingresso
trionfale, acclamati dalla popolazione festante, l'8 giugno. Il nemico
si era ritirato precipitosamente verso
il Mincio, per attestarsi nel famoso quadrilatero.
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