Gli stregoni

Gli stregoni sono personaggi presenti in moltissime leggende mazzediesi e
canavesane, nell'immaginifico popolare erano raffigurati come entità magiche
minori di natura prevalentemente malvagia. Non era ritenuto possibile
distinguere gli stregoni dalle persone normali in quanto nulla li evidenziava in
quel senso , a parte i loro poteri gelosamente tenuti nascosti. Solo in
particolari circostanze la vera natura dello stregone poteva venire scoperta.
Quando avveniva la rivelazione, per la comunità era un evento traumatico in
quanto tutti dovevano prendere atto che il male albergava ovunque, anche nel
seno di una società sana e timorata di Dio. La scoperta di uno stregone era un
evento rarissimo in quanto, secondo la credenza popolare, erano legati tra loro
in una consorteria con lo scopo sia di accrescere il loro potere e sia per
spalleggiarsi a vicenda nei momenti critici. Gli stregoni in genere erano
persone stimate, in apparenza rispettabili, dedite normalmente ad attività di
tutt'altra natura. Questi personaggi agivano per loro fini o su commissione di
terzi, in questo caso ricevevano un compenso o in denaro o in opere malvage da
eseguirsi da parte del committente. Il racconto sugli stregoni è composto da tre
brevi episodi diversi, in genere venivano sempre raccontati assieme forse per
far comprendere meglio all'ascoltatore l'esatta natura di questi esseri malvagi.

I Episodio- La malattia

In una famiglia di modeste condizioni, composta da padre, madre e due bimbi, un
brutto giorno il figlio minore cade ammalato. Non è una malattia con sintomi
molto evidenti, ma progressivamente il bimbo s'indebolisce, l'appetito scompare
e quindi lentamente ogni attività del piccolo cessa sino a costringerlo
costantemente a letto. Viene prima convocata la medicina locale, la quale
sentenzia che il bimbo è affetto da una forma di esaurimento che probabilmente
si risolverà nel giro di qualche giorno. La donna, retribuita con un pollo per
il consulto, viene richiamata dopo qualche giorno perché il bimbo si è
aggravato, ma deve dichiarare di non essere in grado di diagnosticare l'esatta
natura del male e consiglia la madre di convocare il medico condotto. Il dottore
del paese, abituato a questo genere di cose, visita il piccolo diagnosticando
una forma nervosa di inappetenza. Il medico, retribuito a sua volta con due
polli, tornato a visitare il bimbo dopo due giorni deve constatare
l'aggravamento della situazione e consiglia i genitori di convocare uno
specialista da Torino. Lui, medico di paese, non è in grado di diagnosticare
l'origine del male e tantomeno di prescrivere una cura. I genitori sono
disperati in quanto la loro situazione economica non permette la visita di uno
specialista, da pagare con denaro sonante. Padre e madre decidono quindi di
confidare in Dio, se lui vorrà il bimbo guarirà, in caso contrario non sarà il
primo piccolo morto in tenera età. La madre non rassegnata si confida con la
vicina di casa e questa, donna di esperienza considerata la natura misteriosa
del male, consiglia di iniziare una starna procedura che ha visto dare buoni
frutti in situazioni simili. Seguendo i consigli della comare la madre prende
gli abiti del piccolo, li mette in una caldaia con dell'acqua ed incomincia a
farli bollire. Dopo tre giorni di bollitura continua, uno sconosciuto si
presenta alla porta della disgraziata famiglia chiedendo di parlare con la madre
. La donna lo riceve e lo sconosciuto le chiede di cessare la bollitura degli
abiti in quanto questa operazione causa gravi pene a colui che lo ha inviato. La
madre acconsente a patto che il piccolo venga guarito. Lo sconosciuto assicura
che sarà fatto come desidera e salutata la donna se ne va. La bollitura cessa e
contemporaneamente il piccolo migliora rapidamente tanto che dopo una decina di
giorni l'episodio è quasi dimenticato. Qualche tempo dopo la donna incontra un
suo vecchio spasimante, rifiutato a suo tempo perché troppo vecchio. L'uomo è
visibilmente ustionato e giustifica il suo stato con le ferite riportate
bruciando delle stoppie. La donna saluta e si avvia per la sua strada, dopo un
breve tratto, colpita da un pensiero si ferma e si volta e fa tempo ad
intravvedere il suo vecchio spasimante che confabula con l'uomo presentatosi
alla sua porta invitandola a cessare la bollitura degli abiti del figlio.
Arrivata a casa la donna parla dello strano incontro alla comare, questa dicendo
che l'autore del gesto malvagio aveva avuto la sua punizione assicura che una
cosa simile non si ripeterà in quanto ormai l'identità dello stregone era stata
scoperta. La comare aveva ragione ed il bambino diventò un bel giovanotto senza
altri problemi.

II Episodio-Le campane

Un tempo si credeva che il suono delle campane allontanasse i temporali estivi,
ragion per cui quando il cielo d'estate si oscurava e minacciava grandine, il
primo pensiero del parroco era quello di far suonare il campanone nella
speranza sortisse qualche effetto benefico. Forse questa operazione era inutile
per mitigare la buriana, ma certamente era salutare per il morale dei
parrocchiani. Sino a qualche decennio fa a Mazzè la gente comune era sicura che
i temporali peggiori avessero origine sopra Maglione, un paese posto dall'altra
parte della Dora, creduto luogo di residenza di streghe e stregoni. Oltretutto i
contatti della gente di Mazzè con quella di Maglione non erano molto frequenti,
in quanto questo luogo è molto defilato dalle vie di comunicazione. Se non si
aveva motivo di andare a Maglione, per recarsi verso Cigliano o Borgo d'Ale era
più conveniente percorrere altre strade. Un giorno un mazzediese dovette recarsi
a Maglione in quanto intendeva acquistare in un vivaio locale delle piantine di
pioppo , avendo in animo di trapiantare le piantine in certi suoi terreni di
Mazzè adatti allo scopo. Prese il carro trainato dai buoi, percorse la strada
sino alla Dora, passò il ponte appena costruito e si inerpicò per il viottolo
che costeggia il Naviglio di Ivrea sino ad arrivare alla sua destinazione.
Trovato il vivaio, contrattò con il padrone il prezzo delle piantine e concluso
l'affare le caricò sul carro aiutato dagli inservienti. Uno di questi , persona
già di una certa età, chiese da dove provenisse e saputo che era di Mazzè gli
disse testuali parole:" Per l'amor di Dio, di' al tuo parroco di non suonare più
il campanone durante i temporali, non sopporto più di sentire dentro la mia
testa quei colpi terribili". Il nostro compaesano non diede molta importanza
all'episodio, credendo il vaneggiamento di un ubriaco, ma tornato a casa riferì
l'accaduto al parroco. Il sacerdote, per nulla sorpreso, gli assicurò gli
assicurò che avrebbe tenuto conto di quanto gli aveva riferito. Dopo qualche
tempo quasi tutto il territorio di Mazzè fu colpito da una terribile grandinata,
per un caso davvero strano, la sola zona risparmiata fu quella dove il nostro
uomo aveva trapiantato i pioppi acquistati a Maglione.. Le piante prosperarono
sino a diventare adulte, fruttando, al momento della vendita, un buon utile al
nostro proprietario.

III Episodio - L'avvertimento

Nella tarda mattinata di un giorno d'agosto, poco prima della festa patronale di
Mazzè, un mendicante, munito di una lunga bacchetta, si presenta alla porta di
una casa di Canton San Rocco chiedendo l'elemosina. Il padrone di casa, uomo
molto religioso, non è in grado di donargli nulla, ma lo invita a pranzare con
la famiglia. Il mendicante, dopo il pasto, ringraziato l'ospitale famiglia,
prende la sua bacchetta e si accinge ad andarsene. Arrivato sino a metà del
cortile prospicente la casa, quasi colpito da un'idea improvvisa si volta e
roteando la sua bacchetta dice testuali parole:" In questa casa una volta
abitava un prete, poiché non aveva eredi ha nascosto in un muro una cassetta
contenente il suo piccolo tesoro, cercatelo e sarete ricchi." Detto questo si
avvia verso il portone esce in strada e nessuno lo rivide più. Il padrone di
casa non da molto credito all'episodio in quanto avvertimenti di questo genere
non erano rarissimi ed il più delle volte risultavano essere infondati, parole
dette all'unico scopo di ringraziare in qualche modo chi aveva fatto del bene.
Qualche anno dopo la casa ha bisogno di riparazioni e viene chiamato per la
bisogna un capomastro locale, un certo Auda, il quale eseguiti i lavori
comprendenti la demolizione di vari muri, rivela subito dopo una disponibilità
di denaro inconsueta per lui, lasciando i compaesani abbastanza stupiti.
L'improvvisa ricchezza viene motivata da Auda con l'aver ricevuto una eredità da
un lontano parente. La curiosità dei paesani è soddisfatta nel migliore dei modi
e l'episodio viene dimenticato. Molti anni dopo, dopo aver costruito ed abitato
la casa di Via Municipio ora di proprietà della famiglia Giuliano, Auda vecchio
e malato capisce che la sua ora è quasi arrivata e, con stupore dei famigliari,
manda a chiamare il proprietario dello stabile riparato tanto tempo prima,
vecchio anche lui, ma ancora arzillo. Arrivato al capezzale di Auda, mio
bisnonno, perché di lui si trattava, si sentì dire dal morente che l'aveva
convocato per chiedere il suo perdono in quanto la cassetta col piccolo tesoro
l'aveva trovata e presa lui, rubandone il contenuto. A questo fatto si doveva la
sua improvvisa ricchezza e non ad una eredità. Detto questo Auda morì munito del
perdono di mio bisnonno in quanto essendo uomo buono, molto religioso e pio non
ebbe animo di negarglielo. Purtroppo per la mia famiglia, poiché al colloquio
non assistette alcun testimone, mio bisnonno non potè rivalersi sugli eredi del
capomastro e tornò a casa sconsolato e povero come prima, ma almeno onesto.
I tre episodi danno tre sfaccettature diverse della complessa personalità degli
stregoni come immaginata dai paesani, è sempre presente una sorta di complicità
tra il fattucchiere e chi casualmente dedica ala personaggio qualche attenzione
benevola. Esemplare è la vicenda della grandinata che risparmia gli alberi
comprati a Maglione, ma non il resto del paese. Certamente i poteri dello
stregone erano un modo per spiegare avvenimenti o fenomeni a prima vista
incomprensibili. Purtroppo il ricorso a fattucchieri e cartomanti non pare sia
diminuito ai giorni nostri, periodo così evoluto, anzi il fenomeno forse è
aumentato.


Barengo Livio

 

 

La fantasma








La figura della "fantasma" è presente nelle leggende mazzediesi da tempi
immemorabili. Nei racconti che, sino al secondo dopoguerra, la gente si
scambiava nelle stalle durante le lunghe serate d'inverno, la fantasma veniva
dipinta come una sorta di fata stizzosa dedita a far scherzi ai poveri paesani.
Il racconto di questa vicenda è stato tramandato nella famiglia di mia madre per
generazioni e sono veramente lieto di aver l'opportunità di farlo conoscere
perché non venga dimenticato. Spero che la storia sia apprezzata dai bambini di
oggi come capitava un tempo a me, quando mia nonna raccontava della fantasma ai
nipoti, la sera, prima di mandarli a letto. Anche se la vicenda creerà un po’ di
paura nei piccoli, non credo che l'emozione sarà duratura, certamente sarà
rapidamente superata in questa epoca di tecnologici e virtuali.
Un tempo nella Rocca del Castello, sul lato prospicente la Dora, abitava una
strega. Contrariamente alle masche, sue colleghe, non era andata ad abitare su
un noce posto in qualche quadrivio, ma era venuta a stabilirsi li per motivi
particolari e senza chiedere permesso a nessuno. La gente di Mazzè, sebbene non
sapesse molto su questa strega, l'aveva chiamata un po' familiarmente la
fantasma, difatti chi aveva la sfortuna di incontrarla di notte la vedeva
vestita con abiti fluenti e strani che ricordavano proprio quelli di un
fantasma. I paesani però, nonostante la lunga convivenza, la temevano ed
evitavano di passare presso la sua casa perché si credeva che il solo fatto di
parlarle, avrebbe attirato sul malcapitato ogni sorta di disgrazie. La casa
della fantasma non era lussuosa, anzi era una semplice cavità scavata lungo il
pendio della collina, ma lei si trovava bene in quel luogo, in mezzo a tutte le
cose necessarie ad una strega ed alle sue magie. Tutto sommato la sistemazione
era di suo gradimento e non aveva alcuna intenzione di cambiarla per un noce
magari esposto alle correnti d'aria. La fantasma non era una strega molto
cattiva, come si diceva fossero certe sue colleghe, anzi il suo maggior diletto
era quello di combinare scherzi più o meno crudeli agli uomini, intimorendoli
solamente con la sua presenza. Particolarmente presi di mira erano i giovanotti
che, nelle sere d'inverno, si recavano ad amoreggiare con le loro belle nelle
stalle del paese. In genere erano convegni abbastanza noiosi, svolti sempre alla
presenza della madre o di una zia della ragazza e degli onnipresenti fratelli
più piccoli intenti a frignare od a litigare. Alla sera nella stalla si riuniva
tutto il parentado per godere un po' di tepore, difatti a quel tempo gli unici
ambienti caldi di una casa erano le stalle e la cucina, ma la stufa si lasciava
spegnere presto, per non bruciare troppa legna e quindi rimaneva la stalla.
Allora veniva recitato il rosario, si chiaccherava comentando i piccoli
avvenimenti della comunità, oppure si raccontavano storie fantastiche nelle
quali naturalmente la fantasma era la protagonista assoluta. Così voleva la
tradizione all quale , volenti o nolenti i giovanotti dovevano sottostare se
volevano prendere moglie. Naturalmente la fantasma conosceva queste cose, ma era
gelosa perché nessuno andava a trovare lei e cercava di vendicarsi come poteva.
Tra i giovanotti di Mazzè, uno dei più sbruffoni era Giacinto, un mio avo, il
quale, nonostante il nome poetico era di natura molto animoso e proclamava ai
quattro venti che lui della fantasma non aveva paura, facesse pur la strega lo
scherzo che voleva, non sarebbe riuscito ad intimorirlo. Giacinto era fidanzato
con una ragazza del Cantone San Giuseppe, il borgo sito nei pressi dove sorge
ora il campo da tennis e, come di costume quasi ogni sera andava a trovare la
morosa a casa sua. Il mio avo abitava in via Boglietto, vicino alla chiesa di
San Rocco ed aveva l'abitudine di percorrere , sia all'andata che al ritorno,
sempre la stessa strada: Via Municipio, Via Rua, ed un tratto dell'attuale Via
Perino sino ad arrivare a casa della bella. Una sera quindi, arrivato il momento
di andarsene, salutò la morosa e la sua famiglia e si accinse a tornare a casa
per la solita strada. La notte era fredda, il terreno gelato ed una leggera
nebbia gravava sul paese. La luna piena splendeva in alto nel cielo illuminando
la notte di un chiarore irreale, ma sufficiente a guidare i suoi passi. Giacinto
si avviò, discese Via Perino, imboccò Via Rua, ma arrivato all'altezza della
casa delle maestre Amione una visione gli gelò il sangue nelle vene. Alla luce
della luna intravide una gigantessa posta a cavalcioni della strada, una gamba
poggiata su di un muretto laterale e l'altra su quello opposto, in testa aveva
un cappello a tesa larga ed indossava un mantello nero come la pece. In mano la
fantasma, perché indubbiamente di lei si trattava, teneva un nodoso randello che
alla vista di Giacinto incominciò minacciosamente ad agitare. Aparte le
sbruffonate il mio avo era veramente un uomo di animo forte, come avvenimenti
successivi confermeranno, ricordandosi quindi cosa aveva proclamato a tutti
decise di non tornare indietro ma di proseguire per la sua strada. Si prese il
cappello in mano e si mise a correre, scansò una randellata della fantasma,
passò sotto di essa come un fulmine e gambe in spalla non si fermò sino a che
non arrivò al sicuro a casa sua. Nonostante le vanterie la vicenda intimorì
molto Giacinto e sua madre, ancora alzata, si accorse che doveva essere
capitato qualche cosa di brutto al figlio e tanto insistette che lo convinse a
raccontare l'avventura. Udita la vicenda la donna si preoccupò molto, sapendo
quanto la fantasma fosse vendicativa, ed ordinò al figlio di andare l'indomani a
trovare la strega. Portando dei doni e assicurando che non avrebbe più detto
sbruffonate, l'ira della fantasma avrebbe dovuto sbollirsi. Giacinto eseguì gli
ordini della madre e l'indomani si recò all'antro della maga: la strega fu
talmente contenta che finalmente qualcuno le avesse rivolto un po' di attenzioni
che lo perdonò e non gli fece più scherzi. Dopo questa vicenda il mio avo, unico
uomo del paese ad averne il coraggio, continuò episodicamente ad andare a
trovare la maga, portandole spesso notizie e regali. Giacinto godette del suo
favore per lungo tempo ed in paese si diceva che era merito della fantasma se la
famiglia prosperò e si arricchì. Un giorno Giacinto trovò l'antro vuoto, la
fantasma se ne era andata con tutto il suo armamentario magico. Il mio avo cercò
di sapere cosa fosse capitato alla strega ma non arrivò mai a capo di nulla,
forse il suo tempo era finito e per questo era sparita senza lasciar traccia.
Il luogo dove abitava la fantasma era talmente temuto che nessuno si azzardò mai
a rovinare nulla, ancora oggi se andate a passeggiare nella Rocca del Castello
potete vederlo, ma fate attenzione, la fantasma potrebbe essere tornata.
Poiché ogni storia ha una sua morale, ne propongo una anch'io. La leggenda della
fantasma non è stata inventata ed è conosciuta anche dai diretti discendenti di
Giacinto ormai arrivati, credo, alla quarta generazione. Certamente è molto
curioso che non si parli di un fantasma al maschile ma bensì di un fantasma al
femminile. Anche lo stesso appellativo di fantasma è abbastanza strano in quanto
in dialetto esistevano forme più adatte per distinguere un personaggio di
quella fatta. Credo che la vicenda sia in parte di natura dotta ottocentesca, ma
lo strano carattere della strega e la sua propensione agli scherzi più o meno
crudeli, deriva certamente da una tradizione popolare molto antica. Io non ho
conosciuto Giacinto in quanto morì vari decenni prima della mia nascita, ma mia
nonna, che in gioventù aveva sentito direttamente da lui il racconto, era
convinta dicesse la verità.

Barengo Livio