



"La Maddalena"
Dolci Carlo
Pittore
(Firenze 1616-1686)
Continuando la rassegna delle chiese mazzediesi, è
finalmente arrivato il turno di occuparci di quella più malandata, vale
a dire della cappella titolata a Santa
Maria Maddalena, sita nei pressi della
Dora, lungo la strada della Benna, l’unica di cui si conosca
l’esatta data di costruzione. Non voglio soffermarmi di chi sia la responsabilità
di quest’incresciosa situazione, ma è certamente vergognoso che
uno dei pochi monumenti romanici della nostra regione versi in condizioni cosi
precarie, tanto da poter legittimamente dubitare che la prossima generazione,
possa ancora vederne le rovine.
Per comprendere l’importanza di questa chiesetta, situata nel luogo dove
presumibilmente sorgeva l’antico
ponte Copacy, bisogna ricollegarci alla rete stradale del XII secolo, nonché
alla società di quel tempo, sicuramente meno truculenta di quanto dica
il sentire comune.
Al momento di fondazione di questa chiesa, esistevano già a Mazzè,
i templi dedicati al martire Gervasio ed alla Madonna della Neve ed era iniziato
l’abbandono della cappella titolata ai santi
Lorenzo e Giobbe, le chiese di San
Rocco e di San
Giuseppe, essendo relativamente moderne, non rientrano nel computo.
Per trovare i prodromi della costruzione di santa Maria Maddalena, bisogna risalire
sino l’anno 1156, quando il signore di Mazzè, Guido IV Valperga,
conte del Canavese, dona il Pons Copacy alla confraternita dei Pontari, nelle
persone di Joannis de Cozerio ed Uberto di Mazato, con l’impegno di assicurarne
la manutenzione ed assistere i pellegrini in transito. Molto probabilmente,
il conte decise di donare il ponte perché pressato dalle richieste del
potente comune di Vercelli, ma da buon cristiano, nell’atto di donazione
chiede unicamente ai fratelli pontari, oltre una modica somma di denaro, l’impegno
ad elevare preghiere “ pro remedio anima sua “ al momento della
morte, parole che non credo abbiano bisogno di traduzione.
Qualche anno appresso, scomparso Guido IV ed espletata l’incombenza di
recitare orazioni in sua memoria, Joannis da Cozerio, richiede al vescovo d’Ivrea
l’autorizzazione a far sorgere un ospizio nei pressi del ponte da poco
acquisito, rendendo cosi possibile alla congregazione, di dedicarsi compiutamente
all’assistenza materiale e spirituale dei viaggiatori.
Nel 1161, il vescovo Pietro, sollecitato da Oberto da San Sebastiano e dal magister
Nicolao, canonico del capitolo della cattedrale, autorizza Joannis da Cozerio
a costruire l’ostello, con l’unica limitazione di non edificare
torri, non gradite al conte Valperga. Negli anni successivi, del progettato
ospizio però non si ha traccia e il Serra, nel suo famoso lavoro sulle
vie romane e romee del Canavese, ipotizza che i lavori non siano mai stati terminati,
forse per la prematura morte del presidente della congregazione.
Nel 1209, a seguito di un’altra richiesta della confraternita dei Pontari,
il presule d’Ivrea concede nuovamente alla congregazione di costruire,
nello stesso luogo, una chiesa titolata a Santa Maria Maddalena, probabilmente
a compensazione dell’ospizio mai realizzato.
Ad onor del vero, nelle vicinanze della cappella, ancora oggi si possono vedere
le cantine di un edificio che forse un tempo poteva essere definito un ospizio,
ma disgraziatamente lo stabile fu demolito all’inizio del XX secolo e
non è più possibile avere riscontri attendibili.
Venendo ai pochi resti ancora visibili, si comprende immediatamente che la cappella
non rispettava il normale orientamento delle chiese del tempo, ma che forse
esisteva un portico, a copertura di parte del sagrato, dove la leggenda assicura
che fu inumata la salma del conte Guido, vari decenni dopo la morte.
Attualmente sono ancora visibili
l’abside ed alcuni tratti dei muri
perimetrali, nonché alcuni scalini tra l’unica navata ed il
sagrato. Le rovine
sono poste all’interno di un terreno privato, il che non agevola certamente
la visita, necessaria per ammirare un buon esempio di muratura romanica e la
bella
monofora, un tempo illuminante l’interno della chiesetta. Purtroppo
lo stato d’abbandono è tale che indubbiamente, se non si provvederà
rapidamente a costruire un riparo di quel che resta, quasi sicuramente di santa
Maria Maddalena, nel giro di poco tempo, si perderà anche il ricordo.
Termino con alcune considerazioni sulla titolazione della chiesetta, inusuale
nella diocesi d’Ivrea, ma riscontrabile in Valle d’Aosta, in varie
maladieres sorte sulla via dei pellegrini, a conferma della deduzione che doveva
transitare da Mazzè, una delle diramazioni della via Francigena, separatasi
ad Ivrea dal tracciato principale.
Considerando che Maria Maddalena, anche se comunemente descritta nelle scritture
come una prostituta pentita, era parte della tribù di Beniamino e quindi
di sangue reale, qualche attinenza con sua titolazione, la chiesetta avrebbe
dovuto averla. Certamente è strano che una persona di tal fatta si dedicasse
al meretricio, ma senza voler approfondire la questione, segnalo i motivi che
potrebbero aver condotto i Pontari, a scegliere questo nome inconsueto.
Nel basso medioevo, erano dedicati a Maria Maddalena, gli ospizi in cui venivano
ricoverati i lebbrosi, malattia infamante a quel tempo, tanto da indurre alcuni
ad affermare che questi sofferenti fossero persone indegne di Dio. Certamente,
il transito di pellegrini, poteva favorire l’arrivo di lebbrosi, e questo
giustificherebbe l’ipotesi, anche se non bisogna dimenticare che dall’altra
parte della Dora, ad Ulliaco esisteva un ostello adatto alla bisogna.
In alternativa si potrebbe presumere, ricordando che le comunità nelle
quali venivano ricoverate le prostitute pentite, erano anche queste dedicate
alla Maddalena, che la titolazione sia dovuta alla presenza in quel luogo di
gente di malaffare, d’altronde Pons Copacy significa ponte dei briganti
e quest’appellativo può avvalorare certamente la tesi.
Lascio al lettore trarre le sue conclusioni e termino affermando che la cappella
fu abbandonata ai primordi dell’epoca moderna, forse proprio a seguito
della sua cattiva fama.
Barengo Livio – Novembre 2004

