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" Il vitigno Erbaluce coltivato sui suoli morenici allo sbocco della Valle d'Aosta, pur mostrando aspetti ormai particolari dovuti all'evoluzione locale della cultura ed alle peculiarità microclimatiche, è in sostanza strettamente imparentato al Greco delle colline novaresi e della bassa Valsesia (Fara, Sizzano, Ghemme, Romagnano, Gattinara ecc...).

In effetti, poiché la denominazione Erbaluce appare in attestazioni relativamente recenti, sembra di poter riallacciare tale produzione a quella tipica della colline moreniche piemontesi del Greco, attestata anche in documenti basso medievali.

La definizione di Greco, frequente nelle attestazioni dei banchetti medievali in tutta Italia, ha una sopravvivenza tra gli attuali D.O.C. nel solo Greco di Tufo (prodotto oggi soprattutto nell'Avellinese; famoso quello dell'Az. Agricola Feudi di San Gregorio di Sorbo Serpico), di cui è stata ormai dimostrata su basi scientifiche la corrispondenza con il vitigno dell'Aminea Gemella degli antichi autori latini.

Lo stesso Virgilio dichiara (Georgiche II, 97-98)

Sunt et Amineae vites, firmissima vina,

Tmolius adsurgit quibus et rex ipse l'hanaeus

(Vi sono anche le viti Aminee, vini resistentissimi, di fronte ai quali stanno in rispetto il Tmolio (famoso vino da un monte di Lidia) ed il Re Fanco (vino per eccellenza della punta meridionale dell'isola di Chio).

In età romana l’Aminea, coltivata su bassi pergolati a sostegno morto e caratterizzata da un vino con leggeri riflessi verde-chiaro, originaria probabilmente della Campania (in particolare dall'area flegrea e della Valle del Sabato) è diffusa verso nord da coltivatori etrusco-italici nelle colonie romane a cominciare dal Lazio (in particolare Velletri) e dal borgo d’Aminea nel Piceno, cui probabilmente deve la denominazione.

Presente nel Mantovano (per questo cara a Virgilio) potrebbe essere stata portata in Piemonte dalla colonizzazione romana, a partire dagli italici assegnatari di lotti nella centuriazione eporediese (100 a.C.) e messa a cultura con pergolati a sostegno morto (a differenza degli alteni, in alberata, di tradizione preromana locale) approfittando anche di mano d'opera servile esperta proveniente dalla Gallia narbonese (entroterra di Marsiglia), cui si deve la penetrazione nel tardo latino del Piemonte e successivamente nel dialetto del termine - carasso -, derivato da un termine tecnico greco che significa " sostegno per vite ".

In ogni caso è probabile che, proprio per sopperire alla debolezza dei bianchi locali per lo più legati a vitigni d’origine selvatica (come il Solanus delle Alpi Marittime, rinforzato con resina vegetale), sia stata l'età romana ad introdurre in Piemonte gli antenati del Greco e dell'Erbaluce, se non nei primi momenti della colonizzazione comunque al più tardi in piena età imperiale.

La distribuzione geografica dell'Erbaluce potrebbe dunque dipendere anche proprio dal collegamento alla colonia eporediese, restituendoci in una tradizione antica un'altra testimonianza della storia del nostro territorio.

L'ultimo epigono della famiglia dei "carass" di Mazzè, caratteristico personaggio detto "Mini ad carass", è morto in tarda età una decina d’anni fa.

Certamente non supponeva che l'appellativo col quale era chiamata la sua famiglia avesse origini così illustri, crediamo che se fosse stato edotto ne sarebbe rimasto certamente orgoglioso.  

 

 

Vino dolce, denso a elevata gradazione alcoolica.

 Il Passito di Caluso si ottiene dal vitigno Erbaluce.

Alla lunga e complessa operazione si procede soltanto nelle annate in cui i grappoli risultano sani ed integri e raggiungono una maturazione ottimale.  Dopo una minuziosa ed accurata scelta, soltanto i grappoli sani e maturi vengono selezionati per produrre questo vino eccezionale.  I grappoli vengono posti su graticci in ambiente arieggiato.  Vengono quindi lasciati lì ad appassire fino a Marzo, quando verranno pigiati. In questo modo, una certa quantità d'acqua viene perduta per evaporazione e il mosto ottenuto, è tanto ricco di glucosio che la fermentazione, avviene solo lentamente e parzialmente, conservando una quantità di zucchero indecomposto quando l'alcool raggiungerà la massima concentrazione compatibile con l'attività dei fermenti. Il passito invecchierà poi in pregiate botti di rovere ( 4 anni per il Caluso Passito e oltre 5 anni per il Passito Riserva).

 

 

 

Una delle più belle vigne di Mazzè, di proprietà dell'azienda vitivinicola "Santa Clelia", adagiata elegantemente, sulle pendici del Monte Balbiano, in località "La Barnarda".  

 

Altre vigne di proprietà

dell'azienda vitivinicola "Santa Clelia"

in località S.Cristoforo 

 

 

Riconoscimento delle denominazioni di origine controllata dei vini "Erbaluce di Caluso " o "Caluso" e del vino "Canavese" 

 

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